﻿SIMON SCARROW.
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IL CENTURIONE.
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Ciclo: Aquile dell'Impero 8.
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Parte 2.
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Titolo originale: Centurion. 2007. Eagles of the empire series.
Traduzione di: Stefania Di Natale.
2009. Newton Compton, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale fornita da: Amedeo Marchini.
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CAPITOLO DICIANNOVE.
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L’ospedale era gremito. Persino il colonnato al di fuori delle stanze destinate ai ricoverati ospitava file e file di uomini appoggiati alle pareti, o distesi sul nudo pavimento. La manciata di infermieri era stata travolta dall’enorme numero di feriti appartenenti alla guardia del corpo del re e alla colonna di soccorso.
Il chirurgo dei legionari, incaricato di dirigere l’ospedale, visitava gli uomini uno dopo l’altro e faceva trasferire in una piccola cella d’angolo, dall’altra parte del cortile, coloro per i quali reputava non ci fosse più nulla da fare. Adagiando uno dei suoi uomini a terra perché il medico lo esaminasse, Catone fece un cenno con la testa verso la cella dei moribondi.
«Che succede a quelli che sono là dentro?».
Il chirurgo gli lanciò un’occhiata inequivocabile e rispose: «Vengono aiutati a liberarsi delle loro sofferenze».
«Oh... capisco». Catone osservò imbarazzato il ferito che aveva davanti. Una lancia aveva trovato il punto debole della sua maglia di ferro e gli si era conficcata nel ventre. Il fetore degli intestini e delle budella perforati saliva fino alle narici del prefetto, provocandogli dei conati di vomito. L’uomo aveva gli occhi serrati e si lamentava senza sosta, premendosi entrambe le mani sulla ferita. Catone si voltò verso il medico e, ancor prima che questi parlasse a bassa voce, ne registrò l’espressione colma di pietà e rassegnazione.
«Potete credermi, signore, non sentono molto dolore e muoiono quasi subito».
Per nulla rassicurato da quelle parole, Catone si alzò in piedi e si allontanò dal ferito, sentendosi impotente e provando anche una certa vergogna. Il chirurgo fece cenno agli infermieri che fungevano da portantini di avvicinarsi, indicando loro l’uomo. «Un caso speciale», disse piano, prima di chinarsi sul poveretto e stringergli delicatamente una spalla. «Si prenderanno cura di te, amico. Riposerai e non sentirai più alcun dolore».
Si alzò in piedi e lasciò che i portantini lo trasferissero sulla barella; poi la sollevarono e lo portarono via. Rivolgendosi a Catone, il medico inclinò il capo per esaminare la sua ferita al braccio. «Fatemi vedere».
«Niente di grave», disse lui, allarmato. «Una ferita superficiale».
«Lasciate che sia io a giudicarlo. State fermo e fatemi vedere».
Il chirurgo sollevò la maglia e la manica della tunica fino alla spalla di Catone ed esaminò da vicino lo squarcio, tastandolo delicatamente con la mano libera. Catone strinse i denti e guardò fisso davanti a sé finché il medico non gli lasciò andare il braccio.
«La ferita è abbastanza pulita. Si rimarginerà con la sutura».
«Sutura?»
«Sì, dei punti». Il medico gli diede una pacca sulla spalla e gli indicò la stanza alla fine del corridoio. «Laggiù troverete la nostra più affascinante collaboratrice; sarà lei a prendersi cura di voi».
«La conosco già», mormorò Catone.
«Bene. Non fatevi spaventare dal fatto che è una donna. Ho sentito dire che la ragazza finora è stata più brava di tutti gli altri infermieri messi insieme».
«Ottima notizia». Catone annuì in segno di saluto e il medico tornò di corsa dagli altri pazienti. Catone si avviò lungo il corridoio, tutt’altro che entusiasta alla prospettiva di dover rinnovare l’incontro con la figlia dell’ambasciatore dalla lingua tagliente. Quando entrò, la luce del primo mattino si riversava nella stanza dalle due finestre poste in alto, creando una morbida atmosfera dorata. Giulia stava delicatamente fasciando la testa di un ausiliario.
«Sarò da voi fra un attimo», disse con voce stanca, senza alzare gli occhi. «Aspettate accanto alla porta».
Catone si bloccò, contrariato per il ritardo che quell’attesa avrebbe finito per provocare. Doveva tornare da Macrone e andare a parlare con l’ambasciatore. Ed era anche ansioso di allontanarsi da quella donna autoritaria. Era proprio come ci si aspettava che fossero quelle del suo rango: prevaricatrice, arrogante e sicura di sé. Più che abbastanza per farla risultare subito antipatica. Catone fece un lungo sospiro per calmarsi, entrò nella stanza e si sedette sulla panca accanto alla porta. La figlia dell’ambasciatore non alzò lo sguardo, mentre afferrava l’estremità della fascia e la legava con gesti delicati.
«Fatto!». Fece un passo indietro, rivolta al soldato ferito. «Prendetevi un giorno o due di riposo».
L’ausiliario scoppiò a ridere. «Mi piacerebbe, mia cara signora. Ma dubito che il prefetto me lo consentirà. È un duro, quello».
«Un duro?». Giulia sorrise. «Lui?»
«Altroché, signora! Ci ha trattati come schiavi da quando siamo partiti da Antiochia. Dalla faccia non si direbbe, ma sotto sotto è un gran bast...».
Catone si schiarì fortemente la voce e i due si voltarono a guardarlo. L’ausiliario scattò subito sull’attenti, fissando un punto al disopra della testa di Catone. Aprì e chiuse la bocca come per parlare, poi si morse il labbro, in attesa dell’inevitabile sfuriata. Catone lo guardò fisso per qualche secondo, privo di qualsiasi espressione. Poi i suoi occhi si spostarono sulla donna.
«Avete finito con quest’uomo?»
«Sì, prefetto Catone. Si può dire altrettanto di voi?»
«È un soldato e farà il suo dovere quando reputerò che sia in condizione di farlo, signora».
«Solo quando sarà davvero in condizione di farlo, spero».
Catone aggrottò le sopracciglia. «Questo sarò io a deciderlo. Soldato, puoi andare. Torna alla tua centuria».
«Sì, signore». L’ausiliario fece il saluto militare e marciò fuori dalla stanza il più veloce che poté, per eclissarsi al più presto dalla vista del suo comandante. Quando furono soli, Catone attese sulla panca che Giulia lo chiamasse. Questa lo fissò per un attimo, poi si posò le mani sui fianchi con fare impaziente.
«Allora, di che si tratta, stavolta?»
«Ferita di spada». Catone indicò la striscia di sangue sul proprio braccio.
«Venite qui, allora», rispose lei, secca. «Sotto la luce, dove posso vederla bene. Non fatemi perdere tempo, prefetto. Ci sono altre persone che hanno bisogno di me».
Buon pro ti faccia!, pensò Catone irritato, mentre si alzava in piedi per raggiungerla. La figlia dell’ambasciatore lo afferrò per il gomito e lo condusse sotto il raggio di luce che entrava dalla finestra. Ispezionò brevemente la ferita. «A quanto pare, siete intenzionato a perdere questo braccio un pezzo per volta».
Catone arricciò le labbra e si accigliò ancora di più. Giulia sollevò il mento per guardarlo e lui si accorse che stava cercando di non scoppiare a ridere. Lo stava prendendo in giro! Tirò su col naso con fare deciso. «Un soldato si aspetta sempre di essere ferito, signora. Che si tratti di un soldato semplice come quello che ha appena curato, o di un ufficiale. È il rischio del mestiere e fa parte del nostro dovere. Immagino che una signora di nobili origini come voi non vi sia abituata».
Le parole erano state pronunciate prima che Catone si rendesse conto di quanto potessero risultare offensive. Giulia spalancò gli occhi per un attimo e quando rispose il suo tono era gelido.
«Conosco il mio mestiere e so qual è il mio dovere, prefetto. E negli ultimi giorni ho visto più ferite di quanto non riesca a ricordare. Vi sarei molto grata se poteste tenerlo a mente».
I loro occhi s’incontrarono e Catone le rivolse il genere di sguardo duro che riservava alle reclute per spaventarle; alla fine Giulia abbassò gli occhi sulla ferita e disse: «È superficiale. Sembra abbastanza pulita, ma la laverò e suturerò».
Si voltò a prendere una bacinella d’acqua che era sul tavolo, afferrò un panno, ve lo immerse e lo strizzò, poi lo appoggiò sulla ferita. «Bene, ci risiamo. Conoscete la procedura. Farà un po’ male, ma d’altronde un duro come voi non dovrebbe aver problemi col dolore».
Catone arrossì di rabbia, ma rinunciò a risponderle per le rime. «Devo andare a fare rapporto a vostro padre. Quindi, cara signora, vi sarei molto grato se finiste in fretta di medicare la ferita, consentendomi di tornare ai miei incarichi».
«Molto bene», mormorò Giulia. Preparò dell’ago e del filo e si mise subito al lavoro, infilando la punta dell’ago nella pelle di Catone e richiudendo gradualmente la ferita, finché non si trasformò in una striscia di pelle rossa e bucherellata, attraversata dal filo intriso di sangue. Nonostante il dolore lancinante, Catone non smise mai di fissare la porta a denti stretti. Completato il lavoro, Giulia tirò forte per fare un nodo. «Ecco fatto, prefetto».
Catone la ringraziò con un cenno della testa e si diresse a grandi passi verso la porta, felice di allontanarsi da quella donna. Era sul punto di uscire, quando lei lo richiamò.
«Alla prossima ferita, allora».
«Mmmff!», borbottò Catone prima di lasciare la stanza e sbucare nel corridoio. All’esterno, il chirurgo stava conferendo con una piccola squadra di uomini incaricati di andare a prendere le razioni di acqua e di cibo per i pazienti. All’avvicinarsi di Catone alzò gli occhi e sollevò un sopracciglio.
«Va meglio, signore?»
«Meglio?». Catone fece una breve pausa. «Certo che no. È una ferita di spada, non un maledetto raffreddore».
«Comunque», insistette il medico, «una donna come quella ha il potere di distrarre la mente di un uomo dal dolore...».
«Come no», Catone annuì con un sorriso amaro. «Pensate che non vedevo l’ora di liberarmene».
Il medico sembrava confuso. «Non intendevo...».
Ma Catone stava già allontanandosi a passo di marcia, l’espressione corrucciata all’idea di rimanere rinchiuso nella cittadella in compagnia di quell’irritante, presuntuosa figlia dell’aristocrazia romana. Come se non bastassero le sue arie di superiorità, aveva un aspetto che rischiava di distrarre ufficiali e politici di rango riuniti in quel luogo. Quel pensiero lo colse all’improvviso, e considerando la cosa con maggiore calma, Catone dovette ammettere che la figlia dell’ambasciatore era davvero attraente; anzi, persino bella.
«Bella», mormorò fra sé in tono inacidito. Che importanza poteva avere il suo aspetto? Era un persona irritante e nel migliore dei casi sarebbe stata una distrazione. Ma nel peggiore? Sentì un improvviso calore salirgli al petto e si batté un pugno sulla coscia. Poi accelerò il passo: doveva raggiungere al più presto l’ambasciatore.
Lucio Sempronio alzò gli occhi quando i due ufficiali entrarono nella stanzetta assegnatagli dal ciambellano del re. Anche se in qualità di ambasciatore dell’imperatore Claudio avrebbe meritato di meglio, il sovraffollamento della cittadella impediva l’attuazione delle più elementari norme di cortesia diplomatica. Il suo piccolo seguito era ammassato nel corridoio, che serviva sia da ufficio che da dormitorio. Macrone aveva sorriso, quando lui e Catone erano passati attraverso la folla di giovani aristocratici costretti a vivere all’addiaccio insieme ai segretari dell’ambasciatore e alle sue guardie del corpo. Gli avrebbe fatto bene, pensò, assaggiare un po’ di scomodità prima di innalzarsi ai ranghi della burocrazia imperiale. Sempre che fossero sopravvissuti a quell’assedio, naturalmente, si disse smettendo di sorridere.
Si diressero verso l’ambasciatore, bloccandosi al suo cospetto.
«Centurione Macrone e prefetto Catone a rapporto, signore».
L’ambasciatore fece loro cenno di accomodarsi sulle sedie predisposte davanti al tavolo che stava usando come scrivania. «Avete l’aria stanca, signori. E la cosa non mi meraviglia, visto quel che avete passato negli ultimi giorni e notti». Sorrise a Catone. «Vi ringrazio entrambi. L’arrivo della vostra colonna ha instillato nuova speranza nel cuore del re e dei suoi sostenitori. Temevo davvero che intendessero arrendersi, poco prima del vostro arrivo. Ora hanno la prova concreta che Roma non abbandona i propri amici. Tuttavia...». Sempronio fece una breve pausa e abbassò la voce. «L’arrivo del principe Balto è un dono assai controverso. Non è il figlio preferito del re. Questo onore va al principe Artasse».
«Artasse?», fece Macrone, sbigottito. «Il ribelle? Quello che si è schierato con i Parti?»
«Proprio lui». Sempronio annuì. «Vabato ha un debole per il giovane scapestrato. Non ne ha mai voluto riconoscere i difetti e, benché le voci del suo tradimento siano giunte all’orecchio del ciambellano già alcuni mesi prima dello scoppio della rivolta, il re non ha voluto darvi ascolto e s’è rifiutato di agire contro di lui. Persino quando i ribelli gli si sono rivoltati contro, non ha voluto credere che dietro tutto questo ci fosse Artasse. Ha detto che suo figlio era stato costretto a mettersi alla testa del gruppo ribelle contro la sua volontà. Potete immaginarvelo? ». Sempronio scosse stancamente la testa. «Sembra che alcuni padri si rifiutino di vedere i difetti dei loro figli. Be’, in questo caso è vero soltanto in parte. Vabato ha poca considerazione del suo primogenito, Ameto. E non lo posso biasimare. Ameto è un folle. Uno stupido, capite? Facilmente influenzabile. Trascorre la propria esistenza difendendo strenuamente le cause più assurde, a seconda di chi sia stato l’ultimo a suggerirgliele. Il re può anche essergli affezionato, ma da tempo ha rinunciato a considerarlo un valido successore. Lo stesso vale per il principe Balto. O almeno, finché non è scoppiata la rivolta. Ora che il principe Artasse si è rivelato un serpente velenoso, il re è stato costretto a rivedere la scelta del suo successore». Sempronio si accostò leggermente a Macrone e Catone. «Voi che ne pensate del principe Balto?».
Macrone si agitò sulla sedia, a disagio, e resistette all’impulso di guardare Catone prima di rispondere. «È un guerriero dannatamente valoroso, signore. Proprio il tipo d’uomo di cui il re ha bisogno in questo momento».
«Bene, mi fa piacere sentirvelo dire». Sempronio si rilassò, appoggiandosi allo schienale della sedia. «Non l’ho ancora conosciuto. Da quanto ho sentito, Balto finora non è stato considerato altro che un ubriacone. Un buono a nulla del tutto privo di senso del dovere. Spero ardentemente che oltre ad essere un guerriero di valore possieda anche altre virtù».
«Oh, ne sono convinto», rispose Macrone, con evidente imbarazzo. «Il principe è fin troppo ambizioso, signore».
«Cosa intendete dire?»
«Desidera succedere al trono di Vabato. Una volta che Roma avrà persuaso il re ad abdicare, dopo aver sedato la rivolta».
Sempronio scoppiò in una risatina amara. «Sta dando per scontate un po’ troppe cose, non vi pare?».
Stavolta Macrone non poté trattenersi dal guardare Catone, prima di rispondere. «In realtà, c’è di più, signore».
«Ovvero?»
«Be’, signore, a quanto pare ho concluso una specie di patto col principe Balto. In cambio del suo aiuto per far arrivare la colonna di soccorso fino alla cittadella, signore».
«Un patto?»
«Sì, signore. Gli ho detto che avrei fatto del mio meglio per sostenerlo quando fossimo arrivati qui, signore. Avevamo bisogno di lui. Non c’era modo di attraversare la città senza il suo aiuto. Gli dobbiamo le nostre vite».
«Capisco». Sempronio si sfregò stancamente la mascella. «E non avete pensato che egli si trovava nella vostra stessa condizione critica?»
«Signore?». Macrone aggrottò le sopracciglia e si voltò verso Catone con aria interrogativa, mentre l’ambasciatore continuava a parlare.
«Una volta iniziata la rivolta, il nostro amico, principe Balto, non avrà visto l’ora di raggiungere il padre, per approfittare di questo suo momento di debolezza. Il problema era arrivare fino a lui. Ed ecco che trova voi, bisognosi di aiuto. Un’occasione da cogliere al volo. Vi offre di stringere un patto e voi abboccate. Cosa gli avete promesso, esattamente, prefetto Catone?».
Catone sussultò con aria colpevole. Durante quel colloquio aveva iniziato a sentire le palpebre pesanti e si sarebbe addormentato, se l’ambasciatore non avesse improvvisamente deciso di rivolgergli la propria attenzione. Deglutì e cercò di riordinare le idee al volo.
«Signore, non abbiamo avuto molta scelta, come vi ha già detto il centurione Macrone. O stringevamo il patto col principe o saremmo rimasti a morire di sete nel deserto. O almeno...».
«Almeno, questo è quanto vi ha fatto credere lui», finì la frase Sempronio. «Sacri dèi! Dunque avete impegnato la vostra parola per aiutare quell’uomo a diventare re. È così?».
Macrone arricciò le labbra. «Be’, sì, signore. All’incirca è andata così».
«Centurione Macrone», rispose Sempronio, trattenendo visibilmente la propria irritazione. «Voi siete un soldato. Che cosa diavolo pensavate di fare stringendo un patto con un uomo del genere? Dovreste attenervi alle mansioni militari. È per questo che vi pagano. Si tratta del vostro lavoro. Perciò siete pregato di limitarvi a combattere il nemico direttamente. Lasciate ai diplomatici il compito di sferrare colpi alle spalle, chiaro?»
«Sì, signore».
«E voi, prefetto Catone, eravate al corrente della cosa?»
«Sì, signore. Ero presente quando è stato preso l’accordo».
«E non avete nemmeno provato a intervenire?»
«No, signore. In quel momento sembrava la miglior cosa da fare. Il principe Balto era la nostra unica possibilità di attraversare le difese nemiche».
«Siete stolto quanto il centurione Macrone».
«Sì, signore», concesse Catone con aria sottomessa.
Sempronio si passò una mano fra i capelli folti e striati di grigio. «Oramai non possiamo farci più nulla. Sarà meglio che ne parli personalmente col principe, più tardi. Nel frattempo, cercate di non fare altri giochetti politici qui a Palmira. Intesi?»
«Sì, signore», risposero entrambi in coro.
«Bene, e adesso dirigiamoci pure verso la sala delle udienze del re. Ha convocato sia noi che quel che è rimasto del suo consiglio. Quando saremo là, vi sarei molto grato se teneste entrambi la bocca chiusa. Lasciate che sia io a parlare. Consideratelo un ordine».
«Sì, signore».
Sempronio si alzò di scatto dalla sedia. «Muoviamoci, allora. Non vedo l’ora di vedere che razza di persona sia questo principe Balto».
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CAPITOLO VENTI.
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Le guardie chiusero le porte della sala reale delle udienze e un cupo rimbombo echeggiò sulle alte pareti. Per un attimo vi fu assoluto silenzio, mentre Termone, il ciambellano del re, si alzava e scrutava attentamente la piccola folla di ufficiali romani e nobili palmireni. Il re Vabato sembrava aver abbandonato l’atteggiamento malinconico di poco prima, notò Catone, e ora sedeva eretto e concentrato sul suo scranno, mentre il ciambellano apriva l’assemblea parlando in greco, in modo che tutti potessero seguire il suo discorso.
«Il re vi dà il suo benvenuto e si dichiara particolarmente onorato di salutare i valorosi comandanti della colonna di soccorso romana. L’arrivo di nuove truppe ha grandemente consolidato la sua posizione, e la notizia di un esercito romano in arrivo per sedare la ribellione nella sua città gli riempie il cuore di speranza. Il re è anche assai confortato dal fatto che il principe Balto abbia deciso di affiancare Sua Maestà in occasione dell’attuale conflitto. Spera altresì che egli possa avere ulteriori opportunità di dimostrarsi all’altezza del suo lignaggio reale nei tempi difficili che sicuramente seguiranno questa crisi».
Catone scoccò un’occhiata a Balto e lo vide tranquillo e a proprio agio, mentre dal suo posto annuiva, accogliendo quel riconoscimento. Alla sua destra sedeva un altro cittadino palmireno, che indossava una tunica riccamente decorata. Si trattava di un uomo molto magro, col mento sfuggente e lineamenti aristocratici; la somiglianza con Balto, comunque, era palese. Il principe Ameto, pensò Catone, scrutandolo più attentamente mentre Termone andava avanti col suo discorso. Ameto non aveva l’atteggiamento sicuro e controllato del fratello più giovane: il suo piede sinistro batteva a terra a ritmo leggero e continuato, mentre fissava il soffitto con la bocca leggermente aperta.
«Sua Maestà ha convocato il consiglio per valutare le opzioni a nostra disposizione allo stato attuale dell’assedio. Questa mattina, dopo l’arrivo nella cittadella della colonna di soccorso, abbiamo ricevuto la solita proposta di resa. Solo che stavolta i ribelli vi hanno aggiunto una minaccia rivolta ai nostri alleati romani. Ogni cittadino e soldato romano presente nella rocca dovrebbe lasciare la città entro l’alba di domattina o verrà messo a morte nel caso questa venga conquistata». Termone s’interruppe e guardò Sempronio, che stava già drappeggiandosi addosso la sua toga istituzionale, per alzarsi e rispondere, e Catone capì che questa parte dell’incontro era stata preparata in precedenza. L’ambasciatore si guardò intorno nella sala fino a incontrare lo sguardo del re; solo allora iniziò a parlare nel modo sicuro e determinato, ma comunque misurato, che la maggior parte degli aristocratici di Roma aveva appreso dai propri maestri di retorica.
«Vostra Maestà», Sempronio chinò il capo in segno d rispettoso saluto. «È con massimo disprezzo che mi accingo a rispondere alla pretesa dei nostri nemici. Roma è vostra alleata e Roma fa sempre onore agli obblighi presi con gli alleati, qualunque sia il prezzo da pagare. In tal senso sto parlando per ogni Romano presente qui nella cittadella». Fece un ampio gesto del braccio in direzione di Macrone e Catone. «Fin quando questi nobili ufficiali e i loro valorosi uomini avranno fiato, noi combatteremo per il re Vabato. Non abbandoneremo la città di Palmira, quali che siano le odiose minacce perpetrate dai vili nemici di Sua Maestà. Insieme, difenderemo la cittadella fino a quando il governatore della Siria non arriverà coi suoi soldati per schiacciare i ribelli!».
Prima che Sempronio fosse tornato a sedersi, un altro personaggio s’era alzato in piedi, alle spalle del principe Ameto. Era un uomo dal torace ampio, che sotto le pieghe degli indumenti finemente ricamati nascondeva un fisico possente. Abbassò la testa in un saluto al sovrano e si rivolse all’ambasciatore di Roma.
«Posso chiedere al nostro alleato romano quanto ci vorrà prima che l’esercito di Cassio Longino arrivi in nostro soccorso?».
Sempronio rimase seduto nel rispondere al suo interlocutore, con un’espressione di evidente repulsione e disprezzo sul viso.
«Il comandante della colonna di soccorso sostiene che il governatore ci raggiungerà entro pochi giorni, Crato».
«Giorni, eh? E quanti, di preciso?». L’uomo spostò lo sguardo su Macrone e sollevò la mano per zittire Sempronio, che stava iniziando a rispondere. «Lo chiedo al centurione. Allora, quanti giorni?».
Macrone si agitò sulla sedia, chiaramente a disagio, con tutti gli occhi dei presenti addosso. Guardò Sempronio e l’ambasciatore annuì, mormorando: «Siate franco, centurione».
Macrone deglutì e si concentrò su un rapido calcolo del tempo necessario al governatore per riunire i propri uomini e attraversare il deserto fino a Palmira. La carovana dei rifornimenti avrebbe avuto non poche difficoltà a procedere in fretta, rifletté Macrone. Sospirò e rispose: «Almeno una quindicina di giorni. Forse anche venti, signore».
«Venti giorni», ripeté Crato in tono enfatico.
Sempronio si chinò impercettibilmente verso Macrone e sibilò: «Franco sì, ma fino a un certo punto, per gli dèi!».
«Venti giorni!». Crato spalancò le braccia. «Come farà la cittadella a resistere per altri venti giorni?»
«Abbiamo già resistito più a lungo di così, finora», obiettò Sempronio.
«Ce la faremo per altri venti giorni».
«E come?», ribatté Crato. «Le scorte d’acqua stanno per esaurirsi e il cibo non durerà ancora per molto. Grazie all’arrivo del principe Balto e dei suoi amici, i nostri alleati romani, abbiamo altre mille bocche da sfamare, senza contare le centinaia di cavalli che hanno portato con loro. Altro che salvarci, questi Romani non hanno fatto che peggiorare la situazione! Prima che l’esercito romano ci abbia raggiunto, saremo morti di sete e di fame e il principe Artasse e i suoi ribelli staranno raccogliendo le nostre ossa».
«Bene, allora», lo interruppe Termone, battendo con la punta del suo bastone sul pavimento lastricato. «Voi cosa suggerite di fare, Crato?»
«Negoziare coi ribelli. Prendere accordi perché coloro che si sono rifugiati nella cittadella vengano risparmiati».
«Anche se per Sua Maestà questo significherebbe dover abdicare? E il nostro trattato con Roma? Non vi terremmo fede, in questo modo».
«Anche a questo prezzo, sì». Crato annuì. «Per quanto la mia lealtà verso il re sia sconfinata, dobbiamo accettare il fatto che insistere perché continui a regnare porterebbe Palmira a una divisione deleteria. Come del resto l’eventuale presa di potere del principe Artasse, se dovesse conquistare la cittadella. Per come la vedo io, c’è un unico modo per uscire da questa situazione. Dobbiamo proporre un compromesso ai Palmireni: un sovrano che non sia assoggettato né a Roma né alla Partia. Dobbiamo proporgli il principe Ameto come nuovo re». Fece un passo in avanti e appoggiò la mano sulla spalla del principe. Ameto sussultò e si voltò di scatto a guardarlo. Crato gli sorrise per rassicurarlo e Ameto annuì felice, riprendendo a fissare lo sguardo nel vuoto.
Poi Crato si schiarì la voce e continuò: «Lasciate che sia il principe Ameto a preservare l’equilibrio di potere fra i due grandi imperi che ci stanno schiacciando come una morsa. Lasciate che Sua Maestà abdichi, e che a prendere il suo posto sia il figlio maggiore, il suo erede naturale. E lasciate che il principe Ameto riporti la pace nel nostro reame!».
«Pace!», esclamò sprezzante il principe Balto, alzandosi in piedi per affrontare Crato. «Sapete benissimo che sotto il regno di mio fratello non potrebbe esserci nessuna pace! Ameto è un idiota. Facilmente influenzabile. Soprattutto da voi, Crato. Non avete che da tirare il guinzaglio e lui vi segue come un cane bastonato. Lo sanno tutti. Proprio come tutti sanno che ci consegnereste nelle mani di qualunque impero vi pagasse più oro per farlo!».
Catone notò che durante la tirata del fratello Ameto non s’era quasi mosso. Si chiese come potesse ignorare quegli insulti. A meno che la sua idiozia non lo avesse reso immune persino a questo.
Per un attimo, Crato strabuzzò gli occhi per la rabbia, poi si costrinse a sorridere e fece un gesto d’indifferenza con la mano. «Il principe ha dimenticato diverse cose. Non è forse vero che la mia famiglia ha sempre sostenuto il re Vabato, e tutti i suoi predecessori, con incrollabile fedeltà? Non prendo lezioni di fedeltà da un uomo il cui unico senso del dovere è rivolto all’indulgenza verso se stesso».
Balto fece alcuni passi in direzione del nobile portando istintivamente la mano al fianco, prima di ricordarsi che aveva consegnato la spada alle guardie all’entrata. A nessuno era consentito presentarsi armato nella sala delle udienze, se non al re in persona e alle sue guardie del corpo. Crato indietreggiò, mentre Balto, fumante di rabbia, gli puntava un dito in faccia.
«Figlio di un cane!». Sollevò il mento con fare altero. «Io sono fedele a mio padre, e combatterei e morirei per lui, se me lo chiedesse. L’onore è il mio padrone. Il vostro è l’oro».
L’espressione compiaciuta di Crato mutò in una smorfia dura. Catone vide le sue mani stringersi a pugno e cominciò a temere le conseguenze di ogni tipo di scissione tra le fila già gravemente assediate di chi era intrappolato nella cittadella. Prima che uno dei due potesse attaccare l’altro, il re si alzò in piedi e gridò: «Ora basta! Sedetevi, tutti e due! Subito!».
Con un ultimo sguardo di odio reciproco, Crato e Balto ripresero con riluttanza il loro posto. Il re li fissò entrambi per qualche istante prima di continuare, in tono più pacato. Catone, che la notte precedente lo aveva visto in un momento di sconforto e di abbandono, fu sorpreso dall’improvvisa autorevolezza della sua presenza e dalla fermezza della voce che ricordava l’uomo che era stato in tempi migliori di quelli. «Non ci saranno negoziati coi ribelli, che sia chiaro per tutti. In ogni caso, conosco mio figlio, il principe Artasse. Non proverebbe che disprezzo per i nostri tentativi di negoziazione. Non accetta e non riconosce il diritto di discendenza di Ameto e quindi il fatto che sia l’erede diretto al mio trono». La voce del sovrano tremò un attimo, poi continuò: «La mia speranza era che Artasse divenisse il suo primo ministro, il suo generale. Un tempo prometteva grandi cose. Ora invece? Non è che un peso, messo lì a tormentare i ricordi di un povero vecchio». Il re s’interruppe e deglutì. «Quando arriverà il momento, sarà Ameto a diventare re».
«E io?», chiese Balto.
«Tu?». Il re sembrava sorpreso. «Quando l’assedio finirà, sono certo che tornerai ad essere ciò che sei sempre stato: un ubriacone buono a nulla».
Le labbra di Balto si serrarono fino a divenire una linea sottile, mentre le sue dita si chiudevano nervosamente sui braccioli della sedia.
«Non è giusto», mormorò pianissimo Macrone. «È un ottimo guerriero».
«Silenzio», sibilò Sempronio. «Non voglio sentire un’altra parola».
Macrone annuì, ma cercò di trasmettere la sua protesta a Catone, lanciandogli un’occhiata.
Il re stava ancora guardando il suo secondogenito. «Se pensi che sbagli a giudicarti così, figliolo, dovrai dimostrarmelo».
«Lo farò», rispose freddamente il principe Balto. «Vi rimangerete le vostre parole».
Molti, fra i presenti, sussultarono per la temerarietà di quella frase, e il re rimase con lo sguardo fisso sul figlio, con le sopracciglia aggrottate e l’espressione più cupa che mai. Ci fu un silenzio pieno di tensione, poi Termone ruppe il ghiaccio schiarendosi la voce.
«Vostra Maestà, abbiamo ancora molti argomenti di cui discutere».
Gli occhi del re si distolsero dal figlio e si posarono irosi sul ciambellano.
«La situazione dei rifornimenti, Vostra Maestà?», proseguì Termone con perfetto tempismo. «Dobbiamo assolutamente parlarne».
«Sì... sì, dobbiamo». Il re si riaccomodò sullo scranno. «Continuate».
Termone chinò leggermente il capo e tornò a rivolgersi agli altri presenti. «Come ha fatto notare Crato, le nostre riserve di cibo e acqua si stanno esaurendo. Le razioni della guarnigione sono già state dimezzate. I rifugiati all’interno delle mura della cittadella sopravvivono appena, con molto meno a disposizione. Ora abbiamo ancora più bocche da sfamare. Che fare?».
Ci fu una pausa, mentre i consiglieri del re valutavano il problema. Poi Balto prese la parola. «Scacciate i rifugiati dalla cittadella. Rimandateli in città».
«Non possiamo farlo», rispose Termone. «È più che probabile che vengano trucidati dai ribelli».
«Mio fratello potrebbe risparmiarli», ipotizzò Balto con una scrollata di spalle. «E anche se non lo facesse, sarebbero morti comunque. Così almeno lasceremo che le loro razioni di cibo vadano ai soldati in difesa della cittadella e del re. A meno che qualcuno non abbia un’idea migliore ». Balto si voltò e si guardò intorno fra i presenti.
«Uccidete i cavalli», propose Catone ad alta voce.
Balto si voltò a guardarlo e inclinò la testa di lato. «Che cosa?»
«Uccidete i cavalli», ripeté Catone. «Consumano l’acqua che potremmo sicuramente impiegare meglio, e la loro carne potrebbe nutrire i civili e la guarnigione per un bel pezzo. Magari non fino all’arrivo del governatore, ma almeno ci farebbe guadagnare del tempo».
A Catone quel suggerimento sembrava abbastanza ragionevole, ma all’improvviso si avvide che i nobili palmireni lo stavano guardando inorriditi. Si chinò verso Sempronio. «Ho detto qualcosa di male?»
«In questa parte del mondo il cavallo è considerato di grande valore», gli spiegò Sempronio. «Qualcuno arriva ad affezionarsi più al proprio cavallo che alla propria moglie».
«Mi ricorda mio padre», commentò Macrone inopportunamente.
Catone però non si scoraggiò. Si alzò in piedi e sollevò la mano per placare il rabbioso mormorio che serpeggiava fra i rappresentanti della nobiltà di Palmira. «Permettete?».
Il ciambellano del re annuì e batté a terra il suo bastone per richiamare i suoi compatrioti al silenzio. Catone attese che questo si fosse ristabilito, prima di proseguire. «Questo non è certo il momento adatto per i sentimentalismi. Tutto dipende dalla durata della resistenza della cittadella. I cavalli potrebbero essere determinanti per la nostra sopravvivenza. Se li teniamo in vita, ed essi consumano le nostre scorte, non faranno che accelerare la nostra disfatta. Bisogna sacrificarli», insisté Catone. «Dopotutto, sono soltanto animali».
«Soltanto animali?». Balto scosse la testa. «Per voi Romani, forse. In fondo i vostri cavalli sono creature miserabili. Se dovete uccidere delle bestie, che siano le vostre. La mia non la toccherete con un dito».
Gli altri nobili si abbandonarono a un mormorio di approvazione per Balto, ma Catone non demorse. «Dunque preferite nutrire i vostri cavalli piuttosto che il vostro popolo? È così?». Scosse il capo. «Per quanto tempo credete che la gente resisterà? Quando i bambini cominceranno a piangere e sentiranno i morsi della fame dilaniargli lo stomaco, credete che continuerà a condividere la vostra passione per i bei cavalli? Vi farà a pezzi. O almeno ci proverà. E voi sarete costretti a uccidere, per salvare i vostri cavalli. E quando il principe Artasse verrà a sapere di questa vostra follia, farà in modo che chiunque, uomo, donna o bambino, fra la Siria e l’Eufrate ne venga a conoscenza. E non sarà più considerato un ribelle, ma un liberatore».
Catone fece una pausa perché tutti riflettessero bene sulle sue parole e si guardò intorno nella sala, incontrando brevemente anche lo sguardo di Macrone, che gli strizzò un occhio annuendo, per dimostrargli la propria incondizionata approvazione. Catone respirò a fondo per rallentare il battito del suo cuore come impazzito, e continuò in tono più calmo.
«Dovete sacrificare i cavalli, o perderete ogni cosa. Ma c’è un’altra ragione per cui vanno uccisi. Sarà un segnale forte, per tutti gli abitanti della cittadella: capiranno che non ci saranno tentativi di fuga, di portarsi in salvo scappando da qui a cavallo. Continueremo a combattere, tutti insieme, finché arriverà Cassio Longino; oppure moriremo, insieme, impegnati nella strenua difesa della rocca».
Catone si riaccomodò sulla propria sedia e incrociò le braccia sul petto. Macrone gli diede di gomito e mormorò: «Bel lavoro. Fin troppo, direi. Non starai pensando di lasciare l’esercito e di studiare legge, vero, quando saremo di nuovo a Roma?»
«Pessima battuta, anche per te, Macrone», sussurrò Catone.
Sempronio stava valutando la reazione che il breve intervento di Catone aveva scatenato in sala, e annuì soddisfatto prima di rivolgersi al giovane ufficiale. «Penso che li abbiate convinti, prefetto. Un crudo appello alla ragionevolezza e alle paure, senza tanti svolazzi retorici. E ha funzionato». Guardò Catone da vicino per qualche secondo, palesandogli il suo apprezzamento. «In voi c’è più di quanto fossi portato a credere. Se sopravvivremo a tutto questo, farete molta strada».
«Lo spero vivamente», mormorò Catone. «E più saremo lontani da qui, meglio sarà».
Il re fece cenno al suo ciambellano di avvicinarsi e i due conferirono a bassa voce per qualche secondo, poi Vabato si riappoggiò allo schienale del suo scranno con espressione torva, mentre Termone allargava le braccia per attirare l’attenzione dei nobili presenti.
«Signori! Il re richiede la vostra attenzione! Silenzio!».
Quando in sala ci fu di nuovo il silenzio, il re raddrizzò le spalle e si schiarì la voce. «È mio volere che ogni cavallo nella cittadella venga macellato senza indugi. Non vi saranno eccezioni di sorta. Tutti voi consegnerete i vostri cavalli ai comandanti della reale guardia del corpo. Anche tu, Balto».
«Davvero?». Balto fece un sorriso sinistro. «E gli stalloni nelle vostre scuderie, sire? Che ne sarà di quelli?»
«Saranno i primi a venire ammazzati». Il re fece un ampio gesto indicando Catone. «L’ufficiale romano ha ragione. Siamo tutti nella stessa situazione. C’è un unico destino che ci accomuna, qui nella cittadella. E se Artasse verrà a saperlo, si renderà conto che siamo decisi a sconfiggerlo, o a morire nel tentativo. Questi sono i miei ordini. L’udienza è tolta».
Il bastone di Termone batté sul pavimento. «Tutti in piedi per il re!».
Una manciata di sedie grattò il pavimento, quando i nobili di Palmira e i Romani si alzarono chinando il capo in segno di deferenza. Il re Vabato si alzò a sua volta e attraversò la sala, diretto verso una piccola porta d’angolo, oltre la quale sparì alla vista degli astanti. Termone attese qualche altro momento, poi si voltò verso gli altri e diede loro il permesso di accomiatarsi. I nobili palmireni si misero a confabulare in toni amari e soffocati mentre uscivano alla spicciolata dalla grande sala, finché non rimasero che i tre Romani e i sostenitori del principe Ameto, assiepati dietro a quest’ultimo. Crato fissò Catone.
«Avremmo potuto negoziare coi ribelli. Salvando molte vite». Sorrise amaramente. «Avremmo potuto persino risparmiare i cavalli tanto cari al principe Balto. E invece? Invece avete convinto il re a combattere e siamo tutti condannati. Spero siate soddisfatto, Romano».
Catone rimase impettito, senza rispondere. Per un attimo vi fu un silenzio pieno di tensione, poi Crato sbuffò in tono di scherno e si rivolse al principe Ameto: «Dovremmo andare».
Ameto annuì distrattamente e si alzò in piedi. Crato indicò la porta e il principe si allontanò, seguito dal nobile e dal resto del suo sparuto seguito.
«Non preoccupatevi di quel che dice Crato», disse Sempronio in tono pacato. «Non ha molta influenza sul re, e nemmeno sui membri della sua corte, se è per questo. Ma il potere che esercita su Ameto è un’altra cosa».
«Non è lui a preoccuparmi», rispose Catone, ostentando calma. «È suo fratello a costituire un vero pericolo, per noi».
«Il principe Artasse?». Sempronio inarcò le sopracciglia. «Ovviamente».
«No, non lui», proseguì Catone. «Il principe Balto. Per quanto sia, non mi perdonerà mai per essermi messo fra lui e suo padre. Temo che ci siamo appena fatti un nuovo nemico».
«Davvero?». Macrone scrollò le spalle. «Ora come ora, che importanza ha, uno più o uno meno? Fra l’altro», si leccò le labbra, «sembra che il menù torni a contemplare la carne fresca».
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CAPITOLO VENTUNO.
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Il macello dei cavalli ebbe inizio poco dopo, cominciando da quelli delle scuderie reali, come aveva ordinato re Vabato. Gli animali venivano tenuti fermi da uomini nerboruti che tenevano ben salde le tirelle di cuoio. Poi il macellaio delle reali cucine li sgozzava, raccogliendo il sangue in ampie tinozze di legno. Questo veniva utilizzato per addensare la farinata d’avena che ogni giorno veniva preparata per i rifugiati civili. Le carcasse venivano rapidamente sventrate e gli organi non commestibili scartati e in seguito buttati fuori dalle mura, in un punto sottovento, per evitarne il tanfo. Una volta scorticate le carcasse, la carne veniva staccata dalle ossa, pronta per essere conservata nei grandi recipienti riempiti di salamoia preparati nelle cantine sottostanti gli appartamenti reali. Qualunque altra parte che potesse essere cotta e conservata veniva messa nelle pentole che bollivano sopra i vari fuochi allestiti nella caserma delle guardie del corpo.
Catone e Macrone trascorsero la giornata provvedendo alla sistemazione dei loro uomini e compilando il ruolino dei turni di servizio, nonché facendo l’inventario dell’attrezzatura rimasta. Per tutto il tempo l’aria risuonò dei nitriti disperati dei cavalli, e l’odore della carne lessata o arrostita delle povere bestie riempì le loro narici al punto che alla fine della giornata a Macrone era quasi passata la voglia di carne fresca. Quasi. Quando l’incaricato delle cucine portò ai due ufficiali un bel pezzo di carne di cavallo grigliata e una brocca di acqua e vino da dividere in due, Macrone dimenticò subito il cattivo odore e ci diede subito sotto, staccando prima un bel pezzo di polpa da offrire a Catone. I due amici dividevano una delle piccole stanze per ferrare i cavalli all’interno della scuderia reale. L’odore dei precedenti inquilini era ancora fastidiosamente sospeso nell’aria. Gli altri ausiliari e legionari occupavano le stalle e il cortile; la maggior parte di essi dormiva già, ridotta allo stremo delle forze dalle fatiche degli ultimi giorni.
«Hai avuto davvero una buona idea», riuscì a biascicare Macrone, masticando la carne. «Ero davvero stufo di mangiar sempre solo pane e gallette».
Catone aveva sfoderato il pugnale ed era impegnato a tagliare la propria porzione di carne a striscioline. «Può darsi. Ma dubito di essermi guadagnato l’amicizia dei nobili, con questa trovata».
«Che si fottano. Avevi ragione. Se non riescono a vedere oltre le loro maledette ricchezze, per capire ciò che è veramente importante, non meritano nemmeno di possederle». Macrone ridacchiò. «Ma le facce che hanno fatto erano impagabili. Cosa non darei per rivederle!».
Continuò a masticare per un po’, prima di rivolgersi di nuovo a Catone: «Uno spettacolo grandioso, a proposito, il tuo discorso».
Catone si strinse nelle spalle. «Ho solo detto quel che bisognava dire, nient’altro».
«Lo so, ma è il modo in cui l’hai detto che ha fatto la differenza. Io non ci sarei mai riuscito», disse Macrone in tono sommesso. Nel riconoscere la propria inferiorità in quel campo, provò un po’ di dispiacere. Non aveva la stessa dimestichezza con la lingua parlata che riscontrava nel suo giovane amico, si disse. Benché fosse un buon soldato, Macrone dubitava che avrebbe mai raggiunto un grado elevato al comando dell’esercito. Come la maggior parte dei legionari, nel profondo del suo cuore covava l’ambizione di diventare un giorno centurione capo: il primus pilus. Erano pochi a raggiungere quel grado. Perlopiù si moriva o si restava menomati per le ferite, oppure si veniva congedati molto prima di poter anche solo concorrere per quella posizione. E inoltre, soltanto gli uomini con una carriera immacolata e una quantità smisurata di premi e riconoscimenti al valore potevano sperare di essere presi in considerazione. Macrone rifletté amareggiato sugli ultimi due anni che lui e Catone avevano trascorso in missione speciale per Narciso. La natura segreta di quell’incarico significava che non sarebbe mai stato pubblicamente riconosciuto, e che loro non avrebbero mai potuto riscuotere i dovuti onori per i pericoli che avevano affrontato al servizio di Roma. Per quanto determinante fosse stata la loro missione, averla portata a termine non avrebbe recato loro alcun vantaggio, quando fossero ritornati al regolare servizio nelle legioni. Fino ad allora, Macrone voleva approfittare al massimo del suo comando provvisorio, sperando che la buona qualità del suo servizio venisse prima o poi registrata fra le sue credenziali. Era l’unica via che poteva percorrere per raggiungere la promozione, rifletté. Catone invece, con il suo cervello, era sicuramente destinato ad essere affrancato dal centurionato e assegnato al comando permanente di una delle più prestigiose coorti ausiliarie. Le sue capacità gli sarebbero valse l’accesso nei ranghi degli equites, il secondo livello dell’aristocrazia di Roma, e i suoi eredi, se fosse vissuto abbastanza a lungo da generarne, sarebbero stati eleggibili al Senato. Una prospettiva da capogiro, riconobbe Macrone scrutando l’amico di sottecchi. Un giorno, si disse, Catone sarebbe assurto a un grado superiore al suo. Quell’idea lo colpì all’improvviso e per qualche istante gli fece provare una briciola di risentimento. Ma si scrollò di dosso quella sensazione meschina, rimproverandosi persino di averla provata.
«Comunque», Catone afferrò un pezzettino di carne e lo infilò in bocca, «in questo momento non ha nessuna importanza. Quel che conta è resistere fino all’arrivo di Longino a Palmira. Se ci metterà più di quanto ci aspettiamo, uccidere i cavalli non sarà bastato. Dovremo fare quel che ha suggerito Balto». Macrone si fermò un attimo per ricordare, poi inarcò le sopracciglia.
«Ah, vuoi dire buttar fuori i civili dalla cittadella».
«Sì».
«È tosta, sentirlo dire da te, amico».
«Che alternativa avremmo?». Catone sospirò desolato. «Se restano nella cittadella e moriamo tutti di fame fino a doverci arrendere, Palmira finirà nelle mani della Partia. L’imperatore non lo permetterà, ci sarà una guerra e in quel caso saranno migliaia i civili destinati a morire. Sacrificare questi, dunque, alla lunga sarebbe conveniente».
«Può darsi», rispose Macrone. «Ma c’è una questione più immediata che dovresti prendere in considerazione».
«Cioè?»
«Non dimentichiamo quel che il principe Artasse ha in serbo per noi, se conquista la cittadella».
«Non l’avevo dimenticato».
Macrone si strinse nelle spalle. «Se ci sarà da scegliere fra i civili e noi, be’, io non vedo grosse possibilità per noi».
Catone non rispose. Stava ancora pensando alla minaccia di uccidere tutti i Romani all’interno della cittadella. E fra questi c’era anche la figlia dell’ambasciatore, Giulia... che prima sarebbe senza dubbio passata fra le mani dei soldati di Artasse, perché ne disponessero a loro piacimento. Alla sola idea si sentì riempire di rabbia e provò di nuovo quella strana sensazione di calore e dolore al petto, come uno slancio d’affetto per la ragazza. Catone afferrò la brocca e bevve alcuni sorsi di acqua e vino. Macrone lo osservava divertito.
«Bevi come se non avessi mai assaggiato il vino prima d’ora».
Catone abbassò la brocca. «Ne avevo bisogno. La giornata è stata lunga».
«Come minimo!», scoppiò a ridere Macrone. «Sempre incline a sottovalutare tutto, eh?».
Catone si unì alla risata e per un attimo tutto il peso degli ultimi giorni sembrò abbandonarlo e si sentì felice e orgoglioso di poter stare al fianco di Macrone, nelle battaglie a venire. Per quanto alto il rischio, per quanto sottile fosse la linea fra la vita e la morte, in qualche modo Macrone era sempre riuscito a incoraggiarlo, a fargli credere che sarebbero usciti vivi da ogni situazione.
Si alzò in piedi e stiracchiò le spalle con uno stanco mugolio.
«Vai da qualche parte?», gli chiese Macrone.
Catone annuì. «Un ultimo giro d’ispezione alle postazioni delle sentinelle, poi torno. Tutto qui».
«Fa’ in modo che sia così. Hai bisogno di riposo, amico. Come tutti noi, del resto».
«Ehi, sei forse mia madre?»
«No. Solo l’ufficiale al comando. E ti sto ordinando di farti un bel sonno, stanotte».
Catone sorrise e si mise rigidamente sull’attenti, esasperando il gesto.
«Sì, signore!».
Lasciò le scuderie e salì sugli spalti. Quella notte toccava alla Seconda Illirica stare di sentinella e Catone passò di postazione in postazione per accertarsi che i suoi fossero svegli e che tenessero d’occhio il nemico. Le sentinelle erano stanche quanto gli altri soldati, ma sapevano molto bene a quale punizione sarebbero andate incontro, addormentandosi in servizio: la lapidazione; perciò continuavano a marciare incessantemente lungo il tratto di mura assegnato a ognuna di esse. Una volta controllato anche l’ultimo dei suoi, e felicemente accertato che il centurione di turno avesse adeguatamente preparato la parola d’ordine e i cambi della guardia, Catone si arrampicò sulla torre di segnalazione per avere una panoramica della città, prima di avviarsi verso il proprio letto e a un buon sonno ristoratore, di cui aveva disperatamente bisogno.
In cima alle scale si fermò a riprendere fiato, poi sbucò sulla piattaforma, facendo un cenno con la testa per rispondere al saluto dell’ausiliario addetto alla pira. All’interno di una pesante struttura di ferro dei ceppi di palma poggiavano su di un mucchio di foglie secche che fungevano da combustibile. Sotto la struttura c’era la cenere del fuoco acceso la notte precedente per segnalare a Macrone di sferrare il suo attacco contro la porta orientale della città. Catone raggiunse gli spalti prospicienti l’agorà e spinse il suo sguardo fino al sagrato del tempio, dove i ribelli avevano lavorato tutto il giorno per riparare l’ariete e il suo cantiere. Avevano sostituito le corde tagliate e la zona dei lavori era circondata da torce accese; in quel momento lunghe file di uomini stavano spingendo delle pulegge, mentre l’ariete veniva sollevato e messo in posizione e le corde di supporto velocemente fissate alla struttura in legno del capannone. Osservando i loro progressi, Catone sentì un vuoto allo stomaco: si rese conto che l’ariete sarebbe stato riparato prima dell’alba del nuovo giorno. L’audace assalto dei mercenari greci era costato un solo giorno di ritardo al nemico. Era tutto quello a cui era servito, a parte distrarre l’avversario dall’assalto di Macrone alla porta orientale. Un vantaggio ben misero, si disse Catone, ma la sua esperienza di soldato gli diceva che anche un solo giorno avrebbe potuto essere determinante per l’esito di quella battaglia.
Sollevò lo sguardo e scrutò lentamente tutta la zona circostante. Alcune luci provenienti dai fuochi accesi nelle strade dalla parte opposta della città gli rivelarono il cuore dell’attività nemica. Catone comprese quanto fosse numericamente svantaggiata la guarnigione della rocca. E se i Parti avessero raggiunto la città prima di Longino, sarebbero cadute anche le ultime speranze.
Udì dei passi; un’altra persona stava salendo sulla torre di segnalazione, ma era troppo stanco e immerso nei suoi deprimenti pensieri per darsi la briga di girarsi a vedere chi fosse.
«Ehi, ma è il prefetto Catone», disse Giulia.
Catone si voltò, raddrizzando la schiena per salutarla con rigida formalità. «Donna Giulia».
«Cosa state facendo qui?», fece lei, brusca.
Catone era seccato dall’interruzione e rispose in tono altrettanto asciutto. «Il mio lavoro. E voi?»
«Ho appena finito di lavorare, prefetto. Vengo qui per stare un po’ da sola».
«Da sola?». Catone non riuscì a nascondere la propria sorpresa. «E perché dovreste desiderare di stare da sola?».
Lei lo fissò con sguardo pungente. «Per lo stesso vostro motivo, immagino. Per riflettere. È per questo che siete venuto quassù, no?».
Catone si accigliò, seccato all’idea che lei avesse indovinato le sue intenzioni e le sue abitudini senza neanche conoscerlo bene. L’estrema irritazione della sua espressione era quasi comica e all’improvviso lei scoppiò a ridere: un suono cristallino e piacevole che in circostanze diverse Catone avrebbe anche gradito, ma che in quel momento non fece altro che peggiorare il suo umore. Giulia lo capì subito e stese una mano per sfiorargli il braccio.
«Mi dispiace. Sembra che abbiamo iniziato col piede sbagliato». Sorrise. «Credetemi, non era mia intenzione offendervi. Non volevo farvi arrabbiare».
Il suo tono era sincero e la luce del piccolo braciere che ardeva accanto alla pira si rifletteva nei suoi occhi facendoli scintillare. Per quanto determinato a conservare l’atteggiamento distaccato, Catone non poté fare a meno di ammorbidirsi.
Annuì. «Non è stata la più cordiale delle accoglienze, è vero. Mi scuso per il mio comportamento. Talvolta mi è difficile dimenticare che sono un soldato».
«Lo so. Qualche volta mio padre ha lo stesso problema, ed è un diplomatico. E dopo tutto quello che avete passato, sono certa che abbiate il diritto di essere un po’ brusco con me».
Catone era imbarazzato per il suo precedente comportamento e si sentiva ancora più in colpa, ora che Giulia gli aveva dimostrato una gentilezza che egli non era stato capace di ricambiare. Deglutì nervosamente e chinò il capo, indietreggiando di mezzo passo per scostarsi da lei. «Farò meglio, allora, a lasciarvi sola coi vostri pensieri, signora. Mi scuso per avervi disturbata».
«Ma non siete stato voi a disturbare. Eravate qui prima di me», gli ricordò lei. «Vi va di condividere la torre con me? Prometto di star zitta e di non distrarvi dai vostri pensieri».
C’era di nuovo quella vena divertita nella sua voce, e Catone si sentì nuovamente preso in giro. Scosse il capo. «Devo riposare, signora. Vi auguro la buona notte».
Prima che potesse voltarsi del tutto, Giulia disse: «Vi prego, rimanete un poco a parlare con me. Sempre che non siate troppo stanco da dedicarmi un momento».
Era esausto, e il pensiero di un buon sonno era la sua idea fissa, tuttavia lo sguardo implorante che lei gli rivolse ebbe la meglio sulla sua determinazione. Le sorrise. «Sarebbe davvero un piacere, mia cara signora».
«Vi avevo detto di darmi del tu e chiamarmi Giulia».
«Infatti. Ma solo se mi chiamerai Catone».
«Quello è il tuo cognome. Posso conoscere il tuo nome proprio?»
«Nell’esercito ci chiamiamo solo con il cognome. È la forza dell’abitudine».
«Va bene. E Catone sia». Giulia si spostò verso il lato della torre che sovrastava l’agorà. Si voltò a guardarlo sorridendo e Catone la raggiunse, conscio della sua vicinanza eppure incapace di creare qualsiasi contatto fisico fra loro. Per la prima volta si accorse del suo profumo, un aroma di limone mescolato a qualcosa di dolce, e lo assaporò voluttuosamente mentre, al suo fianco, ammirava Palmira.
«Che cosa splendida», disse Giulia, «la città di notte. Da bambina mi mettevo sempre seduta in terrazza, nella nostra casa di Roma. Vivevamo sulla collina del Gianicolo, con vista sul foro e sul palazzo imperiale. Di notte le torce e i bracieri brillavano come diamanti e pietre d’ambra in tutta la città. Nelle notti di luna piena si potevano scorgere i dettagli per chilometri e chilometri, come se Roma fosse un giocattolo fatto di pietra blu. Talvolta dal Tevere s’alzava la bruma».
Catone sorrise. «Me la ricordo. Era simile a un sottile velo di seta. Sembrava tanto soffice che mi veniva voglia di allungare la mano per toccarla».
Lo guardò con espressione di sorpresa. «Anche tu? Credevo di essere l’unica a vederla così. Hai vissuto a Roma?»
«Sono cresciuto a palazzo. Mio padre era un liberto imperiale». Le parole gli scivolarono di bocca prima che potesse impedirlo e si domandò subito se adesso, conoscendo le sue umili origini, lei lo avrebbe giudicato diversamente.
«Figlio di un liberto, e ora prefetto degli ausiliari», disse Giulia. «Un bel passo avanti».
«Prefetto incaricato», confessò Catone. «Una volta trovato un comandante permanente, tornerò al mio rango di centurione. Subalterno, perdipiù».
Giulia non si fece ingannare dalla sua modestia. «Il fatto che tu sia stato scelto per occupare una posizione di comando vuol dire che qualcuno pensa che tu abbia un potenziale, Catone».
«Sarebbe bello poterlo credere. Altrimenti ci vorrà un bel po’, prima che io accumuli abbastanza esperienza e autorità per ambire a ulteriori promozioni nella legione».
«E ti piacerebbe?»
«A quale soldato non piacerebbe?»
«Perdonami, Catone, ma per me tu non hai l’aria di un classico soldato ».
La guardò sorpreso. «Dici davvero?»
«Oh, sarai sicuramente un bravissimo ufficiale, e so che sei coraggioso; secondo mio padre, poi, hai anche un talento speciale nel parlare».
«Ma?».
Giulia scrollò le spalle. «Non so dirti esattamente. Mi pare che tu abbia una certa sensibilità che non ho mai riscontrato nei soldati che ho conosciuto finora».
«Sarà per l’educazione ricevuta a palazzo».
Lei rise e tornò ad ammirare la città; fra loro cadde un lungo silenzio, fino a quando Catone tornò a parlare. «E di te cosa mi dici? Cos’è accaduto alla ragazzina che passava le serate a guardare Roma dalla terrazza?».
Giulia sorrise debolmente, poi si afferrò delicatamente un polso con l’altra mano e cominciò a sfregarlo con lentezza. «Come tutte le ragazze di buona famiglia, fui data in sposa a un uomo col triplo dei miei anni quando ne avevo quattordici. Le nozze dovevano servire a stabilire un legame di parentela fra due famiglie di nobile lignaggio. Solo che mio marito mi picchiava».
«Mi dispiace».
Lo guardò con aria triste. «So cosa stai pensando. Tutti i mariti picchiano le mogli, ogni tanto».
«Non intendevo...».
«Be’, forse è anche vero. Ma Giunio Porcino mi picchiava quasi tutti i giorni. Per qualsiasi cosa. Per un po’ ho sopportato in silenzio... Pensavo che tutti i matrimoni fossero così. Ma dopo che per due anni, tutte le mattine, mi ero rassegnata a vedere il mio viso gonfio e tumefatto allo specchio, chiesi a mio padre il permesso di divorziare da Porcino. Quando venne a sapere cosa era successo, acconsentì. Da allora l’ho sempre accompagnato nei suoi spostamenti al servizio dell’imperatore. Immagino di aver preso il posto di mia madre nell’accudirlo e nel badare alla casa. Lei è morta nel darmi alla luce». Giulia rimase un attimo in silenzio, poi sorrise imbarazzata. «Che stupida che sono! Annoiarti a morte con la storia della mia famiglia, quando tu hai tanto bisogno di riposare».
«No, va bene così», rispose Catone. «Voglio dire... Non sono affatto annoiato. Davvero. Sei molto... aperta».
«Intendi dire indiscreta».
Catone scosse il capo. «Aperta, sincera. Solo che io non ci sono abituato. I soldati non sono certo inclini a esternare i propri sentimenti. Quindi questo per me è un piacevole diversivo».
«Oh, normalmente non sono così schietta. Ma adesso?». Giulia si strinse nelle spalle. «La vita potrebbe rivelarsi un po’ più breve di quel che m’ero aspettata. Non c’è motivo di trattenere questo tipo di sentimenti e di idee. La prospettiva della morte può essere piuttosto liberatoria».
«Ah, su questo sono d’accordo». Catone ridacchiò, ricordando la foga selvaggia e trascinante del combattimento, unita alla paura. Paradossalmente, non s’era mai sentito tanto vivo come in quei momenti. Una triste verità, ammise con se stesso. C’era stato un tempo in cui il suo più grande diletto era stato il perseguimento della conoscenza. Da quando era diventato un soldato, aveva scoperto un lato del suo carattere di cui non aveva mai nemmeno sospettato l’esistenza. Forse si trattava di uno dei vantaggi della vita militare: l’acquisizione della consapevolezza di sé. Cinque anni prima era stato un ragazzo timido, pieno di dubbi sul proprio valore e con scarsa autostima. Tutto gli sembrava impossibile. Ora invece sapeva di cosa era capace, sia nel bene che nel male. Aveva acquisito resistenza e coraggio che un tempo non avrebbe mai creduto possibili.
Catone si accorse di essere rimasto in silenzio un po’ troppo a lungo e vide che Giulia lo stava osservando furtivamente.
«A volte vorrei essere un uomo», disse piano. «Sono talmente tante le esperienze che vengono negate alle donne! E tante le opportunità. Ma da quando è scoppiata la rivolta, non ne sono più tanto sicura. Non posso nemmeno pensare a quanti corpi mutilati ho dovuto curare in ospedale. Il mestiere del soldato è veramente una cosa brutale».
«Verissimo», convenne Catone. «Ma è soltanto una parte del mestiere. Non viviamo per uccidere».
«Se solo avessi potuto vedere quel che è successo qui il giorno in cui è scoppiata la rivolta». Giulia fu scossa da un tremito e chiuse gli occhi per un istante. «Il massacro sembrava non dover finire mai. Soldati che uccidevano soldati, poi donne e bambini. È stato un vero macello. Non ho mai visto niente di più barbarico».
«Può darsi». Catone si sfregò una guancia. «Il fatto è che quella barbarie è in ognuno di noi. Basta una giusta dose di provocazione, o un’opportunità, per farla emergere».
Lo scrutò più da vicino. «Lo pensi davvero?»
«Lo so per certo».
«E pensi che agire in modo barbaro sia una cosa insita nel tuo carattere?»
«Non è un modo di agire. Non per me. Né per nessun altro. Nemmeno per te, Giulia. Nelle circostanze adeguate, viene da sé».
Lo fissò per qualche istante prima di allontanarsi dagli spalti. «È stato bello trovare qualcuno con cui parlare di qualcosa di diverso da fratture e ferite. Ma devo lasciarti andare a riposare. Ti ringrazio per la tua cortesia. Non voglio importi oltre la mia presenza».
Il suo tono era deciso, e Catone non si sentiva abbastanza in confidenza da insistere sull’argomento. Fra l’altro, era davvero troppo stanco per pensare lucidamente e non voleva rischiare di dire qualche stupidaggine a quella donna, che desiderava ardentemente poter conoscere meglio.
«Potremmo parlare ancora una sera di queste», suggerì.
«Sarebbe molto bello. Davvero».
Lo sguardo di entrambi scivolò sull’agorà, dove i ribelli stavano dando i ritocchi finali al loro ariete e al cantiere attorno ad esso.
«Conquisteranno la cittadella?», sussurrò Giulia.
«Non so dirtelo», rispose tristemente Catone.
«Non sai o non vuoi?»
«Non ti mentirei sulle possibilità che abbiamo, Giulia. Il fatto è che davvero non lo so. Dipende da talmente tanti fattori...».
Giulia si voltò verso di lui e si premette una mano sul petto. «Lascia stare i dettagli. Dimmi cosa senti, cosa avverti nel tuo cuore. Pensi che sopravvivremo a tutto questo?».
Catone la guardò negli occhi e annuì lentamente. «Sopravvivremo. Ti do la mia parola. Non lascerò che ti accada qualcosa di male».
Lei ricambiò lo sguardo e annuì. «Ti ringrazio per la tua sincerità».
Catone le sorrise. Giulia si voltò e discese i gradini della torre. Ora che lei non c’era più, lui si accorse di quanto fosse fredda la notte e rabbrividì. Forse avrebbero davvero trovato il modo di parlare ancora, un’altra sera, si disse. Almeno, lo sperava. Ma quando tornò a guardare l’agorà e il nemico raggruppato attorno all’ariete, seppe che il mattino avrebbe portato un nuovo assalto a quelle mura, e che fra i ribelli assetati di sangue del principe Artasse e i civili terrorizzati rifugiati nella cittadella c’era soltanto una manciata di stanchi soldati romani e di mercenari greci.
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CAPITOLO VENTIDUE.
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I difensori s’erano appostati sulle mura della cittadella fin dalle prime luci dell’alba, a osservare con attenzione l’avvicinamento del nemico alla porta e aspettando che i ribelli dessero inizio al loro assalto. Riserve di frecce, giavellotti e proiettili da frombola erano state poste a intervalli regolari lungo gli spalti, mentre sul bastione sovrastante la porta erano stati accumulati dei grossi blocchi di pietra. L’aria era satura dell’odore di olio bollente; il fumo saliva lento da una delle grosse stufe poste accanto alla caserma dei mercenari greci.
Macrone e Catone, insieme al comandante della guardia del corpo reale, un robusto veterano di nome Demetrio, e il principe Balto, erano in piedi sugli spalti sovrastanti la porta principale, con lo sguardo fisso sui soldati ribelli che si stavano assiepando attorno alla struttura dell’ariete.
«Non ci hanno messo molto a riparare il danno», disse Balto.
Demetrio fece un respiro profondo. «Abbiamo fatto il possibile, nel poco tempo a nostra disposizione, mio principe».
«Non ne dubito. Peccato solamente che ci abbia fruttato un solo giorno di ritardo, mentre a voi è costato la vita di più trenta uomini».
Demetrio strinse le labbra e si morse la lingua per evitare di dargli una risposta sgarbata. Poi riuscì a mormorare: «Un vero peccato, come dite voi, signore».
«Be’, quel che è fatto è fatto», intervenne Macrone. «Stanno arrivando e dobbiamo fare in modo di respingerli. Dobbiamo raggiungere i nostri uomini, ora. Buona fortuna». Si voltò verso Catone per un breve abbraccio, poi fece lo stesso con gli altri. «Non mollate!».
Macrone si accinse a scendere i gradini che conducevano al cortile dietro la porta. I suoi legionari lo stavano aspettando a ranghi serrati, a breve distanza dai grossi battenti rivestiti di borchie e bulloni. Se i ribelli fossero riusciti a sfondare la porta, il compito di difendere l’entrata sarebbe ricaduto sui migliori soldati presenti nella cittadella. Dietro ai legionari erano schierate piccole compagini di uomini dotati di robuste armature e mazze ricoperte di ganci di ferro, pronti a spegnere i fuochi provocati da proiettili incendiari. In alto, sulle mura, il principe Balto e i suoi uomini erano appostati sul lato sinistro della porta, mentre i mercenari greci erano su quello destro. Catone e i suoi soldati scelti erano stati incaricati di proteggere le torri su entrambi i lati della porta e gli spalti che si estendevano fra di esse. Gli altri ausiliari erano stati distribuiti lungo il resto delle mura della cittadella, sotto il comando del centurione Parmenione.
Catone abbracciò brevemente Balto e Demetrio, prima che questi si apprestassero a raggiungere i loro soldati. Era ancora molto stanco e il braccio ferito era rigido e intorpidito: se ne accorse mentre lo fletteva e stiracchiava le spalle per scioglierle un po’. Gli uomini avevano già mangiato e mentre li passava in rassegna, Catone fu lieto di notare che erano tutti ben svegli e determinati. La loro attrezzatura, sporcatasi e impolveratasi durante la marcia da Antiochia, era di nuovo lucente e gli elmi e le borchie degli scudi scintillavano sotto i raggi del primo sole del mattino.
«Niente paura, ragazzi», Catone sorrise, passando loro davanti. «Stavolta fra quei vigliacchi di arcieri e voi c’è un bel muro solido. Quando e se verrà il momento, non faranno tanto gli smargiassi, davanti alle armi romane».
Qualcuno fra i soldati mormorò qualche frase di assenso, ricordando la pioggia di frecce che avevano dovuto affrontare durante la battaglia nel deserto. Stavolta erano loro ad essere avvantaggiati, e i ribelli l’avrebbero pagata cara.
«Tocca a noi», proseguì Catone in tono fermo, «fare in modo che la porta resista. Calma e sangue freddo, scudi sollevati e morte al nemico! Seconda Illirica!». Catone sguainò la spada e la puntò verso il cielo. «Seconda Illirica!».
I suoi uomini sollevarono le armi e ripeterono il grido del loro comandante; il nome della coorte risuonò contro le pareti degli edifici all’interno della cittadella e fu ripreso in coro dal resto della coorte, appostata lungo le mura. Poi un nuovo grido si sollevò dall’interno: gli uomini di Macrone che inneggiavano alla propria legione, e battendo di piatto le spade sui bordi metallici dei loro scudi davano vita a un ritmo incalzante e furioso.
«Questo è lo spirito giusto!», mormorò Catone sorridendo. Il morale degli uomini era alto, l’entusiasmo anche, e provò quasi compassione per il primo dei nemici che si sarebbe fra poco trovato a portata di spada di un Romano.
«Si stanno muovendo!», annunciò una voce dalla torre di sinistra, e le grida si spensero quasi all’istante, mentre Catone costringeva se stesso a camminare e non a correre, percorrendo i gradini che conducevano in cima alla torre. I suoi uomini erano assiepati lungo gli spalti che si affacciavano sull’agorà.
«Toglietevi di lì!», ordinò seccamente. «E subito, accidenti a voi!».
Vedendolo arrivare, si scansarono e Catone scrutò in basso, in direzione del sagrato del tempio, proprio mentre il suono dei corni e il rimbombo dei tamburi echeggiava per tutta l’agorà. Centinaia di uomini s’erano raggruppati all’interno della gabbia dell’arma da sfondamento, e avevano preso posto dietro le aste di legno inserite attraverso la struttura e che passavano sotto il lungo fusto dell’ariete. Quando i tamburi presero a scandire un ritmo regolare, gli uomini cominciarono a spingere le aste e la pesante struttura iniziò ad avanzare rumorosamente sul lastricato, verso la cittadella. Degli uomini che indossavano pesanti corazze vi marciavano accanto, tirando giù i lembi di cuoio, mentre dei ragazzi correvano su e giù con delle brocche d’acqua, bagnando il cuoio prima che arrivasse a tiro delle frecce infuocate lanciate dalle mura della cittadella. I ribelli stavano preparando i loro stessi proiettili incendiari, notò Catone, e il suo sguardo si posò su una certa attività che si svolgeva agli angoli delle strade che sboccavano sull’agorà. Colonne di nemici intenti a tirare delle corde si riversarono sullo spazio aperto. Dietro di loro spuntarono dei carri, ognuno dei quali trasportava una grossa balestra o una catapulta, pezzi di artiglieria leggera, ad essere sinceri, ma più che adatti a lanciare proiettili al di là delle mura della cittadella. Di seguito arrivarono anche degli uomini con enormi bracieri ricolmi di tizzoni ardenti; il calore sprigionato faceva tremolare l’aria dietro di essi.
Gli ultimi ad arrivare furono i portatori di grandi e robuste tettoie. Con loro c’erano gli arcieri, con piccoli fasci di frecce infilati sotto le braccia. Le tettoie furono allestite velocemente, mentre gli uomini dell’artiglieria ispezionavano le armi e iniziavano a girare le manovelle per attorcigliare le corde. Catone udì un ordine impartito alla propria sinistra e il primo degli arcieri di Balto iniziò a scoccare le proprie frecce. Una pioggia scura prese ad abbattersi sui ribelli sottostanti, colpendo il lastricato e finendo ogni tanto anche sulle tettoie che erano state allestite a scopo protettivo. I ribelli infatti ne fecero immediatamente buon uso, mentre preparavano le frecce e iniziavano anche ad accendere quelle incendiarie, pronte per essere lanciate contro gli spalti.
«Attenti!», gridò Catone. «Frecce infuocate in arrivo!».
Gli ausiliari si accovacciarono dietro i loro scudi o dietro le pietre degli spalti. Un attimo dopo, una freccia infuocata superò il muro lasciandosi dietro una sottile striscia di fumo, prima di raggiungere l’apice della sua traiettoria e riscendere verso l’edificio che ospitava gli appartamenti reali. S’infranse su una tegola del tetto e i frammenti infuocati esplosero in tutte le direzioni. Subito arrivarono altre frecce incendiarie. La maggior parte colpì il tetto e le mura, o cadde a terra senza fare danni, ma una manciata andò a conficcarsi nel legno delle porte o delle finestre e la squadra antincendio si mobilitò subito per sedare le fiamme.
«Signore?».
Catone si voltò e vide il centurione Aquila che gli veniva incontro, camminando con le ginocchia e la schiena piegate. Ora che i cavalli non c’erano più, Aquila e i suoi combattevano nella fanteria e Catone aveva scelto il centurione come proprio vice-comandante per la difesa della porta.
«Che succede?»
«Devo dare ordine alle frombole di rispondere al fuoco? E i balestrieri sulle torri?».
Catone scosse il capo. «È ancora presto perché si espongano fin d’ora.
Lasciamo che i ribelli sprechino un po’ di munizioni; non ci stanno facendo gran danno. Aspetteremo fin quando l’ariete non sarà a portata di tiro, poi i frombolieri si occuperanno di quegli arcieri laggiù».
«Sì, signore». Sul volto di Aquila balenò un lampo di delusione. «Molto bene».
«Non temete, Aquila, gli uomini avranno la loro occasione prima di quanto si possa pensare».
«Non vedo l’ora», borbottò il centurione, sbirciando da sopra le mura. «Devono pagarla cara per i cavalli».
«I cavalli?», fece Catone perplesso, poi scosse la testa. Evidentemente il suo comandante di cavalleria era molto affezionato alle sue bestie. Comunque, se ce l’aveva a morte coi ribelli per il sanguinoso macello del giorno precedente, meglio ancora.
«Centurione Aquila, quando tutto questo sarà finito, vi prometto di farvi avere i migliori cavalli del nemico».
«Sì, signore. Grazie». Aquila aveva recuperato il sorriso.
Dall’agorà provenne uno schiocco sordo e un attimo dopo un fagotto di stracci infuocati strettamente legato attorno a un masso sfrecciò sopra gli spalti. Il proiettile precipitò verso la parte della cittadella adibita a ospedale, sfondò le tegole del tetto e sparì dalla vista dei soldati. A Catone si strinse la gola dalla preoccupazione per Giulia, ma non poteva fare nulla per lei, in quel momento: né proteggerla, né tantomeno scoprire se era sana e salva, con l’assalto nemico in pieno svolgimento. Cercò di scacciare i pensieri negativi mentre prendeva fiato e si sollevava per controllare l’avanzata dell’ariete.
I ribelli erano riusciti a trascinarlo già per oltre un terzo del percorso, sull’agorà. Il principe Balto e i suoi arcieri stavano intanto scagliando una densa cortina di dardi infuocati, che aveva formato una fitta foresta sulla tettoia di cuoio della gabbia dell’ariete. Il cigolio delle assi delle enormi ruote risuonava fin sugli spalti, superando il fragore dei cerchioni di ferro sulle pietre del lastricato. I tamburi continuavano col loro ritmo regolare e ossessivo, finalizzato alle fatiche degli uomini che spingevano all’interno della gabbia per far procedere tutta la struttura.
«Caricate le balestre!», ordinò Catone. «Proiettili incendiari!».
Sulla torre sinistra, i balestrieri balzarono sulla piattaforma di tiro e iniziarono a tendere le corde elastiche delle loro armi. Un altro uomo tenne la punta di un dardo lungo poco meno di un metro sulle fiamme di un braciere posto sul retro della piattaforma. Gli stracci intrisi d’olio arrotolati intorno all’asta, appena dietro la punta di ferro, presero immediatamente fuoco e l’ausiliario andò subito a consegnarlo al balestriere. Questi piazzò accuratamente il dardo nella scanalatura dell’arma, mentre l’optio posto al comando della sezione di artiglieria prendeva di mira la gabbia dell’ariete. Gli arcieri ribelli adocchiarono subito la piccola compagine radunata intorno all’arma e cominciarono a bersagliare la torre di frecce. Ci fu uno schiocco, poi si vide l’asta ancora vibrante di una freccia conficcata nel corpo di legno della balestra. Dagli stracci unti saliva un fumo dall’odore acre.
«Buttateci sopra dell’acqua!», gridò l’optio, poi la sua attenzione tornò all’arma che stava preparando. Non appena poté ritenersi soddisfatto, si raddrizzò e allungò la mano verso la leva di rilascio.
«Allontanatevi!».
Il gruppetto fece qualche passo indietro e un istante dopo i bracci scattarono in avanti, sbattendo contro le fasce di contenimento imbottite. La freccia infuocata partì dall’arma seguendo una traiettoria quasi piatta, diretta verso l’agorà. Colpì la copertura in pelle della gabbia dell’ariete, l’attraversò e sparì all’interno. Gli uomini addetti alla balestra sollevarono il pugno in segno di giubilo, ma l’optio si voltò verso di loro con fare iroso.
«Cosa diavolo state facendo? Non siete pagati a giornata. Ricaricate subito l’arma, e tu, spegni subito quel dannato fuoco!».
Catone aveva visto la freccia infuocata cadere sul nemico e annuì soddisfatto. «Continua così, optio. Più velocemente che puoi. I ribelli non ci metteranno molto ad avvicinare l’ariete al muro; a quel punto non disporremo più dell’angolazione adatta per la balestra».
«Sì, signore», rispose l’optio. «Faremo del nostro meglio».
Proprio in quel momento, l’uomo che s’era portato sull’orlo della piattaforma per spegnere la freccia incendiaria con la sua borraccia, mandò un grido strozzato. Fece cadere la borraccia e barcollò all’indietro, le braccia che annaspavano per estrarre dalla schiena la freccia che gli aveva trapassato il torace proprio sotto la clavicola.
«Attenti!», gridò Catone. «Fermatelo!».
Ma era troppo tardi, ormai. I polpacci dell’ausiliario batterono contro il bordo degli spalti e l’uomo cadde all’indietro mulinando le braccia. Un attimo dopo era sparito. Mandò un grido piuttosto breve, per fortuna, ma udirono tutti il tonfo del suo corpo che piombava ai piedi della torre. L’optio digrignò i denti, si spostò sul davanti della balestra, estrasse la freccia infuocata e la scagliò contro il nemico prima di tornare sul retro dell’arma e sbraitare contro i suoi uomini: «Il prossimo idiota che si fa beccare in quel modo dovrà pentirsene amaramente. Ricordate di tenere bassa la vostra maledetta testa!».
Si sentì uno schiocco lontano; Catone si voltò e vide che anche l’altra balestra stava bersagliando l’ariete. Mentre i ribelli si avvicinavano lentamente alle mura, altri colpi si abbatterono sulla gabbia, attraversando il cuoio di copertura e riversandosi sulle file compatte di uomini all’interno, o andandosi a conficcare nel legno della struttura e bruciando finché uno dei portatori d’acqua riusciva a estinguere le fiamme. Dietro alla gabbia dell’ariete una scia di sangue, di feriti e di cadaveri la diceva lunga sulla distruzione arrecata dalle balestre della cittadella.
Lo sbarramento unilaterale dalle torri non poteva durare per sempre, e proprio quando la gabbia dell’ariete raggiunse il punto che gli ausiliari non potevano più colpire, anche con la massima angolazione delle loro armi, una balestra nemica montata su un carro giù nell’agorà colpì nel segno. La pesante punta di ferro della freccia si abbatté sul braccio di lancio dell’arma sistemata sulla torre sinistra. Con un rumore di legno spaccato, il braccio di torsione scattò e sotto l’immensa tensione della grossa corda attorcigliata, il braccio della balestra saltò in aria, dove descrisse un arco, spaccando la testa dell’uomo più vicino all’arma e rompendo il braccio di quello subito accanto, mentre le schegge schizzavano in ogni direzione, colpendo diversi ausiliari. Ci furono altri tre feriti, uno dei quali lanciò un acuto grido di dolore e panico mentre sollevava una mano per estrarre dall’occhio un’enorme scheggia di legno.
«Portate via i feriti!», gridò Catone. «Giù in ospedale. Optio!».
«Sì, signore?». L’optio ebbe un fremito, mentre estraeva dall’avambraccio una grossa scheggia.
«Ritirate l’arma e fate riparare il braccio di lancio».
«Riparare, signore?». Il soldato diede un’occhiata veloce alla balestra. Il moncone scheggiato del braccio di lancio sporgeva a breve distanza dalle bobine di torsione. «È andata».
«Non m’interessa. Toglietela da lì, dove il nemico può vederla, e cercate di ripararla. Ne abbiamo bisogno».
L’optio drizzò la schiena e annuì. «Sì, signore. Forza, ragazzi! Avete sentito cos’ha detto il prefetto. Diamoci da fare».
Catone si allontanò di qualche passo mentre i sopravvissuti del gruppo dei balestrieri si raggruppavano attorno all’arma danneggiata e la spingevano via dagli spalti. Intorno a lui, alcuni fra gli ausiliari stavano aiutando i feriti a scendere gli scalini e a raggiungere il cortile. Catone sollevò lo scudo e tornò davanti per controllare l’avanzamento dell’ariete. I ribelli erano riusciti a spingerlo abbastanza vicino alle mura da sottrarlo al fuoco delle balestre della cittadella, e anche abbastanza da evitare che fosse bersagliato dalle pietre o da proiettili di fuoco. Per tutto il tempo, gli arcieri e i balestrieri giù nell’agorà mantenevano un costante fuoco di fila diretto contro gli spalti, mentre le catapulte continuavano a lanciare le pietre rivestite di stracci infuocati, che compivano un arco superando le mura e si abbattevano sugli edifici e sulla gente all’interno della cittadella.
Anche se per il momento l’ariete era al riparo dai colpi dei difensori, i ribelli ben presto avrebbero dovuto posizionarlo davanti alla porta e lì sarebbe rimasto esposto agli uomini che lo sovrastavano. Prevedendo quell’eventualità, il principe Artasse aveva disposto che un numero nutrito di arcieri e balestrieri venisse riposizionato a copertura dell’ariete. Catone si precipitò giù per la scaletta, diretto all’ampio passaggio posto direttamente sopra la porta. Si sporse e gridò nel cortile:
«Portate su l’olio bollente! Subito!».
Il prefetto si voltò verso gli uomini col forcone che stavano accanto ai bracieri, a breve distanza dalle fascine di ramoscelli e di stracci imbevute di pece, poi diede l’ordine di attizzare le fiamme e di tenersi pronti a dar fuoco alle fascine. Mentre alcuni dei suoi uomini infilzavano i fagotti di stracci coi forconi, sollevandoli fino agli spalti, altri usavano i mantici per attizzare il fuoco dei bracieri fino a produrre alte fiamme dorate e scintille che si spargevano tutt’intorno.
«Accendeteli!», gridò Catone e un optio afferrò una torcia, la tenne sopra il fuoco finché non fu bene accesa, poi prese a correre di fascina in fascina, sfiorandole ad una ad una, finché il fuoco non divampò e il fumo salì fin sugli spalti, insieme allo scoppiettare dei rametti e della sterpaglia. «Gettateli oltre le mura!».
A quell’ordine del prefetto, gli uomini con i forconi sollevarono i loro arnesi, li spostarono oltre il bordo delle mura e cominciarono a scuoterli, per liberarli del loro fardello infuocato. Una dopo l’altra, le fascine precipitarono giù dagli spalti. Di sotto, i portatori d’acqua sollevarono gli occhi inorriditi e fuggirono a gambe levate, mentre le fascine piombavano sulla tettoia della gabbia dell’ariete disfacendosi in mille pezzi, cospargendo la zona circostante di detriti in fiamme.
«Continuate così!», ordinò Catone.
Cadendo dalla torre della porta, gran parte delle fascine colpì la gabbia dell’ariete, ma altre non andarono a segno e si distrussero sul lastricato dell’agorà. Catone guardò giù proprio mentre una di queste colpiva in pieno un portatore d’acqua, gettandolo a terra. Il ragazzo rotolò di lato, coperto di detriti in fiamme. L’aria fu squarciata da un grido disperato, che continuò per un tempo lunghissimo, mentre il poveretto sussultava e si contorceva a terra. I suoi compagni, che erano scappati dal bombardamento di fuoco, vennero ricacciati verso l’ariete da un manipolo di soldati armati di frusta. Sfrecciavano intorno alla struttura coperta di cuoio versando acqua sulle fiamme e scappando ogniqualvolta vedevano una fascina in fiamme precipitare verso di loro, salvo poi venire spinti di nuovo al proprio posto dalle frustate. E in tutto questo gli uomini, invisibili per via della tettoia posta sulla gabbia, continuavano imperterriti a spingere l’ariete verso la porta della cittadella.
L’ultima fascina superò il bordo delle mura e Catone corse a vedere che fine aveva fatto l’olio bollente. I portatori stavano risalendo a fatica l’ultima rampa di scalini che conducevano alla cima della torre della porta: quattro uomini con in spalla due lunghi pali di legno, attraverso i quali erano stati fatti passare gli anelli di ferro ai lati del calderone.
«Fate presto! Sbrigatevi!».
Quando raggiunsero la piattaforma, la torre fu scossa da un forte tremore, mentre il primo colpo d’ariete si abbatteva sulla porta.
«Catone!», si udì la voce di Macrone che chiamava l’amico, il quale si sporse dalle mura.
«Signore?»
«Versa quell’olio sull’ariete, e anche i ciottoli, le pietre, tutto quello che hai!».
«Sì, signore».
Catone si voltò verso gli ausiliari nella torre e prese fiato, mentre indicava il mucchio di pietre e macigni di ogni dimensione e misura accumulato dietro gli spalti. Con un grugnito dovuto allo sforzo ne posò alcune sul parapetto e arrischiò una sbirciata di sotto, sulla gabbia dell’ariete. Dalla porta si estendeva il lungo baldacchino di cuoio e al suono del tamburo vi fu un altro schianto che fece tremare tutta la torre. Catone vide che l’unico grave danno causato dalle fascine era un foro dai bordi bruciacchiati vicino alla testa della gabbia dell’ariete. Attraverso di esso si scorgevano appena i toraci lucidi di sudore dei ribelli che spingevano l’arma di sfondamento. Catone attese di essere raggiunto da alcuni dei suoi uomini, perché lo aiutassero a gettare quei pesanti proiettili giù dal parapetto.
«Adesso!».
Con uno stridore tipico di pietre che cozzano una contro l’altra, i Romani spinsero e i macigni caddero a cascata sul tetto della gabbia dell’ariete. Lo sfondarono subito, lacerando il cuoio in più punti e fracassando le assi di legno che c’erano sotto. I ribelli che si trovavano in quel punto furono schiacciati dall’impatto.
«Continuate così!», ordinò Catone, poi si voltò verso gli uomini col calderone d’olio. Dai bordi anneriti del recipiente salivano fumo e vapore e l’aria era satura di quell’odore denso e acre. «Portatelo qui!».
Mentre gli ausiliari affacciati al parapetto continuavano a tempestare la gabbia dell’ariete con una pioggia di pietre, Catone aiutò gli altri a posizionare il calderone sugli spalti, proprio sopra l’ariete. Una volta piazzatolo come voleva, chiamò altri uomini per spingere e pian piano, facendo leva sulla parte inferiore del recipiente, gli ausiliari riuscirono a inclinarlo per rovesciare il contenuto sul nemico. Quando il liquido iniziò a riversarsi di sotto, si levò una colonna di vapore. L’olio cadde sulla tettoia, ormai bucata, stesa sopra l’ariete e sugli uomini che spingevano sotto di essa. All’improvviso l’aria fu squarciata da alte grida agonizzanti e i soldati nemici abbandonarono la loro postazione, correndo all’impazzata verso il retro della gabbia. Gli uomini di Balto si occuparono allora dei fuggiaschi e le frecce cominciarono a sibilare, colpendone alcuni che cercavano di raggiungere i ripari dei loro arcieri. Questi, a loro volta, fecero del loro meglio per costringere gli uomini di Balto a tenere la testa bassa, generando un fitto scambio di frecce.
Catone approfittò di quel momento di distrazione del nemico per esaminare il danno provocato e constatò che l’olio bollente aveva fatto il suo dovere. L’ariete s’era incendiato e le fiamme si stavano rapidamente propagando lungo la gabbia di legno, già notevolmente danneggiata. I portatori d’acqua nemici stavano fuggendo a gambe levate insieme ai guerrieri; nessuno era rimasto a spegnere l’incendio. Sulle sua labbra balenò un sorrisetto compiaciuto, poi sentì la prima vampata di calore che lo colpiva in pieno volto. Catone provò una fitta d’angoscia, ripensando alla porta fortificata di un villaggio germanico che aveva difeso insieme a Macrone qualche anno prima. Si precipitò dall’altro lato della torre e gridò ai legionari di sotto: «Signore! L’ariete brucia!».
Nel sollevarlo verso Catone, il viso di Macrone fu attraversato da un ampio sorriso. «Bene!».
Catone scosse il capo, disperato. «È proprio davanti alla porta!».
Il sorriso di Macrone si spense. «Oh merda. Merda! Qual è la situazione sul tuo fronte?»
«Il nemico è stato respinto, signore. Per il momento!».
«Va bene, allora. C’è solo una cosa da fare». Macrone prese fiato.
«Aprite la porta!».
La centuria di prima linea si portò in avanti per sollevare la sbarra e afferrare le pesanti catene che aprivano la porta verso l’interno. Con un forte stridore dei cardini le grosse ante di legno intarsiato di borchie metalliche si schiusero lentamente. Dall’apertura filtrò subito del fumo e Macrone scorse le fiamme che ormai avvolgevano la struttura lignea della gabbia dell’ariete. Il baldacchino e i rivestimenti di pelle erano quasi completamente bruciati, mettendo a nudo lo scheletro della struttura sottostante e l’ariete stesso, con la sua punta di ferro; era ancora sospeso, nonostante le grosse corde fossero state attaccate dal fuoco.
Macrone sfoderò la spada e si fece strada in mezzo al fumo, strizzando gli occhi che iniziavano a bruciargli. «Seguitemi!».
Il fuoco aveva ormai completamente avvolto l’arma d’assedio e il calore lo colpì come uno schiaffo rovente. Sollevò lo scudo, lo premette contro uno dei robusti piloni d’angolo e fece un cenno, rivolto agli uomini della prima centuria. «Così! Usate gli scudi e spingete! Dobbiamo allontanare questo mucchio di merda dalla porta!».
Fremendo per il terribile calore, gli uomini si portarono avanti, pigiarono gli scudi contro la gabbia dell’ariete e spinsero con tutta la forza che avevano. L’arma d’assedio si mosse con terribile lentezza, ma si allontanò dalla porta. E mentre sempre più uomini si aggiungevano ai primi per spingere, le grandi ruote presero a indietreggiare sul lastricato.
«È fatta, ragazzi!», gridò Macrone; poi i polmoni pieni di fumo gli provocarono una tosse violenta e dolorosa, come se il torace si fosse riempito di pezzi di vetro. Mentre il fuoco consumava l’ariete, il calore aumentò d’intensità e all’improvviso, con un forte odore acre, la cresta del suo elmo prese fuoco. L’impulso istintivo di Macrone era quello di indietreggiare, allontanarsi dalle fiamme che gli stavano divorando la faccia, ma si avvide che l’ariete non era ancora abbastanza lontano dalla porta da garantire che le fiamme non l’avessero potuta lambire. «Continuate!», urlò rauco. «Spingete, bastardi!».
Qualcosa gli cadde vicino ai piedi e quando abbassò lo sguardo Macrone vide una freccia. Poco dopo, un’altra rimbalzò sulla pietra del lastricato.
Sbirciò da un lato dello scudo, con gli occhi socchiusi, e si accorse che gli arcieri nemici avevano abbandonato lo scontro con Balto e i suoi uomini e ora stavano bersagliando i Romani, intenti ad allontanare l’ariete dalla porta della cittadella. Oltre gli arcieri s’era formata una grossa compagine di soldati ribelli che stava attraversando l’agorà a passo di marcia spedito. Macrone si guardò dietro le spalle e vide che la struttura in fiamme era stata spinta a circa sei metri di distanza dalla porta.
«Solo un altro po’», mormorò a denti stretti.
Ci fu un tonfo sordo che Macrone percepì anche fisicamente, quando le corde che sostenevano l’estremità dell’ariete cedettero e il grosso palo di legno colpì il terreno. L’arma d’assedio barcollò e si fermò del tutto.
«È andata!». Macrone richiamò i suoi uomini. «Tornate indietro! Dentro la cittadella!».
Gli uomini si staccarono dall’ariete e arretrarono, tenendo gli scudi alzati verso il nemico, mentre le frecce al loro indirizzo aumentavano, attraversando il fumo e le fiamme e riempiendo l’aria. Non appena si accorse che i legionari si stavano ritirando, il comandante dei ribelli gridò un ordine e quelli si lanciarono a passo di carica verso la porta, emettendo un ruggito di guerra. Nell’attimo in cui la pioggia di frecce diradò, Macrone si voltò e urlò: «Correte!».
I legionari si precipitarono oltre la porta, il trapestio acuto degli stivali chiodati risuonava contro le mura arcuate dell’entrata. Macrone fu l’ultimo a passare e si voltò con la spada sguainata per affrontare il nemico.
«Chiudete la porta!», sbraitò. «Presto!». Il primo dei soldati nemici stava già superando l’ariete in fiamme, nel disperato tentativo di raggiungere la porta prima che i Romani potessero richiuderla. I cardini di ferro fecero udire ancora una volta il loro acuto stridore, mentre le ante venivano spinte in avanti. Lo spiraglio si stava assottigliando e Macrone sorrise ferocemente quando capì che i ribelli non avrebbero fatto in tempo a raggiungerlo.
«Ah ah! Troppo tardi, bastardi!».
Le ante si chiusero con un boato e i legionari si affrettarono a inserire la sbarra nei passanti. Quasi subito si sentì un grido di rabbia dall’esterno, poi un tonfo sordo, mentre uno dei ribelli batteva sul legno manifestando tutta la sua frustrazione.
Macrone rinfoderò la spada e si voltò. «Ottimo lavoro, ragazzi!».
Gli uomini della prima centuria lo ringraziarono con dei sorrisi nervosi, mentre si appoggiavano dove capitava per riprendere fiato. Qualcuno era stato colpito dalle frecce sulle braccia o sulle gambe, le zone non protette dallo scudo, e si stava trattenendo dall’urlare di dolore. Macrone indicò la più vicina compagine della centuria successiva.
«Voi, laggiù! Accompagnate questi uomini all’ospedale».
«Voi state bene, signore?».
Macrone alzò lo sguardo e vide Catone che scendeva affannato l’ultima rampa di scalini, diretto verso di lui. «Sto bene».
Catone lo esaminò e scosse la testa. «Mi sembrate un po’ cotto, a dire il vero. Soprattutto la cresta dell’elmo». Sorrise.
Macrone abbassò lo scudo e si slacciò il sottogola dell’elmo. Sollevandolo dal capo, vide che la bella cresta rossa era ormai tutta nera e bruciacchiata. Ci passò sopra le dita e le estremità incenerite del crine caddero a terra, sbriciolandosi.
«Questo dannato coso m’è costato una fortuna, giù ad Antiochia», borbottò. «Un bell’oggetto. O almeno, lo era. Quei bastardi dovranno pagare anche per questo».
«Signore». Catone indicò il braccio di Macrone, e per la prima volta quest’ultimo si accorse delle vesciche e delle macchie rosse che s’erano formate per le bruciature; soltanto allora ne sentì anche il dolore pungente. Catone annuì in direzione dei feriti che venivano accompagnati all’ospedale. «Meglio farle medicare, queste bruciature».
«Ora ci vado. Ma dimmi, l’ariete è abbastanza lontano dalla porta?»
«Sì, signore. Non c’è pericolo, ormai, che il fuoco si espanda. E sarà un ottimo ostacolo da aggirare, se dovessero fare un altro tentativo».
«E gli altri?»
«Si sono ritirati. Arcieri, fanteria e artiglieria». Catone indicò le squadre che spegnevano gli ultimi fuochi provocati dai dardi incendiari dei ribelli. «I danni sono lievi e non abbiamo subito molte perdite. Stavolta li abbiamo battuti».
«Stavolta», ripeté Macrone annuendo. «Ma hanno la possibilità di riprovarci. Se ci facciamo battere anche una sola volta, è finita. Una cosa è certa: ci riproveranno, e lo faranno appena potranno».
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CAPITOLO VENTITRE.
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«Ah, ecco che arriva l’altro duro». Giulia scosse il capo mentre Macrone si accomodava sulla sedia di fianco al suo tavolo. «Ditemi, voi due, siete particolarmente inclini a farvi male o vi capita di trovarvi sempre e comunque nel bel mezzo della mischia?».
Macrone scrollò le spalle. «È una cosa normale, signora. Non crediate che ci feriamo più di qualunque altro ufficiale». Fece una pausa e rifletté un attimo su quanto aveva appena affermato, poi scosse la testa. «No. Non è vero. Sembra che io e il mio amico, da quando ci siamo conosciuti ci siamo trovati in più di una situazione critica».
Giulia si chinò sulle sue braccia tese per esaminare bene le bruciature. «Oh, e da quanto tempo vi conoscete?»
«Cinque anni. Ero di stanza sul Reno con la Seconda Legione, quando Catone si unì a noi». Macrone sorrise al ricordo della piovosa serata d’inverno in cui la compagine di fresche reclute aveva attraversato le porte della fortezza. «A quei tempi non era altro che un fottuto sbarbatello allampanato». Macrone alzò gli occhi. «Perdonate il mio modo di esprimermi, signora, ma è proprio così che me lo ricordo. Avreste dovuto vederlo. Paludato in una mantella, con un fagotto contenente le sue poche cose sotto un braccio e il necessario per scrivere e qualche rotolo sotto l’altro. La cosa più pericolosa che aveva tenuto fra le mani fino a quel momento era lo stilo. Lo davo per morto prima della fine dell’anno», continuò Macrone. «E invece ci ha sorpresi tutti, il vecchio Catone. Si è rivelato uno dei migliori ufficiali dell’esercito».
«Potete abbassare le braccia», disse Giulia raddrizzandosi e allungando la mano per prendere un vasetto di grasso che era sul tavolo. «Per qualche giorno dovremo proteggere le bruciature. Le braccia vi faranno male per un po’, ma credo di poter dire che voi farete finta di non accorgervene neanche».
Macrone scoppiò a ridere. «A quanto pare, mi avete già inquadrato».
«No, non solo voi. I soldati in genere. La maggior parte di voi sembra credere che siate duri almeno quanto gli Spartani».
«Gli Spartani?». Macrone espresse il proprio disprezzo soffiando dalle narici. «Un branco di donnicciole, quelli là. Contro le legioni non resisterebbero nemmeno per un quarto d’ora».
«Se lo dite voi». Giulia immerse la mano nel vasetto e ne estrasse una manciata di grasso. «State fermo, ora».
Macrone strinse le labbra mentre lei gli applicava l’unguento e iniziava a spalmarlo sulla carne viva delle bruciature. Faceva un male cane, come aveva detto Giulia, ma piuttosto che lamentarsi, Macrone si sarebbe fatto ammazzare. Si costrinse a parlare in tono rilassato, come se niente fosse: «Allora, da quanto tempo siete un medico?».
Giulia ridacchiò. «Medico è una parola grossa. Ma uno degli schiavi di mio padre, a Roma, era medico e chirurgo. Mi ha insegnato i rudimenti della medicina; il resto l’ho appreso nell’ultimo mese, sul campo».
«Sembrate molto competente», ammise Macrone, sia pure con una certa riluttanza. «Per essere una donna, voglio dire. Una donna non dovrebbe fare certe cose, tanto per cominciare. Non la figlia di un senatore, soprattutto».
«Sciocchezze. Non c’è ragione perché la figlia di un senatore non dovrebbe essere autorizzata a servire l’impero in qualunque modo possibile. Alcuni direbbero che è mio dovere essere d’aiuto. In ogni caso, io voglio farlo».
Macrone le indirizzò un sorriso pieno di sottintesi. «E voi ottenete sempre quello che volete, signora?».
Lei alzò gli occhi, colse la sua ironia e rispose: «Sempre».
«Vostro padre vi considererà una birichina».
«Non direi. Sono una figlia devota e non lo disonorerei mai. Ma so il fatto mio, e lui rispetta questo lato del mio carattere».
«Non credo che permetterei a una delle mie figlie di essere tanto determinata e indipendente».
«Meno male che non sono vostra figlia, allora». Tornò a immergere la mano nel vasetto per prendere dell’altro unguento. «L’altro braccio, prego».
Rimase in silenzio per qualche istante, mentre spalmava delicatamente il grasso sulle ustioni. «Il vostro amico, Catone, sembra un guerriero alquanto anomalo».
«A chi lo dite, signora. Ma nonostante tutto, è un soldato dannatamente bravo. Combatte come una furia e può affrontare qualsiasi avversario con successo. Eccetto me, ovviamente. E ha la testa sulle spalle. Un’ottima testa, se è per questo. Il suo unico difetto è che a volte pensa troppo».
«Sì, sembra un tipo abbastanza sensibile».
«Sensibile?». Macrone ripeté la parola disgustato, come fosse un insulto; e alle sue orecchie senza dubbio lo era. Se fosse stato un uomo ad azzardarsi a definire sensibile Catone davanti a lui, lo avrebbe steso con un diretto, si disse. Ovviamente, dopo se ne sarebbe pentito. Forse. Chissà. Spostò lo sguardo su Giulia. «Non so se si può dire così, ma oltre che un cervello, ha anche un cuore, se è questo che volevate intendere».
«Sì, è proprio questo che intendevo», fu la diplomatica risposta di Giulia. «Immagino che la vita da ufficiale non lasci molto spazio per una famiglia».
«No, infatti. Specialmente quando non si è di guarnigione. Da quando conosco Catone, ho partecipato alla campagna di Britannia, ho servito nella flotta e poi sono stato mandato qui».
«Dunque non avete una moglie», concluse Giulia. «E il vostro amico Catone? È sposato?».
Macrone scosse il capo in segno di diniego.
«E non ha nessuna che lo stia aspettando, che so, ad Antiochia, a Roma o in qualche altro posto?»
«Difficile. Non siamo mai rimasti abbastanza a lungo in qualche posto per allacciare delle relazioni; o meglio, non abbiamo mai trovato il tempo per queste cose, a parte quelle due o tre prostitute occasionali».
«Oh».
Macrone la guardò con aria maliziosa. «Perciò è libero, se qualcuna fosse interessata, signora».
Giulia arrossì, mentre finiva di applicare l’unguento con gesti veloci e concitati, tanto da riuscire a strappare un breve gemito di dolore persino a Macrone. Si allontanò dal tavolo e prese uno straccio per pulirsi le mani dal grasso. «Eccovi sistemato. Cercate di non toccarvi troppo le braccia. Per qualche tempo, il grasso proteggerà le bruciature. Vi manderò un vasetto di unguento al vostro alloggio. Dovrete applicarlo all’inizio e alla fine di ogni giornata».
Macrone annuì. «Grazie, signora».
«Potete andare, adesso», rispose lei secca. «Ci sono altri che hanno bisogno delle mie cure».
C’è da scommetterci, pensò Macrone mentre si alzava per uscire.
Guardandola meglio, si accorse che era molto bella, ma la spiccata aria aristocratica neutralizzava qualsiasi attrattiva potesse avere per Macrone.
Troppo beneducata, troppo intelligente e indipendente per i suoi gusti. Ma per l’uomo giusto sarebbe stata davvero l’ideale.
Non ci furono altri tentativi d’assalto alla cittadella e le sentinelle pattugliavano le mura sorvegliando la città, mentre il sole scendeva all’orizzonte. Una manciata di ribelli teneva d’occhio gli assediati dal limitare dell’agorà e da piccole postazioni di vedetta fuori del centro abitato con vista sulla rocca, sul suo promontorio. Dentro e fuori Palmira sembrava stesse proseguendo una parvenza di vita normale. Un numero ristretto di mercanti e commercianti continuavano a entrare in città per vendere le loro mercanzie e una carovana di cammelli privi di carico dava inizio al proprio viaggio di ritorno verso le remote rive dell’Eufrate. L’unico segno degli scontri in atto era la costante processione di feretri verso la pianura che ospitava il cimitero, a sud della città. In quel luogo le pire funerarie, allestite in tutta fretta, accoglievano i corpi dei caduti; una dopo l’altra, venivano accese, emanando un fumo nero e grasso che saliva verso l’alto in dense volute ogniqualvolta veniva bruciato un cadavere. Poi le ceneri venivano versate in piccole urne di terracotta che, una volta sigillate, erano depositate nelle strane torri funerarie che si ergevano sulla pianura, aggiungendosi ai venerati resti dei loro predecessori.
Dentro la cittadella non c’era spazio per simili rituali e i corpi venivano bruciati su una pira comune allestita nei giardini del re. Poi anche qui le ceneri venivano riversate in urne e custodite in un luogo dove potessero rimanere fino alla fine dell’assedio, perché si provvedesse a una degna sepoltura.
Macrone e Catone ispezionarono le compagini di difesa per assicurarsi che disponessero di adeguate scorte di frecce, proiettili per frombole e quant’altro, da tener pronti in caso di ulteriori assalti. Verso la fine di quella rassegna, mentre si trovavano in cima alla torre di segnalazione scrutando sui tetti della città, Catone si sfregò il mento e mormorò: «Quale pensi che sarà la loro prossima mossa?»
«Dipende. Potrebbero starsene in panciolle ad aspettare che moriamo di fame, oppure attendere l’arrivo dei Parti, con tanto di esperti in tecniche d’assedio e magari anche di attrezzature specializzate. Oppure potrebbero costruire un ariete migliore dell’altro e riprovare a sfondare la porta».
«Tu che faresti al posto loro?»
«Io?». Macrone considerò la faccenda per un istante. «Supporrei che una colonna romana, per quanto piccola, spedita in aiuto di Vabato possa stare a indicare un impegno da parte dei Romani. Mi aspetterei l’arrivo di un contingente molto più numeroso di nemici. Il che significherebbe avere a disposizione un tempo assai limitato per conquistare la cittadella». Si voltò verso Catone. «Tornerei ad attaccare alla prima occasione».
Catone annuì. «La penso anch’io così». Si guardò velocemente alle spalle, ma gli unici altri uomini sulla torre si trovavano sul lato opposto, impegnati in una partita a dadi. «E trarrei ulteriore conforto dal fatto che fra i difensori serpeggiano dissensi e dissapori».
«E Artasse come fa a saperlo?»
«Lo sa perché fa parte della famiglia. Sa quanto disaccordo regni fra i suoi fratelli e quanta poca fiducia in essi nutra suo padre. Artasse saprà anche che Balto non è un grande ammiratore di Roma e che non gradisce la nostra presenza qui. E c’è un’altra cosa ancora. Se qualcuno dei nobili rifugiati iniziasse a dubitare che il re possa tener testa ad Artasse, potrebbe anche convincersi a passare dalla sua parte per convenienza, e quindi provare a tradirci. La prospettiva di una qualche ricompensa potrebbe essere un ulteriore incentivo al tradimento». Catone sorrise tristemente. «Non è certo la migliore delle situazioni in cui ci siamo trovati».
«Ma nemmeno la peggiore».
«No, forse no».
Macrone indirizzò un’occhiata ammirata al suo amico.
«Be’?». Catone si accigliò. «Che c’è?»
«Sono solo contento che tu e la tua mente subdola e tortuosa siate dalla mia parte. È proprio come ho detto a quella donna: sei un intellettuale, un soldato col cervello».
«Quale donna?»
«Quella dell’ospedale. Mi ha curato le ustioni. La figlia dell’ambasciatore, Giulia Sempronia».
Catone sentì uno sfarfallio nervoso allo stomaco. «Avete parlato di me?»
«Un po’. Mi ha fatto delle domande».
«Su di me?»
«Sì. E allora? Non le ho detto nulla che non avresti potuto dirle tu stesso».
Catone non ne era del tutto sicuro. Pensava di conoscere Macrone abbastanza bene da temere che qualche indiscrezione, piccola o grande che fosse, gli potesse essere sfuggita di bocca con Giulia. «Cosa voleva sapere?»
«Cosa pensavo di te. Se eri sposato o se avevi una donna da qualche parte».
«E tu che cosa le hai detto?»
«Che al momento non c’è nessuna donna e che sei libero e disponibile».
Catone deglutì nervosamente. «Le hai detto così?»
«Ma certo!». Macrone gli diede una pacca sulla spalla. «È una bella ragazza. Anche se un po’ troppo fine, per i miei gusti. È più il tuo tipo».
Catone chiuse gli occhi e si sfregò la fronte. «Ti prego, ti prego, dimmi che non le hai suggerito che poteva... affezionarsi a me».
«Oh, bel modo di esprimersi!». Macrone imprecò a mezza voce.
«Molto romantico. Comunque, mi prendi forse per un idiota? Ho soltanto accennato al fatto che sei libero da impegni sentimentali e che sei un ottimo partito. Catone, qui non siamo a una festicciola per bambini. È molto probabile che non riusciremo a resistere più per molto agli assalti di Artasse. In questo caso, cos’ha da perdere la ragazza? E se è per questo, cos’hai da perdere anche tu? Penso si sia presa una cotta per te. Se sei interessato a lei, fai le tue mosse, finché c’è ancora tempo».
«E se invece sopravvivremo tutti quanti? Che succederà in quel caso?». Catone immaginava l’imbarazzo che poteva scaturire da una relazione nata all’ombra dell’annientamento totale, con i protagonisti che finivano per emergere incolumi nel solito vecchio mondo fatto di noiosa routine. Questo, ovviamente, nell’eventualità che Giulia non lo respingesse.
Macrone sbadigliò. «Potresti sempre fare di lei una donna onesta».
Si guardarono negli occhi per qualche istante, prima che Macrone scoppiasse a ridere. «Sto scherzando!».
«Brutto bastardo!», borbottò Catone in tono acido. Tuttavia, la sola idea di sposare Giulia gli riempì la mente, alleggerendogli lo spirito e il cuore. Ma subito dopo si diede dello stupido per aver anche solo ipotizzato una simile sciocchezza. Cosa poteva trovarci, una donna romana di nobili origini, nel figlio di un liberto? Era impensabile, eppure...
Catone si scostò dal parapetto e cercò di ricomporsi. «Signore, penso che abbiamo finito, qui. Devo ancora stilare un inventario delle armi della mia coorte».
«Un inventario delle attrezzature?». Macrone cercò di non sorridere del palese tentativo dell’amico di evitare ulteriori discussioni sull’argomento. Decise invece di imitare il suo tono ufficiale: «Molto bene, prefetto Catone. Procedete pure».
Si scambiarono un saluto militare; poi, quando Catone si era già voltato e stava allontanandosi a passo rigido, Macrone scosse il capo e mormorò: «Quella donna gli è già entrata nel sangue...».
Poco dopo mezzogiorno un messaggero del re Vabato si presentò nell’alloggio di fortuna che Macrone divideva con Catone. Quest’ultimo aveva finalmente completato la sua ispezione e si era unito, sia pure con una certa riluttanza, a Macrone nel fresco interno della cittadella, per scampare alla calura del sole meridiano.
«Sua Maestà vi invita a un piccolo banchetto che darà stasera in vostro onore», spiegò il servo del sovrano. «Al tramonto. In tenuta formale».
«Tenuta formale?». Macrone s’incupì. Indicò la propria tunica, logora e sporca, e gli stivali impolverati. «È tutto quel che abbiamo. Da Antiochia siamo partiti per andare in guerra, non a un dannato ricevimento».
Il servo chinò il capo e rispose: «Il ciambellano di Sua Maestà suggerisce che vi procuriate degli abiti presso l’ambasciatore romano. Sua Eccellenza Lucio Sempronio si è già detto più che felice di fornirvi tuniche, toghe e sandali».
«Ah, molto bene», borbottò Macrone. «Ci saremo. Puoi andare».
Il servo fece un profondo inchino e indietreggiò verso la porta, chiudendosela silenziosamente alle spalle. Macrone tornò a sdraiarsi sulla sua stuoia, incrociò le braccia dietro la testa e fissò le travi del soffitto. «Siamo qui, circondati da nemici assetati di sangue, e che facciamo? Andiamo a un ricevimento! Be’, almeno per stasera mangeremo qualcosa di diverso dalla carne di cavallo!».
«Immagino di sì», rispose Catone. «Ma non credo che sapere che il re e la sua cerchia di invitati stanno banchettando, serva molto a tirare su il morale della gente che qui dentro sta sopravvivendo con le razioni limitate».
Quando il sole cominciò a calare all’orizzonte avvolgendo la città in un alone di luce arancione, Macrone e Catone fecero il loro ingresso negli appartamenti reali. Sulla parte posteriore della cittadella, fra l’edificio principale e le mura, c’era una piccola terrazza con un colonnato che si estendeva lungo entrambi i lati esposti. Delle pergole sistemate ad arte provvedevano a fare ombra, mentre in grosse vasche piene di terra crescevano piante nane, arboscelli e piccole aiuole di fiori coltivati. Uno schiavo stava innaffiando le piante, quando Macrone e Catone arrivarono, e Catone non poté fare a meno di domandarsi quali potessero essere le effettive priorità del sovrano. Dall’altro lato della terrazza, quello prospiciente le mura, con vista sulla lussureggiante oasi sottostante, attorno a bassi tavolini erano stati sistemati alcuni divani. Sopra di essi era stato steso un tendone che si gonfiava e riluceva dolcemente sotto la spinta della brezza leggera del deserto. La maggior parte dei commensali era già lì. Catone riconobbe alcuni dei nobili di Palmira, oltre a Termone, Balto, Ameto, Sempronio e sua figlia.
Nel vederla Catone sentì il cuore accelerare i battiti, ma quando lei si voltò dalla sua parte, il suo sguardo si spostò sugli altri presenti. Vide Balto che si avvicinava a Giulia e con un inchino galante iniziava a conversare con lei.
Sempronio sorrise nel vedere i due ufficiali che si avvicinavano, e si fece loro incontro per salutarli.
«Centurione Macrone, vedo che la mia tunica vi va un po’ stretta sulle spalle».
Macrone allargò le braccia con aria disinvolta. «È comodissima, signore. Me la cavo benissimo. E grazie per averci tratto d’impaccio».
«È stato un piacere». Sempronio si rivolse allora a Catone. «Voi, invece, sembrate avere proprio le mie stesse misure. Anzi, direi che i miei vestiti su di voi fanno una figura anche migliore».
Catone spostò il peso da un piede all’altro, imbarazzato, e Sempronio rise.
«Non vi ci abituate troppo, però. Badate che li rivoglio indietro, più tardi. Comunque, venite a sedervi». Posò le mani sulla spalla dei due uomini e li condusse verso i divani. «Il re siederà a capo del tavolino centrale, quando ci raggiungerà. Termone e i principi si accomoderanno alla sua sinistra e a voi sono stati riservati i posti d’onore, alla sua destra. Io e mia figlia saremo dall’altra parte. Normalmente la gente del luogo non ammette le donne a tavola con gli uomini, ma per Giulia hanno fatto un’eccezione».
«Molto gentile da parte loro», commentò Macrone.
«Non lo metto in dubbio, ma immagino che principalmente lo si debba al fatto che Balto ha messo gli occhi su di lei».
«Davvero?». Macrone guardò Catone e sollevò un sopracciglio. «Be’, è più che comprensibile, signore. Vostra figlia è una giovane donna molto graziosa. Qualunque uomo con un po’ di sale in zucca sarebbe orgoglioso di averla come moglie».
Catone lanciò un’occhiata di fuoco all’amico, mentre Sempronio s’incupì e disse in tono palesemente sconsolato: «Vorrei che il suo ex marito avesse condiviso il vostro parere. In ogni caso, sembra che al principe piaccia molto, cosa che può anche tornare utile».
«Utile?». Catone era stupito per la strana scelta del termine.
«Ma naturalmente. Ora come ora do importanza a qualsiasi tipo d’influenza che posso esercitare su Balto, o su uno qualsiasi dei presenti. Quindi per favore, pensate come dei diplomatici, stasera, e non come... ».
«Dei soldati?», suggerì Macrone.
Sempronio annuì. «Se non vi dispiace. Per il bene dell’impero».
«In tal caso», Macrone assunse un’aria pensosa, «immagino che cercherò di evitare qualsiasi tipo di atteggiamento scandaloso, anche se non posso garantire per il mio amico Catone. È a lui che dovreste badare».
«Davvero?». Sempronio si voltò a guardare Catone inarcando le sopracciglia.
«Ignoratelo», mormorò Catone. «Basta ignorarlo».
Termone batté a terra la punta del suo bastone e la conversazione cessò all’istante, mentre i nobili palmireni si voltavano verso l’entrata della terrazza, abbassando la testa in un inchino. Sempronio fece cenno ai suoi compagni di fare altrettanto. Dopo un attimo di totale immobilità e silenzio, il re Vabato attraversò la soglia. S’inoltrò nella piccola folla di invitati e si accomodò sul divano reale. Termone attese che il suo padrone fosse completamente a proprio agio, poi tornò a battere il bastone a terra.
«Potete accomodarvi!».
Gli ospiti si affrettarono a prendere posto e il basso mormorio della conversazione iniziale tornò ben presto a trasformarsi in un vocio conviviale. Macrone e Catone, distesi sui loro divani alla destra del sovrano, rimanevano in silenzio, in attesa che fosse lui a rivolger loro la parola. Vabato li osservò un attimo, poi si schiarì la voce.
«Avete la nostra gratitudine, Romani, per l’ottima difesa della porta della cittadella di stamane».
Macrone abbassò la testa in un inchino. «Grazie, signore, ma abbiamo semplicemente fatto il nostro dovere».
Il re indicò le braccia di Macrone. «Siete rimasto ferito?».
Macrone scosse il capo. «Solo qualche piccola bruciatura, signore. Guariranno in pochi giorni».
«Capisco». Lo sguardo del re scavalcò Macrone per fissarsi su Catone.
«E voi?»
«Vostra Maestà?»
«Voi avete riportato delle ferite?»
«No, Vostra Maestà. Non oggi».
«Ah». Il re annuì e si voltò con espressione vacua, per mettersi a fissare il paesaggio oltre le mura, in direzione dell’oasi. L’oro liquido del sole bordava appena l’orizzonte e sulla sabbia e sulle fronde verde scuro delle palme cominciavano a stendersi le lunghe ombre della sera. Macrone attese ancora un poco, nel caso il re avesse voluto aggiungere qualcosa, poi si rivolse a Catone scrollando leggermente la testa. Ma Catone stava già guardando dall’altra parte. Giulia era sdraiata accanto al padre e Catone fu lieto di vedere che s’era temporaneamente separata dal principe Balto.
«Ditemi dunque, prefetto». Sempronio parlò in greco e in tono abbastanza alto perché anche gli altri commensali potessero udirlo. «Come hanno combattuto i ribelli?».
Catone non poté trattenere un sorrisetto a quella domanda evidentemente preparata e fece in modo che la sua risposta fosse altrettanto udibile. «Per la maggior parte si tratta di marmaglia, di una plebaglia armata che non ci fa alcuna paura. Poi ci sono i soldati del principe Artasse, ma sono certo che sapremo sbrogliarcela anche con loro, sempre che abbiano il fegato di attaccarci di nuovo. Dubito comunque che questo possa accadere prima di qualche giorno».
Sempronio annuì saggiamente. «E per allora, immagino che il generale Longino starà giungendo in città con le sue legioni».
«Direi di sì, signore».
«Bene. Allora siamo salvi». Sempronio si voltò a guardare il ciambellano del re, che se ne stava in piedi a breve distanza dal tavolo del padrone, la sua postazione di quella sera, dovendo egli supervisionare i tempi e l’annuncio di ogni portata. I due uomini si scambiarono un breve cenno del capo, poi Termone batté il suo bastone a terra, lanciando un richiamo in direzione di una porticina laterale che dava sulla terrazza. Immediatamente uscì una fila compatta di schiavi, trasportando enormi vassoi ricolmi di cibo. Il re fu servito per primo con la massima possibilità di scelta e cominciò a spiluccare alcuni delicati bocconcini a base di carne. Poi fu la volta degli altri commensali, che potevano godere di una gamma più ridotta di portate. Macrone si sollevò sui gomiti ed esaminò le varie offerte che aveva sotto gli occhi.
«Sugo di carne di cavallo, bistecche di cavallo, cotolette di cavallo al miele...». Si costrinse a sorridere e alzò il tono di voce. «Non vedevo niente del genere da mesi!». Si bloccò vedendo una piccola ciotola contenente quelli che sembravano degli strani frutti bianchi e fibrosi. Si rivolse a Sempronio. «Scusatemi, signore. Sapete cosa sono quelli?»
«Quelli?». L’ambasciatore guardò la ciotola e sorrise. «Ma certo che lo so. Si tratta di una prelibatezza locale, centurione. Dovreste davvero assaggiarli. E ricordate di usare sempre la mano destra», aggiunse, mentre l’ufficiale si sporgeva in avanti.
«Prelibatezza, eh?», sorrise Macrone. «Il genere di cibo che preferisco».
Allungò la mano e ne prese uno. Quando la ritirò esaminando l’oggetto che aveva fra le dita, la sua espressione s’irrigidì. «Sembra un occhio».
«Esattamente. L’occhio di una pecora, per la precisione».
«L’occhio di una pecora? Per gli dèi! Di che razza di prelibatezza si tratterebbe?»
«Di una che dovete assolutamente assaggiare», insisté Sempronio. «E anche voi, prefetto, se non volete offendere a morte il vostro ospite».
«Cosa?». Catone sembrava inorridito. Ma sul volto dell’ambasciatore riconobbe una seria esortazione a fare quanto gli era stato detto. Tuttavia, scosse il capo. «Non posso».
Nonostante le proprie perplessità di poco prima, Macrone era divertito dalla schizzinosità dell’amico. Tornò a sporgersi e prese un altro occhio. «Tieni, questo mi sembra bello e succulento». Lo porse a Catone, che cercò di non ritrarsi in maniera troppo evidente. Poi il prefetto si accorse che gli altri commensali lo stavano osservando con una certa aspettativa e accettò riluttante l’offerta. Macrone lo guardò divertito per un attimo, poi gli fece l’occhiolino.
«Alla salute!». Con un unico rapidissimo movimento di mandibola Macrone schiacciò l’occhio che ancora teneva in bocca e masticò appena, prima di inghiottire il tutto, per poi leccarsi compiaciuto le labbra. «Delizioso».
Catone stava per sentirsi male, ma non osava rifiutare, per timore di offendere qualcuno. Deglutì nervosamente e con un’ultima breve battaglia contro il proprio stomaco, portò l’occhio alle labbra e lo infilò in bocca. Il robusto tessuto muscolare che circondava il bulbo oculare era viscido e sapeva vagamente d’aceto. Saggiò la consistenza con i denti e scoprì che l’occhio era resistente e gommoso, proprio come aveva temuto. Facendo appello a tutto il coraggio che aveva, spinse l’occhio in fondo alla bocca e deglutì.
Gli altri ospiti si congratularono con esclamazioni di giubilo e ampi sorrisi, alcuni sollevando altri occhi verso di lui prima di inghiottirli, come in un brindisi. Catone afferrò il boccale di vino che gli era stato riempito poco prima e bevve un lungo sorso, sciacquandosi bene la bocca per eliminare anche l’ultima vaga traccia di sapore che l’occhio poteva aver lasciato.
«Bravissimo».
Catone si voltò e vide Giulia che annuiva rivolta verso di lui. Si costrinse a risponderle con un sorriso e aggiunse in latino: «Non è poi tanto male, una volta che l’hai provato».
«Se lo dici tu. Ora assaggia qualche dolciume. Ti aiuteranno a non pensare all’occhio».
Mentre gli ospiti continuavano a banchettare, sempre conversando animatamente, Catone distolse un attimo la propria attenzione da Giulia per rivolgerla ai due principi seduti uno accanto all’altro: non avevano scambiato nemmeno una parola, fra di loro, ed evitavano persino di guardarsi in faccia. Era stato uno sbaglio farli sedere vicini, pensò Catone. Evidentemente il ciambellano aveva sperato che almeno davanti agli ospiti si fossero mostrati solidali, ma ormai era chiaro per tutti che i due fratelli si disprezzavano a vicenda.
Macrone aveva seguito lo sguardo dell’amico e sapeva cosa stava pensando. «L’unità possiamo scordarcela», disse piano. «Temo proprio che fra poco ci ritroveremo a combattere su due fronti».
«Speriamo di no». Catone si voltò e si servì rapidamente di alcuni pezzetti di dolce immersi in una salsa densa, prima che Macrone potesse avere il tempo di offrirgli un altro occhio.
Il re ebbe un sobbalzo e si spostò sul divano, in modo da avere di fronte i suoi ospiti romani. «Siete un uomo fortunato, ambasciatore».
«Per quale motivo dite questo, Vostra Maestà?»
«Avete una bellissima figlia. E immagino anche che sia devota nei vostri confronti».
«Mi piace pensarlo». Sempronio sorrise, battendo delicatamente una mano sul braccio di Giulia.
«Sicuramente», proseguì il re. «A volte penso che sarebbe stato bello avere delle figlie femmine, e non due figli minori che si detestano e combattono fra loro come due lupi nell’arena. E quando non sono stati impegnati a combattere, ce l’hanno messa tutta per rifiutarsi di obbedirmi.
Per quanto riguarda Ameto... Be’, almeno il suo cuore è buono, anche se non posso dire altrettanto del suo cervello».
Catone era sconcertato dal fatto che il re avesse scelto di parlare tanto apertamente al cospetto dei propri figli. Alle spalle di Vabato, il prefetto vide Balto con lo sguardo fisso davanti a sé e intento a mangiare con scarso entusiasmo. Udendo le parole del padre, Ameto s’era voltato a guardarlo. La sua espressione vacua si tramutò progressivamente in una smorfia accigliata.
Vabato continuò in tono stanco: «Questo è il mio fardello, e il fardello di tutto il mio popolo. Chi salirà al trono dopo di me? Il più capace e amato dei tre s’è rivelato un traditore, il maggiore cambia opinione con la stessa frequenza con cui il vento cambia direzione e Balto persegue il proprio piacere, escludendo qualsiasi altra cosa. Quali probabilità di sopravvivenza avrà il mio regno, se sceglierò uno di loro come successore?».
Il principe Balto posò la sua coppa sul tavolo con un gesto stizzito.
«Basta così! Voi mi fate torto, padre. In vita mia non ho fatto altro che cercare di compiacervi».
Benché tutti gli ospiti avessero avuto un sussulto e la conversazione si fosse improvvisamente interrotta, l’espressione afflitta del re Vabato non cambiò, come se non avesse udito quelle parole, o le avesse semplicemente udite troppo spesso.
«Vi ostinate a dare la colpa a noi», proseguì Balto, «ma lasciatemi dire che la colpa è soltanto vostra, se non avete ancora stabilito la linea di successione. Benché io non sia il vostro primogenito, sono il candidato più adatto a salire al trono dopo di voi. Se mi aveste confermato come vostro successore fin dall’inizio, tutto questo non sarebbe accaduto. Ma no, avete preferito rimandare. Anno dopo anno. Ed ecco i risultati. Perché pensate che Artasse sia là fuori coi suoi ribelli? Gli avete prospettato la successione al trono per troppo tempo. Lo avete tentato, lusingato, fino a fargli perdere la pazienza. Se solo aveste scelto me, Artasse avrebbe saputo qual era il suo posto e non sarebbe là fuori con un esercito e noi non saremmo intrappolati qui dentro...». Balto chiuse gli occhi e strinse i pugni, nel tentativo di controllare la rabbia.
Vabato sospirò. «Hai finito, figliolo?». Non ricevendo risposta, il re fece un cenno in direzione di Sempronio. «Vedete? Che speranza può esserci per Palmira?»
«Una speranza c’è sempre, Vostra Maestà», rispose Sempronio conciliante. «So per certo che chiunque vi succeda potrà sempre contare sull’amicizia e sull’appoggio di Roma. Roma non abbandona mai i propri alleati».
Il principe Balto scoppiò in una risata di scherno e si voltò a guardare l’ambasciatore. «È buffo come l’alleato di oggi finisca spesso per diventare la provincia imperiale di domani». Indicò suo fratello maggiore. «Se sarà questo idiota a succedere al trono, possiamo rassegnarci da subito a consegnare Palmira nelle mani degli esattori di tasse e dei legionari romani».
Ameto si alzò dal suo divano e abbassò lo sguardo sul padre. «Niente cervello... è così che avete detto. Niente cervello. Niente opinioni personali. Be’, lasciate che vi dica... che ne ho abbastanza. Non sono un idiota. Posso non avere l’intell...». S’interruppe corrugando le sopracciglia per concentrarsi. «Intelli...».
«Intelletto?», suggerì Balto. «Intelligenza?».
Ameto annuì con entusiasmo. «Sì! La parola è quella!».
«Quale delle due?»
«Entrambe. Tutt’e due. In ogni caso, il punto è che ho ancora un cuore. So distinguere il bene dal male e sarei un bravo regnante. È così che ha detto Crato. Perciò ne ho abbastanza di essere definito un idiota!».
Ameto si voltò e attraversò la terrazza a grandi passi, scomparendo oltre la porta ufficiale e lasciando gli ospiti sbigottiti davanti a quella scenata familiare fra lui, il padre e il principe Balto.
Vabato scosse la testa sconsolato. «Vedete dunque cosa devo sopportare. Comprendete ora il mio dilemma? Mi viene da piangere per il destino del mio popolo».
Catone e Macrone erano scossi per quel che era appena accaduto e un silenzio imbarazzato calò su tutti i commensali di quel banchetto. Alla fine Sempronio si schiarì la voce e parlò nel tono più ragionevole e calmo che poté. «È stata una lunga giornata, Vostra Maestà. Immagino che siamo tutti esausti».
«Sì». Il re sorrise. «Davvero troppo stanchi per riuscire a domare le loro lingue».
«Allora propongo di ritirarci tutti per la notte. Sono certo che il centurione Macrone e il prefetto Catone vi sono molto grati per l’onore che avete loro concesso stasera e che non si opporranno a concludere anzitempo il banchetto, per far sì che gli umori si raffreddino».
«Avete ragione», riconobbe il sovrano. «È la cosa migliore da fare».
Gli ospiti iniziarono ad alzarsi dai divani per accomiatarsi dal re. Balto si allontanò insieme ad essi. Macrone si guardò intorno, poi prese un cesto per il pane e cominciò a riempirlo con il cibo rimasto nei vassoi. «Vieni qui, Catone, dammi una mano».
Catone si accigliò. «Non sono certo che questo sia il momento e il luogo giusto per saccheggiare la tavola».
«Be’, se non è questo, allora quando? Avanti, serviti!». Macrone svuotò qualche altro vassoio, poi afferrò i manici del cesto e si voltò verso il re.
«Ehm... Grazie ancora, Vostra Maestà».
Vabato accolse il ringraziamento sollevando leggermente le dita e continuò a masticare lentamente. I Romani furono quasi gli ultimi ad andarsene e quando raggiunsero l’entrata della terrazza Catone si guardò indietro e vide la solitaria figura del sovrano seduto a quel banchetto disertato da tutti, con l’unica compagnia del suo ciambellano, che ora s’era posizionato davanti a lui. Era scesa ormai la notte e il firmamento vellutato era punteggiato di stelle. Bassa sull’orizzonte, una luna quasi piena stava levandosi sul deserto, ammantandolo di un etereo lucore bluastro.
Catone raggiunse gli altri. «Anche se resisteremo fino all’arrivo di Longino, che ne sarà poi di Palmira?».
Sempronio scosse il capo. «Non lo so. A meno che Vabato non scelga un successore di nostro gradimento, Roma sarà costretta a intervenire».
«Intervenire?».
Sempronio si guardò velocemente intorno e abbassò la voce. «Annettere il reame, trasformarlo in una provincia. Che altro potremmo fare?».
Macrone annuì. «Con i due figli che il re si ritrova, nient’altro».
Mentre percorrevano il corridoio per lasciare gli alloggi reali, Catone si ritrovò a camminare accanto a Giulia. Tornò a sentire il suo profumo e mentre un’ondata di desiderio gli percorreva tutto il corpo, sentì che il cuore aveva accelerato di nuovo i battiti. Desiderava più di ogni altra cosa chiederle di tornare con lui sulla torre di segnalazione a godersi il panorama della città e dei suoi dintorni. Stavolta la presenza della ragazza non l’avrebbe colto di sorpresa e le cose sarebbero andate sicuramente molto meglio. Aveva percepito sentimenti analoghi da parte di Giulia e il desiderio di sapere se aveva visto giusto lo stava letteralmente attanagliando.
Raggiunsero l’estremità del corridoio e l’arcata che dava accesso alla zona pavimentata fra gli edifici e la porta della cittadella. Gli alloggi dell’ambasciatore si trovavano da una parte e quelli di Macrone e Catone dall’altra.
Sempronio si fermò un attimo e, uno dopo l’altro, abbracciò i due ufficiali.
«Avete fatto un ottimo lavoro, stamattina. Quando tornerò a Roma, ne parlerò sicuramente con l’imperatore».
«Grazie, signore», rispose Macrone.
Catone annuì.
«Be’, allora buona notte. Vieni, mia cara». L’ambasciatore e sua figlia si allontanarono di un passo.
«Giulia», sbottò Catone all’improvviso. Si fermarono.
«Sì?»
«Mi stavo chiedendo... mi stavo chiedendo se mi faresti l’onore di accompagnarmi per una passeggiata». Catone fremette per la goffaggine con cui aveva pronunciato quelle parole.
«Una passeggiata con te?». Giulia sollevò un sopracciglio. «E dove?»
«Oh! Be’... ehm... nello stesso posto di ieri sera, pensavo».
Sempronio si voltò verso la figlia e sorridendo le diede un buffetto sulla guancia. «Lo vedi? Te l’avevo detto che il prefetto era interessato a te. Vai, bambina mia. Passeggia, conversa, ma non fare nient’altro, mi raccomando. Catone, confido nel fatto che siate un uomo d’onore».
«Certo, signore».
Sempronio lo fissò per qualche secondo, ma prima di illuminarsi in un sorriso, il suo volto fu attraversato da un lampo di preoccupazione. «Allora, buona notte a tutti».
Si voltò e si diresse verso i suoi alloggi, stagliandosi nella luce lunare. Macrone spostò il peso da un piede all’altro, imbarazzato. «Vado a dormire anch’io. A più tardi, Catone. E a più tardi anche a voi, signora. Voglio dire, a domani, naturalmente». Macrone si voltò, fece qualche passo e tornò a fermarsi. «Vuoi che ti lasci qualcosa da mangiare?»
«No, grazie. Sto bene così».
«Va bene, allora. Buona serata». Macrone annuì e sparì nell’oscurità. Catone e Giulia attesero che i suoi passi si allontanassero, poi si guardarono con espressione timida. Le labbra di Giulia si allargarono in un sorriso.
«E ora che i genitori se ne sono andati...».
Scoppiarono entrambi a ridere, poi Catone la prese sottobraccio, stringendola dolcemente. «Andiamo, allora».
Tutta l’ansia e l’imbarazzo di poco prima sembravano svaniti e al loro posto Catone provò un sentimento di gioia pura nell’averla accanto, nel percepire il calore e la morbidezza del suo braccio contro il proprio nella fresca aria notturna, persino nella cittadella assediata. Camminarono in silenzio per un po’, prima che Giulia parlasse.
«Mi fa tanta pena».
«Mmm?»
«Re Vabato. Sembra così stanco, desolato...».
«Già», rispose Catone in tono distaccato. Quel commento l’aveva distolto dalle sue fantasie e la prospettiva delle giornate dure che l’aspettavano gli piombò addosso come un macigno. «Non sarà facile per lui, ma dovrà essere forte per il bene di tutti noi. Se si lascerà travolgere dalla situazione nella cittadella, Artasse avrà partita vinta, e noi...». Non riuscì a terminare la frase, perché la visione di Giulia che giaceva morta in mezzo ai cadaveri mutilati dei Romani gli attraversò la mente come una staffilata. «In ogni caso, non pensiamoci, adesso. È ancora presto e ci sono tante cose che vorrei dirti».
«Per esempio?».
Catone scoppiò a ridere. «Non lo so. Niente... e tutto. Non m’importa».
«Accipicchia». Giulia aggrottò le sopracciglia. «Non mi suona tanto chiaro. Ma sono sicura che riusciremo a cavarcela». Gli strinse lievemente il braccio mentre raggiungevano la base della torre di segnalazione addentrandosi nell’ingresso buio che conduceva agli scalini.
«Attenta», disse Catone. «È buio pesto, qui dentro».
Giulia gli passò avanti con passo fermo ma leggero. «Fifone. Non c’è nulla di cui...».
Emise un grido acuto e cadde in avanti.
«Giulia!». Catone si sporse e cercò il suo braccio. Quando lo trovò, le sue dita si strinsero delicatamente attorno ad esso e la aiutò a rimettersi in piedi, tirandola fuori dall’ingresso buio. Sembrava scossa e Catone vide uno sbaffo scuro sul davanti della sua stola.
«C’è qualcuno là dentro». Le tremava la voce. «Ci sono inciampata sopra».
«Rimani qui. Vado a vedere».
Catone si accovacciò e s’infilò nell’entrata buia, brancolando con le mani sul pavimento di pietra. Le sue dita incontrarono della stoffa; continuò a tastare finché non trovò un arto, una gamba infilata in uno stivale di morbida pelle. Afferrando la caviglia, trascinò il corpo sotto la luce della luna e si alzò in piedi. La parte superore dell’abito dell’uomo gli copriva la faccia.
«Chi sarà?», chiese Giulia. «È... è morto?»
«C’è un solo modo per scoprirlo», mormorò Catone chinandosi sul corpo per scoprirgli il volto. Nella luce fioca emersero i capelli scuri e mossi e i lineamenti nobili di un uomo. Mentre Catone continuava a spostare la stoffa, scorsero lo squarcio irregolare che gli attraversava la gola. Sul torace, i vestiti erano zuppi di sangue che luccicava sotto la luce lunare.
Giulia si portò le mani alla bocca. «Oh no... Il principe Ameto!».
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CAPITOLO VENTIQUATTRO.
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Il cadavere era stato adagiato su un tavolo basso nella guardina accanto alla porta delle mura. Catone era corso a chiamare Macrone e i due avevano trasportato il corpo fino a lì. Giulia li aveva raggiunti un momento dopo insieme al padre.
«Allora è vero». L’ambasciatore annuì scostando la stoffa per svelare il volto del morto, striato di sangue. «È il principe Ameto».
Giulia guardò quel viso cereo e distolse subito gli occhi. «Poveretto».
Sempronio rimise a posto il lembo di stoffa, perché coprisse lo squarcio nella gola del giovane, ma lasciò il volto scoperto. «Questo complica alquanto la situazione».
«Davvero?». Macrone incrociò le mani sul torace. «Pensavo la semplificasse, invece. Con un figlio nemico di suo padre e l’altro morto, il principe Balto ha la strada spianata verso il trono. Il che fa di lui il sospettato numero uno, non credete?»
«Altroché».
Catone tornò con la memoria alla fine del banchetto e scosse la testa. «No. Balto è stato uno degli ultimi ad andarsene. Poco prima di noi, ed è uscito in compagnia dei nobili. Non può essere stato lui. Non ne ha avuto il tempo».
«Può anche darsi», gli concesse Macrone. «D’altra parte, però, è ovvio: stava costruendosi un alibi mentre qualcun altro agiva dietro suo ordine. Balto è il nostro uomo, non c’è dubbio. Aveva un movente più che convincente. Ricordi cosa ci ha detto durante la marcia fino a qui, Catone? Che avrebbe fatto di tutto per salire al trono e sbarazzarsi del fratello, con buona pace nostra. Sembra che non abbia voluto attendere oltre».
Catone annuì lentamente, riflettendoci su. «Sembrerebbe proprio che sia andata così».
«Sembrerebbe?». Macrone aggrottò le sopracciglia. «Chi altri pensi che possa essere stato?»
«Non lo so».
«Avete mandato qualcuno ad avvertire il re?», chiese Sempronio.
«No», rispose Catone. «Abbiamo pensato fosse più saggio avvertire prima voi, signore. Perché foste preparato».
«Preparato?». Sempronio sollevò le sopracciglia. «Preparato a cosa? Non penserete che abbia qualcosa a che fare con questa storia?»
«Abbiamo dato per scontato che non lo siate, signore. Ma è sempre meglio avere il tempo di considerare bene una situazione, prima di agire».
«Questo è vero. In ogni caso, faremo meglio ad avvertire il re. Prefetto, voglio che troviate Termone. Ditegli quel che è accaduto e anche di informare subito il sovrano. Poi desidero che mettiate di guardia uno dei vostri uomini migliori davanti agli alloggi del principe Balto. Ma senza dare troppo nell’occhio. Voglio che venga sorvegliato per individuarne ogni movimento sospetto, capito?»
«Sì, signore».
«Andate, allora».
«Giulia». Sempronio si tolse la toga, gettandola a terra di fianco a sé. «Aiutami a pulire un po’ il cadavere. Non credo sia giusto che il re lo veda in queste condizioni».
«Sì, padre». Giulia si voltò e i suoi occhi incontrarono quelli di Catone, un attimo prima che questi si dirigesse verso la porta. Scosse il capo sconsolata per quell’occasione perduta di stare insieme e Catone annuì comprensivo. Poi si voltò e uscì dalla guardina.
Termone indossava ancora il vestito del banchetto, quando aprì la porta della sua stanza, dopo il concitato bussare di Catone.
«Prefetto? Che succede?».
Catone fece un cenno della testa in direzione della guardia che lo aveva scortato fin dall’entrata negli alloggi reali. «In privato».
Termone congedò la guardia e quando furono soli inclinò il capo di lato. «Allora, di che si tratta?»
«Il principe Ameto è morto. Assassinato».
«Assassinato?». Termone batté le mani in un gesto di sconcerto. «Cosa è accaduto?»
«Qualcuno gli ha tagliato la gola. Sono stato io a trovare il corpo».
Catone si soffermò a chiarire il dettaglio, a scanso di ogni sospetto. «La figlia dell’ambasciatore ed io abbiamo trovato Ameto in fondo alla torre di segnalazione. Qualcuno deve averlo seguito quando ha lasciato il banchetto, poi deve averlo tramortito e trascinato lì prima di ucciderlo ».
«Come fate a dirlo?»
«Ameto non aveva alcun motivo di essere lì e il corpo giaceva in una pozza di sangue. Nessuna traccia di trascinamento, per terra».
Termone annuì a quella spiagazione. «Qualcuno è già andato ad avvertire il re?»
«No. È per questo che sono qui. Sempronio ha pensato fosse meglio venire prima da voi».
«Probabilmente ha ragione. Ci penserò io. Dove si trova il corpo?»
«Nella guardina accanto alla porta della cittadella».
«Chi lo sta vegliando, al momento?»
«Il centurione Macrone, l’ambasciatore e sua figlia».
«Allora trovate il comandante della guardia reale e il principe Balto. Dite loro di raggiungerci lì».
Il principe Balto fu l’ultimo ad arrivare. Indossava una semplice camicia da notte ed era assistito dal suo schiavo, Carpete. Catone non gli aveva spiegato la ragione di quella convocazione, dicendogli soltanto che il ciambellano del re desiderava vederlo. Balto irruppe nella guardina con espressione irritata.
«Qualcuno vuole dirmi cosa diavolo sta succedendo?».
Attorno al tavolo s’era assiepato un gruppetto di persone e quando si voltarono verso il nuovo arrivato, Balto vide il cadavere, e suo padre chino sopra di esso, intento a fissare il volto del figlio morto. Balto attraversò di corsa la stanzetta e rallentò quando riconobbe il fratello.
«Ameto? Morto?».
Termone annuì. «Sì, principe».
Balto fissò il cadavere per qualche secondo. «Quando è successo?»
«Poco dopo la fine del banchetto».
Catone tossì. «Non lo sappiamo, ancora. Il principe Ameto se n’è andato prima della fine. Il suo assassino potrebbe averlo aspettato di fuori, o potrebbe essere stato uno degli ospiti usciti poco dopo di lui».
«Capisco». Balto spostò lo sguardo su suo padre. Vabato era seduto su una sedia posta accanto al cadavere e ne fissava il volto immobile. Occhi ormai vitrei ricambiavano lo sguardo paterno. Il vecchio sovrano sollevò la mano e accarezzò delicatamente i capelli del figlio morto, scostandoglieli dalla fronte. Un ricciolo ribelle tornò al proprio posto non appena la mano vi fu passata sopra. Il re Vabato sorrise teneramente. «Ha sempre avuto i riccioli ribelli, fin da piccolo... Il mio figliolo, il mio bambino».
Si chinò in avanti e baciò la fronte del figlio, poi premette la guancia contro la testa di Ameto, mentre le prime lacrime scendevano a bagnare il volto segnato dagli anni.
Nessuno parlò. Rimasero tutti in silenzio a guardare Vabato che piangeva suo figlio. Alla fine, Balto s’inginocchiò di fronte a suo padre e con fare esitante allungò una mano sul tavolo per appoggiarla sulla spalla del genitore.
«Padre. Mi dispiace tanto».
Vabato continuò a piangere, scosso dai singhiozzi, dimentico di coloro che gli stavano intorno. Persino un personaggio augusto come un re tornava ad essere semplicemente un uomo, e un padre, davanti al cadavere del proprio figlio. Catone desiderava fare qualcosa per consolarlo, per aiutarlo in qualche modo, ma sapeva che persino adesso, in questa situazione di estrema intimità, vi erano limiti di rango che non poteva oltrepassare. Sentì una mano che scivolava dentro la sua e si voltò: Giulia alzò la testa a guardarlo e vide che anche lei condivideva i suoi sentimenti, nonché il senso d’impotenza.
Alla fine, Termone si schiarì la voce e iniziò a parlare in tono sommesso. «Vostra Maestà... C’è qualcosa che posso fare per voi?».
Non ricevendo risposta, Termone si avvicinò al suo re e parlò di nuovo: «Desiderate che vi lasciamo un po’ da solo?».
Vabato si asciugò le lacrime e raddrizzò la schiena. Il principe Balto arretrò e si alzò in piedi. Il re si fece scuro in volto e si guardò intorno, scrutando i presenti come se fossero dei perfetti sconosciuti, finché i suoi occhi non si fermarono su Termone.
«Chi è stato?»
«Non lo sappiamo, Vostra Maestà. Abbiamo appena scoperto il cadavere».
«Chi l’ha trovato?».
Catone deglutì nervosamente. «Sono stato io».
«Ed io», si affrettò ad aggiungere Giulia. «Appena dentro la torre di segnalazione, Vostra Maestà».
Vabato spostò lo sguardo dall’una all’altro. «Era ancora vivo quando lo avete trovato?».
Catone scosse solennemente il capo. «Era già morto. Non avremmo potuto fare nulla per salvarlo».
Vabato abbassò gli occhi sul cadavere, poi guardò Termone. «Voglio che troviate l’assassino. Non m’importa come farete. Non importa quanti sospettati dovrete torturare. Trovate l’assassino».
«Sì, Vostra Maestà. Ci penserò io».
«Sarà meglio per voi. Qualcuno deve pagarla cara!», sbottò Vabato. «Devono morire per questo. Se non riuscirete a trovare l’assassino, sarete messo a morte al suo posto!».
«Signore?». Spaventato, il ciambellano arretrò nervosamente davanti alla veemenza del suo padrone.
Sempronio scosse il capo. «Questo non è giusto, Vostra Maestà. Quest’uomo è innocente. Devo sollevare le mie proteste per il trattamento riservatogli».
«Protesta pure quanto vuoi, Romano», rispose Vabato. «Questo è il mio regno, e ogni mio desiderio qui è legge. Termone farà quel che gli ho detto, o la pagherà cara. Proprio come mio figlio». A Vabato tremò la voce, mentre tornava a guardare Ameto. «Non gli ho neanche detto addio. Ci siamo lasciati in cattivi rapporti e lui non saprà mai quanto lo amavo. Come può un padre sopportare tutto questo? L’ho perduto, oramai. Perduto per sempre». Vabato abbassò la testa e riprese a piangere fra i singhiozzi che gli squassavano il torace.
Balto fece un lungo sospiro e parlò: «Padre, avete ancora me. Sono qui, al vostro fianco».
Vabato alzò la testa di scatto, scoccandogli un’occhiata dura. «Tu? Tu per me non vali nulla. Tutto quel che mi rimane è un figlio incapace di regnare in maniera responsabile».
Balto s’irrigidì, le labbra strette a formare una linea sottile, mentre la sua espressione si trasformava in una maschera di odio. «Sono una persona responsabile, padre. Ho dovuto combattere aspramente per poter stare al vostro fianco. Non mi sono dunque ancora mostrato degno di un po’ di rispetto, di un po’ d’affetto?».
Vabato lo fissò per qualche istante, poi scosse amaramente la testa. «Tu vuoi soltanto salire al trono, quando non ci sarò più. Sarebbe stato Ameto il re, se non fosse successo... questo». Con un gesto sconsolato della mano indicò il cadavere, sussultando nel notare la carne squarciata sulla gola del figlio. «E ora lui non c’è più. Immagino che la cosa ti faccia piacere, Balto. Non vedi l’ora di metterti la mia corona, vero? Te lo leggo negli occhi».
«Padre, avete perso un figlio, ed io ho perso un fratello. Consentitemi almeno di condividere con voi questo dolore». Il principe Balto aprì cautamente le braccia verso il sovrano. «Padre?».
Per un attimo, Vabato scrutò il figlio con espressione addolorata. Poi strinse gli occhi, scansò col palmo della mano l’abbraccio di Balto e indietreggiò. «Vipera! Come osi? Per quanto mi riguarda, l’autore di questo delitto sei tu. Tu e questi tuoi amici romani».
«Amici romani?». Balto scosse il capo. «Padre, dunque accusate me dell’assassinio? Credete che abbia ucciso il mio stesso fratello? Carne della mia carne? Come avrei mai potuto?»
«Ti conosco bene. Conosco la tua ambizione. Non c’è niente che tu desideri più del mio trono». Lo sguardo del sovrano balenò sull’ambasciatore e sugli altri Romani presenti nella stanza e Catone vide la paura nei suoi occhi, quando proseguì: «Nemici. Sono circondato da nemici».
Sempronio scosse la testa. «Vostra Maestà, vi assicuro che siamo vostri fedeli alleati. Non abbiamo nulla a che fare con la morte di vostro figlio».
Vabato lo fissò implacabile e Sempronio indicò Macrone e Catone. «La presenza di questi due ufficiali e dei loro soldati non è forse la prova tangibile della nostra lealtà verso il vostro reame? Noi non siamo vostri nemici. Lo giuro sulla vita di mia figlia, che amo sopra ogni altra cosa».
Il re Vabato rimase immobile e silenzioso per qualche istante, poi curvò le spalle e tornò a guardare il morto. «Andatevene. Andatevene tutti, lasciatemi solo».
Sempronio stava per aggiungere qualcosa, ma Termone ne intercettò lo sguardo e scosse fermamente il capo, indicando la porta. L’ambasciatore esitò un attimo, guardando ancora il re, prima di arretrare lentamente e aprire la porta in silenzio, esortando anche i due ufficiali e sua figlia a seguirlo di fuori. Termone attese un attimo prima di sussurrare a Balto:
«Mio principe?».
Balto si voltò di scatto verso di lui e si portò a mezza distanza fra il ciambellano e il re. «Avete sentito cosa ha detto mio padre. Uscite».
«Ma...». Termone tentò di aggirare il principe, ma questi lo bloccò.
«Fuori!».
Il re si riscosse e sollevò la testa. Fece un sospiro profondo e gridò:
«Andatevene! Tutti e due! Fuori di qui!».
Balto si voltò con la bocca aperta per protestare, ma suo padre puntò il dito verso la porta. «Vattene!».
Termone si precipitò fuori, seguito da Balto, che rivolse un’ultima occhiata al padre, prima di chiudersi la porta alle spalle.
Fuori, nel grande cortile all’aperto, gli altri li aspettavano accanto alla porta della cittadella. Ci fu un imbarazzato silenzio, prima che Balto sbottasse sdegnoso: «So cosa state pensando. Credete che abbia fatto uccidere Ameto».
«Ebbene, è così?», domandò Catone.
«Quel che dico ha forse importanza? Voi sapete già cosa credere».
Catone scosse il capo. «Non ancora. Voglio sentirlo uscire dalle vostre labbra. Lo avete ucciso voi?»
«No», rispose Balto senza esitazioni. «Ecco qui. Soddisfatto?».
Macrone sbuffò dal naso con un verso derisorio. «Be’, questo non prova nulla, amico mio. Se non siete stato voi, o uno dei vostri, ad ucciderlo, allora chi è stato?»
«Perché non un Romano?». Balto sorrise appena. «Magari voi stesso».
Macrone si batté una mano sul petto. «Io?»
«Se il re rimane senza eredi, per Roma sarà più facile annettere Palmira, alla morte di mio padre. È un movente più che valido. Ovviamente, questo significa che dovrete far assassinare anche me!».
«E voi non avete nulla da guadagnare dalla morte di vostro fratello, immagino», ribatté Macrone. «A parte il fatto che era il vostro unico antagonista nella lotta alla corona».
«Basta così, centurione Macrone!», intervenne Sempronio con fare autoritario. «State calmo. Non siete d’aiuto, in questo modo». Si voltò verso Balto moderando il tono con evidente difficoltà. «Principe, ammettiamo, per il momento, che nessuna delle due fazioni abbia avuto un ruolo nella morte di vostro fratello. Non possiamo permetterci di litigare su questo argomento. Non mentre il nemico comune ci circonda. Avete dei buoni motivi per sospettare di noi, così come noi ne abbiamo di altrettanto validi per sospettare di voi. E al momento sembra che il re sospetti di tutti quanti. Dobbiamo mettere da parte l’argomento, almeno finché l’assedio non sarà finito».
«Mettere da parte l’argomento?», ripeté Balto, indignato. Poi si voltò verso Termone. «E tu che ne dici, vecchio? Sei il consigliere di mio padre da tanti anni, da sempre direi. Pensi che sia disposto a mettere da parte l’argomento della morte di suo figlio?».
Termone rifletté un attimo prima di rispondere: «La mente di Sua Maestà traboccherà di lutto e di dolore per alcuni giorni. Poi, dopo il funerale del principe Ameto, credo che il re non si darà pace fin quando non avrà scoperto l’identità dell’assassino e vendicato il figlio».
«Molto bene», disse Sempronio. «Abbiamo qualche giorno di tregua, allora. Cerchiamo di evitare ulteriori recriminazioni e sospetti. Dopo il funerale, collaboreremo tutti con il re per trovare l’assassino. D’accordo?».
Balto annuì. «Ora, se non vi dispiace, desidererei far ritorno ai miei alloggi per vivere questo lutto in privato».
«Naturalmente».
Balto salutò brevemente Macrone e Catone con dei cenni del capo, prima di rivolgersi a Giulia: «Mia signora, confido nel fatto che quando tutto questo sarà finito noi due avremo modo di conoscerci meglio».
Giulia si costrinse a sorridere. «Lo spero, principe Balto».
Le prese la mano, la sollevò e poi abbassò la testa per baciargliela, indugiando con le labbra sulla pelle di lei. Giulia rimase immobile finché non la lasciò andare, poi fece un passo indietro.
«Auguro a tutti la buona notte, allora», disse Balto con quieto distacco, poi si voltò avviandosi a grandi passi verso i suoi alloggi.
Per un momento lo osservarono allontanarsi, poi Catone afferrò delicatamente la mano di Giulia e mormorò: «Tutto bene?».
Lei stava tremando. «Mi fa accapponare la pelle».
«Sei stata brava, figlia», disse Sempronio con quieto orgoglio. «Non avrebbe mai potuto indovinare cosa provavi».
«Non mi sarebbe dispiaciuto se invece ci fosse riuscito».
Macrone sbuffò di sollievo e si grattò la nuca. «Allora, che ne dite? Pensate che sia stato lui a uccidere il fratello?».
Sempronio rifletté un attimo prima di rispondere: «Non c’è alcun dubbio. Dev’essere stato Balto».
Catone annuì. «Nel qual caso, siamo in guai seri. Molto seri. Abbiamo un nemico alle porte, un assassino all’interno e un alleato che sospetta che gli abbiamo ucciso il figlio. Le probabilità a nostro favore sono ben scarse».
Macrone ridacchiò. «Da quando in qua hai cominciato a scommettere, ragazzo mio?».
Catone rimase in silenzio un attimo, prima di stringersi nelle spalle. «Da quando ho conosciuto voi, signore».
...
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CAPITOLO VENTICINQUE.
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...
«Cosa pensi che stiano costruendo?», chiese Macrone strizzando gli occhi nel tentativo di distinguere le attività che si svolgevano negli spiazzi riservati ai mercanti dall’altra parte dell’agorà. Catone era al suo fianco nella guardina accanto alla porta della cittadella, e si schermava gli occhi con la mano per ripararsi dai raggi del sole, intento a scrutare nella stessa direzione. A un centinaio di passi di distanza, i ribelli si stavano dando da fare, e al di là delle mura del mercato provenivano rumori di seghe e martelli.
«Un altro ariete, forse», suggerì Catone. «Hanno avuto tutto il tempo per raccogliere altro materiale».
Erano passati otto giorni dal precedente tentativo di sfondare la porta della cittadella e dalla morte di Ameto. Il re aveva trascorso tutto quel tempo a piangere il figlio. Più di quanto fosse opportuno, visto che con quella calura il cadavere aveva cominciato ben presto a decomporsi, benché fosse stato trasferito in uno dei magazzini più freschi, nei sotterranei della cittadella. Alla fine Vabato aveva consentito ai sacerdoti del tempio di Bel di cospargere di unguenti e vestire il corpo di Ameto per il funerale, e nel cortile antistante gli alloggi reali era stata allestita la pira. La penuria di legname aveva costretto la servitù di palazzo a fare a pezzi alcuni mobili e delle porte, perché fosse allestita una pira degna di un principe. Quando il sole sarebbe tramontato, alla fine della giornata, Ameto sarebbe stato deposto in cima alla pira e le fiamme ne avrebbero purificato il corpo, trasportando il suo spirito in alto, nel cielo notturno.
La notizia della morte del principe era trapelata fra le fila affamate di civili e di soldati della cittadella e i vari accampamenti avevano iniziato a guardarsi con vicendevole sospetto e cautela. Catone se n’era accorto per la prima volta quando era andato a trovare Archelao all’ospedale, due giorni dopo l’assassinio. Il mercenario greco era seduto su una stuoia nel colonnato sovrastante il cortile, quando Catone l’aveva finalmente rintracciato. Aveva un’ampia fasciatura sulla spalla e quando alzò lo sguardo sull’ufficiale romano, questi notò che gli occhi erano molto infossati. Catone sorrise e sollevò il piccolo orcio di vino che aveva portato con sé.
«La medicina!».
Archelao sorrise brevemente. «Proprio quel che mi serviva!».
Catone si accomodò a terra accanto al tetrarca e si appoggiò alla parete con un sospiro desolato, mentre offriva l’orcio al compagno.
«Come va?», domandò Archelao. «Non ho sentito più nulla di nuovo, dall’altra parte delle mura».
«Infatti. I ribelli sono stati tranquilli. Ma forse possono permetterselo. Le nostre scorte di acqua e di cibo si stanno esaurendo e loro stanno aspettando l’arrivo dell’esercito dei Parti. La nostra unica speranza è che Longino arrivi prima di loro».
«Ed è probabile che accada?». Archelao stappò il recipiente e bevve un lungo sorso di vino.
«Non lo so», ammise Catone. «In ogni modo, come va la spalla?»
«Fa male, Romano. Il braccio è fuori uso. Non credo che potrò tornare a combattere. Non per il momento, almeno».
«È un vero peccato, accidenti. Abbiamo bisogno di chiunque sia in grado di impugnare la spada o la lancia. Per come stanno le cose, comunque, pare che gli abitanti della cittadella siano più inclini a usarle fra di loro che non contro i ribelli».
Ci fu un silenzio imbarazzato, poi Archelao bevve un altro sorso e continuò: «Corre voce che il principe sia stato ammazzato dal fratello».
Catone si spostò in modo da poter guardare il Greco negli occhi. «Davvero? È questo che dice la gente?». Scrollò le spalle. «Balto potrebbe anche averlo fatto. Ha molto da guadagnare, sbarazzandosi di un rivale nella successione al trono. Ma era con altre persone, quando è accaduto il fatto».
«Allora controllate il suo schiavo, quel Carpete».
Catone ci pensò su un attimo e annuì. «Carpete, eh? Potrebbe valer la pena di farci due chiacchiere. Tanto per vedere se sa qualcosa».
«Ti servirà anche sapere che altri ancora sostengono che a uccidere il principe sia stato un Romano. Uno dei consiglieri del re, Crato, sta spargendo la voce. Dice che ora che Ameto è morto, ammazzerete Balto e poi lo stesso re, così Palmira sarà nelle mani di Roma».
Catone rise a quelle parole, ma si bloccò di colpo notando che Archelao lo fissava serio e rigido come una statua. «Non crederai anche tu a questa storia?».
Archelao arricciò le labbra. «Sto soltanto riferendo quel che ho sentito dire. Per quanto mi riguarda, la cosa non mi interessa più di tanto, come del resto non interessa agli altri mercenari della guardia del re. Fin quando ci pagano, ovviamente. Il problema è che, se questa voce fosse autentica, noi rimarremmo senza lavoro. Quindi attenzione, prefetto, quando ti trovi nelle vicinanze del re o del principe. Le loro guardie sono pronte a cogliere ogni minimo accenno di tradimento. Ma prima colpiscono, e poi chiedono spiegazioni».
«Proprio quello che ci serviva», borbottò Catone. «Stare sempre all’erta e guardarci le spalle».
«Be’, qualcuno ha ucciso il principe. E avranno avuto le loro ragioni».
Catone scosse il capo. «Questa storia sta iniziando a sfuggirci di mano. Comunque, ora devo andare. Tieni pure il vino». Si alzò in piedi e si stiracchiò, prima di annuire in direzione di Archelao. «Abbi cura di te».
«Anche tu, Romano. E guardati le spalle».
«Lo farò». Catone si voltò e dopo un attimo di esitazione si diresse verso la stanza alla fine del colonnato. Giulia stava lavando delle bende in una bacinella di bronzo sotto la finestra, quando Catone fece il suo ingresso.
«Non ti riposi mai?», le disse.
Giulia si bloccò e lo guardò da sopra una spalla con un sorriso stanco.
Mentre Catone attraversava la stanza andandole incontro, si asciugò velocemente le mani sulla lunga tunica. Sotto il raggio di luce che entrava dalla finestra alta aveva un aspetto più radioso che mai, e mentre le si avvicinava Catone sentì accelerare il battito del cuore. Poi accadde qualcosa di totalmente inaspettato. Senza riflettere, le prese entrambe le mani, avvicinò il proprio viso a quello di lei e la baciò sulle labbra.
Sentì Giulia irrigidirsi, ma soltanto per un attimo, poi rispose al suo bacio, premendo delicatamente la bocca contro la sua e lasciandogli le mani, per potergli avvolgere le braccia snelle intorno alla schiena, attirandolo in un abbraccio appassionato. Catone sentì una specie di ebbrezza salirgli alla testa, mentre ogni fibra del suo corpo era attraversata da un fremito di desiderio. La cinse fra le braccia robuste, tenendola stretta a sé.
All’improvviso, Giulia scostò la bocca da quella di lui. «Ahi! Scusa, ma...».
«Che cosa c’è? Tutto bene?».
Giulia accennò col capo al pomo della spada di Catone. «Quel coso. Lo sentivo premere contro di me e...».
Catone arrossì. «Scusami tanto. Non volevo. Io... mi sono lasciato trasportare».
«Su questo non ho dubbi!». Giulia gli diede un altro rapido bacio. «Finalmente. Mi stavo chiedendo quando ti saresti deciso a baciarmi. Almeno, io speravo che lo facessi».
Catone le accarezzò una guancia e la guardò negli occhi. «Allora provi anche tu la stessa cosa?»
«Ma certo, stupido». Giulia baciò la mano che lui teneva ancora sulla sua guancia. «Sinceramente, Catone: la maggior parte degli uomini è incapace di tenere le mani a posto, con le donne, perciò con te stavo iniziando a disperare. Ma del resto, tu sei diverso dalla maggior parte degli uomini. Ed è proprio questo che mi piace di te».
«Ci conosciamo soltanto da pochi giorni. Sono così trasparente?». Catone sorrise mestamente.
«Solo per quanto mi riguarda». Giulia appoggiò una mano sulla sua spalla e attirò il viso di lui verso di sé per baciarlo ancora, più a lungo e con più trasporto, stavolta, finché i due non sentirono un colpo di tosse imbarazzato e un leggero bussare allo stipite della porta. Giulia si staccò da Catone e si voltò verso il dottore. «Sì, che succede?»
«Ho altre bende da lavare, signora».
«Bene. Me le lasci pure qui».
«Ehm», fece Catone imbarazzato. «Io... ehm... devo tornare dai miei uomini. Ci vediamo più tardi, allora?»
«Ma certo!», esclamò Giulia, sorpresa. «Non credere di poterti liberare tanto facilmente di me!».
Catone sorrise al ricordo di quell’incontro e di alcuni di quelli più intimi che erano seguiti al primo bacio.
«Che hai da ridere?», gli chiese Macrone.
«Eh?». Catone si riscosse con aria colpevole, scacciando dalla mente il ricordo recente della snella figura di Giulia seduta accanto a lui a guardare la luna e le nuvole argentate che scorrevano davanti alle stelle. «Scusami, mi sono distratto».
Macrone lo fissò per qualche istante, poi scosse la testa. «Proprio ciò di cui avevo bisogno: un vice-comandante trasformato in un pupazzo che sogna la sua bella. Avanti, Catone. Cerca di pensare al lavoro e non al suo bel sedere. Abbiamo già abbastanza problemi. Guarda là».
Catone guardò nella direzione indicatagli e vide che dietro il muro del mercato cominciava a ergersi una grossa struttura in legno. Poi riconobbe di cosa si trattava.
«Un onagro».
«Già. E ce ne sarà più di uno. I ribelli si sono costruiti una piattaforma d’artiglieria dietro quel muro. Furbi. Per noi è impossibile assalirli da qui, e per loro le mura e le abitazioni della cittadella sono a portata di tiro». Macrone si sfregò la barba corta e ispida. «Sarà meglio dire a Balto di far salire i suoi arcieri quassù. E che i balestrieri facciano il possibile per disgregare le truppe ribelli. Pensaci tu».
I difensori avevano appena cominciato con la controffensiva, formando una fitta e letale cortina di frecce, quando ecco spuntare da sopra il muro del mercato la parte superiore di ben otto catapulte. I ribelli proseguirono indisturbati coi loro preparativi, e verso sera dalle posizioni nemiche si levarono le prime volute di fumo.
«Fantastico», mormorò Macrone. «Hanno intenzione di bersagliarci con proiettili incendiari».
Catone annuì e corse dall’altra parte della guardina a chiamare il centurione Metello, che aveva preso il comando delle truppe antincendio. «Proiettili incendiari. Tieni pronti i tuoi uomini».
«Sì, signore». Metello scattò sull’attenti, salutò e si voltò per ordinare alla sua raffazzonata truppa di soldati e civili feriti di mettersi in formazione. Questi si alzarono stancamente dai posti in ombra che avevano trovato per riposare, e corsero a prendere i loro posti presso i recipienti d’acqua situati a intervalli regolari lungo le mura. Alcuni portavano dei secchi, altri ancora stuoie di canapa per soffocare le fiamme. Attorno a loro, i rifugiati civili raccoglievano le loro cose e prendevano in braccio i bambini avviandosi velocemente verso il più vicino riparo. In genere si ammassavano negli atri e nei cortili del palazzo principale. Nonostante il pericolo che minacciava i suoi sudditi, il re Vabato aveva proibito loro di entrare negli alloggi reali. Dopo l’assassinio del figlio, aveva raddoppiato la propria guardia del corpo personale ed era raro che uscisse dai suoi appartamenti, per paura di essere ucciso a sua volta. Dal momento che tutti gli edifici della cittadella erano stati destinati ai nobili e agli ufficiali romani, e che le scuderie servivano come caserme per i soldati, i civili erano costretti a vivere all’aperto. Seduti o sdraiati all’ombra durante il giorno e ammassati in gruppi familiari di notte, tiravano avanti con le magre razioni d’acqua, carne di cavallo e grano distribuite quotidianamente dalle guardie del re.
Catone scrutò al di là delle mura del cortile reale e vide che dagli appartamenti privati del sovrano stava sbucando la piccola processione funeraria. Dietro i sacerdoti, che si strappavano le vesti e si profondevano in luttuosi lamenti, c’era il piccolo drappello dei portatori del feretro: un catafalco con il corpo di Ameto avvolto in un panno intriso di unguenti profumati. Vestito semplicemente di nero, il re lo seguiva con aria solenne.
«Non ha scelto il momento migliore», mormorò Catone, rivolto a se stesso.
Non fosse stato per l’atmosfera colma di risentimento e diffidenza creatasi recentemente, il principe Balto si sarebbe trovato subito dietro suo padre. Voltandosi verso la torre alla sua destra, Catone lo vide invece intento a impartire ordini ai suoi arcieri, apparentemente ignaro dell’inizio della cerimonia. Ma c’era un’altra possibilità: che il principe avesse scelto di non partecipare perché non sopportava di presenziare al funerale del fratello da lui stesso ucciso. Per un attimo il prefetto si chiese se fosse davvero così, poi scacciò quel pensiero. Non credeva che Balto fosse il tipo d’uomo incline a farsi dilaniare dai rimorsi. Catone si voltò e tornò al fianco di Macrone, che stava stringendo le cinghie del sottogola dell’elmo per assicurarsi che rimanesse ben saldo al proprio posto. Vedendo Catone, sorrise stancamente.
«Fra poco farà calduccio, da queste parti».
In quel momento preciso, uno schiocco sordo attrasse l’attenzione di entrambi gli uomini sulle posizioni ribelli. Catone vide che il braccio di lancio di uno degli onagri era premuto contro la traversa. Un fagotto fiammeggiante stava tracciando un arco attraverso il cielo del tardo pomeriggio, lasciandosi dietro una scia di fumo denso e oleoso. I difensori sulle mura udirono chiaramente il crepitio delle fiamme, mentre il proiettile sfrecciava sulle loro teste per andarsi a schiantare nel cuore della cittadella. Prima che toccasse terra, altri schiocchi arrivarono dalle fila dei ribelli e diversi proiettili incendiari solcarono l’aria, tracciando una breve scia di fumo che si dissipava velocemente. I fagotti strettamente legati e intrisi di pece piombavano verso terra e scoppiavano in miriadi di scintille quando colpivano le tegole dei tetti e le pietre del selciato, oppure rimbalzavano sui muri in un’improvvisa, intensa fiammata provocata dall’impatto. Il bombardamento proseguì e ben presto il ritmo alternato con il quale gli addetti manovravano le armi produsse una pioggia di proiettili quasi ininterrotta.
Macrone e Catone si spostarono sul retro della guardina e osservarono giù, sulla cittadella, per valutare l’effetto di quel fuoco di fila incendiario. In alcuni punti s’era innescato un incendio e gli addetti allo spegnimento delle fiamme erano già al lavoro, battendoci sopra freneticamente le stuoie e gettando secchiate d’acqua. Ma non appena un incendio veniva domato, ecco arrivare un nuovo proiettile fiammeggiante che ne appiccava uno in un altro punto. Uno degli onagri, con un potere di torsione maggiore degli altri, scagliava i suoi proiettili in un’area ancor più remota della cittadella, e proprio sotto gli occhi dei due ufficiali romani, uno di questi superò le mura della corte reale, colpendo la pira funeraria. I sacerdoti intenti a sollevare il feretro per deporlo in cima alla pira, per lo spavento e la sorpresa lo lasciarono quasi cadere, ma riacquistarono l’equilibrio appena in tempo, affrettandosi poi a sistemare il cadavere nella giusta posizione, mentre le fiamme del proiettile incendiario avevano già appiccato il fuoco alla pira. Gli uomini si precipitarono a riprendere il loro posto alle spalle del re.
«Tanto di risparmiato», disse Macrone. «Perlomeno, quello è un fuoco che nessuno dovrà andare a spegnere».
«Meglio così. Metello e i suoi hanno già un bel da fare».
Macrone guardò all’interno della cittadella, valutando la situazione.
«Difficile che ce la possa fare da solo. Voglio che tu vada laggiù, adesso. Organizza la tua coorte come squadra antincendio ed estingui quelle fiamme. Non possiamo permetterci che sfuggano al nostro controllo, o i ribelli ci faranno arrosto».
«Ma signore, e se dovessero attaccarci? Sulle mura c’è bisogno dei miei».
«Posso farcela con la mia coorte e con Balto e i suoi ragazzi», stabilì Macrone. «E adesso va’!».
Catone si avviò di corsa lungo gli spalti della torre posta a sinistra della porta principale e fece un ampio cenno con la mano al centurione Parmenione. «Di’ agli uomini di abbassare gli scudi e le lance e di scendere dalle mura. Dobbiamo andare a spegnere quei fuochi. Passa parola agli altri centurioni!».
«Sì, signore».
Poi chiamò gli ausiliari più vicini perché lo seguissero e si precipitò per gli scalini della torre. Non appena raggiunsero la zona pavimentata dietro la porta della cittadella, li condusse al più vicino barile ricolmo d’acqua e al mucchio di secchi e di stuoie di paglia lì accanto. «Prendete quella roba! Riempite i secchi d’acqua e schieratevi laggiù!».
Quando furono pronti, Catone ordinò ai suoi ragazzi di muoversi in squadre, una per ogni proiettile incendiario in arrivo. Appena estinto un fuoco, dovevano tornare al barile e attendere la successiva palla incendiaria. Non che ci fosse molto da attendere, si disse Catone. I ribelli stavano sfruttando le loro armi con furiosa determinazione e sembrava che nuovi incendi stessero scoppiando ovunque, ormai. Nonostante ciò, la decisione di Macrone di mandare gli uomini di Catone ad aiutare le squadre antincendio permetteva ormai ai difensori di tener testa a tutto quel fuoco, estinguendolo prima che facesse grossi danni. Intanto, mentre i bombardamenti continuavano senza sosta, il pomeriggio aveva lasciato il posto alla sera. C’era soltanto una manciata di fuochi a destare preoccupazione, laddove i proiettili erano caduti in luoghi non facilmente raggiungibili dalle squadre antincendio.
Poi, mentre il crepuscolo già ammantava la città, l’onagro più potente cambiò leggermente la mira e il suo proiettile cominciò a cadere proprio nel cortile impiegato come rifugio ospedaliero. Catone notò quel mutamento e non appena si rese conto dove stavano abbattendosi le palle di fuoco, il suo cuore fu attanagliato dal terrore per la sorte di Giulia. Pensò di correre un attimo all’ospedale per assicurarsi che fosse incolume, ma capì di non poter abbandonare così i suoi uomini e il suo posto, per quanto breve potesse essere la sua defezione. Mentre i proiettili incendiari continuavano a colpire l’ospedale, notò un bagliore arancione che proveniva da quella direzione, poi le prime lingue fiammeggianti che divampavano nell’oscurità. Catone sapeva che non c’erano squadre antincendio posizionate così all’interno della cittadella e che se non veniva controllato, quel fuoco si sarebbe velocemente espanso. Fece cenno all’optio di Metello di avvicinarsi e mentre quello correva verso di lui, gli gridò i suoi ordini:
«Vi lascio il comando, qui! Porto due squadre dalle parti dell’ospedale!». Catone indicò le fiamme che già salivano altissime in quella zona della cittadella. «Eseguite!».
«Sì, signore!».
Catone si precipitò verso il mucchio di stuoie e ne prese una. Era umida e aveva un odore di muffa: perfetta per spegnere le fiamme, pensò con un sorriso torvo. Poi si rivolse ai più vicini fra gli uomini della sua coorte: «Questa squadra... e quella lì! Seguitemi!».
Si misero a correre lungo la fiancata dell’edificio principale della cittadella, fino a raggiungerne l’angolo e svoltare verso il cortile adibito ad ospedale. Catone si guardò indietro. «Sbrigatevi! Non c’è tempo da perdere, dannazione!».
Gli uomini si precipitarono attraverso l’arco che conduceva all’interno del cortile, illuminato dal bagliore delle fiamme. Quando Catone vi penetrò, notò che un lato era già stato consumato dall’incendio: il lato dove Giulia visitava i suoi pazienti. Sentì una morsa di ghiaccio attanagliargli il cuore, poi scacciò le sue paure, rendendosi conto che doveva impartire degli ordini ai suoi uomini. Il chirurgo e i suoi assistenti stavano cercando disperatamente di sgomberare le sale più vicine al cuore dell’incendio, che ormai si stava propagando come una bestia selvaggia e infuriata.
«Andate ad aiutarli!», gridò Catone. «Prima i feriti! Portateli fuori dal cortile!».
Le squadre antincendio misero giù i secchi e le stuoie e corsero a raccogliere i pazienti che ancora giacevano sui pagliericci lungo il lato più pericoloso del cortile. Catone vide Archelao che sosteneva col braccio sano un compagno.
«Ce la fai?».
Archelao annuì.
«Dov’è donna Giulia?»
«Laggiù». Archelao indicò l’incendio con un cenno del capo. C’era del fumo che usciva in grosse volute da una porta al di là del muro di fiamme. «Ci sono altri uomini, in quella stanza».
Catone si precipitò in quella direzione, schivando coloro che stavano fuggendo dalle fiamme e dal fumo soffocante. Quando raggiunse la porta indicatagli da Archelao, si riempì i polmoni d’aria pulita e si gettò all’interno. Lo spazio angusto era caldissimo e le travi del soffitto erano circondate da lunghe lingue di fuoco, mentre, attraverso una fitta cortina di fumo, frammenti di legno bruciato cadevano a terra. Si accovacciò il più possibile per sfruttare la minore densità del fumo verso terra, e si guardò intorno. Quasi tutti i giacigli erano vuoti, salvo due nell’angolo più lontano. Giulia era carponi e stava trascinando un uomo sul pavimento. Catone la raggiunse subito.
«Lascia fare a me».
Lei si voltò, con gli occhi rossi e pieni di lacrime per il fumo e la tosse che la scuoteva tutta. «Catone. Siano ringraziati gli dèi. Prendi questo, allora; io vado a recuperare l’altro».
«No», obiettò il prefetto fra i colpi di tosse, ma lei s’era già avviata verso l’ultimo uomo che stava immobile sul proprio giaciglio.
«Merda», sibilò Catone, poi afferrò sotto le ascelle l’uomo che lei gli aveva appena affidato e iniziò a trascinarlo verso l’uscita. Il ferito aveva una scheggia che gli attraversava una gamba e gridò di dolore, mentre Catone lo trascinava fuori della porta e nel colonnato. Il Romano vide alcuni dei suoi che gli correvano incontro. «Portatelo lontano da qui».
Poi si rituffò all’interno. Il calore era aumentato ed ebbe un fremito, quando la vampata gli colpì la pelle come una bruciante scudisciata. Il fumo era denso e si mise carponi, strisciando verso l’angolo opposto della stanza. Vide Giulia sdraiata accanto all’uomo; stava boccheggiando e si copriva il viso con le braccia incrociate. Catone la prese per un gomito.
«Vieni via di qui! Immediatamente!».
Giulia lo guardò con gli occhi pieni di lacrime. «Non senza di lui. Senza di lui non mi muovo».
Catone la scavalcò, afferrò la tunica dell’uomo e tirò. Gli arti ricaddero privi di vita. Aveva la bocca aperta e immobile. Allora lasciò la presa e tornò da Giulia.
«È andato! Morto. Andiamocene di qui».
Lei fece resistenza per un istante, poi annuì, prendendolo per mano mentre ricominciava a tossire per il fumo. Catone si diresse verso la porta, trascinandosela dietro. Ci fu uno scoppio improvviso e furono investiti da detriti in fiamme che cadevano dal soffitto.
«Esci!», gridò Catone. «Corri!».
Strisciarono più velocemente possibile verso l’uscita, con il calore e il fumo che costringevano Catone a chiudere gli occhi. Poi la sua mano protesa urtò dolorosamente contro il muro. Annaspò lungo la parete, trovò la porta e spinse fuori Giulia proprio mentre il soffitto cominciava a crollare dietro di loro in un boato di travi di legno, tegole e muratura. La porta fu attraversata da una vampata di calore infernale che bruciò le gambe di Catone, mentre spingeva Giulia davanti a sé, lungo il colonnato. Fecero qualche passo di corsa nel cortile, poi crollarono al suolo, tossendo e cercando di pulirsi gli occhi che bruciavano per il fumo e la fuliggine.
Non appena riprese fiato, Catone si chinò su di lei. «Giulia... Tutto bene?».
Giulia era ancora in preda a crisi violente di tosse e non riusciva a parlare, ma annuì velocemente.
«Cosa diavolo stavi facendo laggiù?», la rimproverò, infuriato. «Volevi ammazzarti?». La fissò per un attimo, poi la sua rabbia si attenuò e le scansò dolcemente i capelli dal viso, scoprendo la fronte annerita dal fumo. Poi la baciò e la strinse fra le braccia. «Non fare mai più una cosa del genere. Mai più. Mi hai capito?».
Strizzando gli occhi, lei ricambiò il suo sguardo e sorrise, prima di ricominciare a tossire violentemente.
«Giulia?», la chiamò Catone preoccupato, sentendo tremare fra le proprie braccia la sua esile figura. Ma dopo un po’ la tosse si placò. Giulia fece qualche respiro profondo e poi gli gettò le braccia al collo, tenendolo stretto a sé.
«Perché sei tornato indietro?», gli sussurrò all’orecchio con la voce ancora rauca.
«Perché?». La baciò sul collo. «Perché ti amo».
La frase gli era venuta spontanea, prima che potesse rifletterci sopra, e ora si sentiva in parte spaventato per aver corso troppo, e in parte sollevato. Era la verità. L’amava, e si accorse di essere felice di averglielo detto.
Giulia scostò il capo dal collo di lui e lo guardò negli occhi. «Catone... Il mio Catone. Il mio amore».
Si baciarono senza troppi indugi, poi Catone si alzò e aiutò Giulia a fare altrettanto. Chiamò uno dei suoi uomini.
«Accompagna la figlia dell’ambasciatore al suo alloggio. Poi trova qualcuno che possa medicarle le bruciature».
«Sì, signore». L’ausiliario era un uomo corpulento; la sollevò e la prese in braccio, prima che Giulia potesse accennare a una protesta. Mentre l’ausiliario procedeva verso l’entrata del cortile, lei guardò oltre la spalla dell’uomo e, rivolta a Catone, sillabò con le labbra le parole che lui tanto desiderava sentirle ripetere. Poi sparì oltre l’ingresso e il prefetto si guardò intorno per fare il punto della situazione. Il lato che era stato adibito ad asilo per malati e feriti era un vero inferno e le alte lingue di fuoco rosse e arancioni stavano lambendo un’ampia fascia della circostante cittadella e delle sue mura. Ma i feriti erano stati tratti in salvo e gli infermieri e gli ausiliari di Catone li stavano già trasferendo all’esterno del cortile. Si fermò un attimo a riflettere sull’eventuale pericolo di diffusione dell’incendio. Ma dopo un’attenta analisi Catone si accorse che l’arcata del cortile avrebbe agito come una naturale barriera da un lato, mentre dall’altro c’erano le massicce mura della cittadella a contenerlo.
Era ancora lì in piedi, quando un ausiliario di una delle altre centurie irruppe correndo nel cortile. Non appena scorse il prefetto, si precipitò da lui per fare rapporto.
«Signore! Dovete venire subito!».
Catone raddrizzò le spalle e lo rimproverò in tono burbero: «Sull’attenti quando parli col tuo comandante!».
«Sì, signore». L’ausiliario batté i talloni e guardò dritto davanti a sé, oltre la spalla di Catone. «Permettetemi di riferirvi che il centurione Parmenione vi presenta i suoi rispetti e chiede che ogni uomo utile lo raggiunga in battaglia, signore».
«Cosa è successo?»
«Hanno colpito i magazzini delle vettovaglie, signore. Diversi colpi ravvicinati. È andato tutto perso».
...
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...
CAPITOLO VENTISEI.
...
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...
Il mattino dopo l’aria era satura dell’acre puzzo di bruciato. Macrone urtò con la punta dello stivale una delle ceste di grano annerite dove ancora covavano le braci. Cenere e piccoli cumuli di materiale bruciato franarono a terra. La gran parte del grano s’era fusa in una massa nera e compatta. Alzò gli occhi e scrutò fra i resti fumanti dei capanni di legno dove era stata messa a seccare la carne, di fronte alle scuderie. I ribelli erano rimasti a corto di munizioni nel bel mezzo della nottata, e i difensori avevano trascorso le rimanenti ore prima dell’alba a spegnere gli ultimi incendi. Una vampata di fuoco stava tuttora divorando un angolo degli alloggi reali, nel punto in cui un tiro del nemico aveva casualmente centrato una delle alte finestre e fatto incendiare gli arazzi che decoravano la sala. Durante i tentativi di spegnimento dell’incendio, il re era stato costretto a fuggire e s’era rifugiato nella sala delle udienze, circondato dagli uomini scelti fra i mercenari greci della sua guardia del corpo.
Una cappa incombeva sulla cittadella come una coltre, appena illuminata dalla pallida luce dell’alba. Il fumo che saliva dagli ultimi incendi ancora da domare contribuiva a rabbuiare l’atmosfera, insieme a quello più sottile ma maleodorante dei fuochi già spenti. «Quanto grano abbiamo salvato?», domandò Macrone in tono rassegnato.
Catone consultò le sue tavolette cerate. «Trenta ceste. E qualcosa di quel ch’era rimasto della carne di cavallo. Ho mandato degli uomini a esaminare le vasche nei magazzini per vedere quanto grano riescono a recuperare, ma non credo che sarà molto».
«Lo vedo». Macrone fece un ampio gesto indicando le rovine fumanti davanti a sé. Sospirò. «Per quanti giorni dureranno ancora le nostre razioni?»
«Al ritmo attuale di distribuzione... due giorni».
«Due giorni», ripeté Macrone amareggiato. «E agli uomini le razioni sono già state dimezzate».
«Possiamo sempre dimezzarle ulteriormente. Ma se esageriamo ben presto saranno troppo indeboliti per riuscire a fronteggiare un altro assalto». Catone alzò gli occhi dai suoi appunti. «Temo di avere un’altra brutta notizia».
«Davvero? Ma che sorpresa!». Macrone sospirò. «Dimmi».
«Per spegnere gli incendi abbiamo dovuto usare molta acqua. Nella cisterna il livello è a meno di venti centimetri. Potrà durare più o meno quanto le razioni di cibo. Ovviamente, se dovessimo passare un’altra notte come questa, finiremmo arrosto».
«Merda», mormorò Macrone. «E qualche notizia buona ce l’hai?»
«Qualcosina». Catone batté lo stilo sulla tavoletta cerata. «Le perdite umane sono state minime. Otto vittime, cinque delle quali fra i civili. Venti feriti, tre schiacciati dalle pietre e il resto ustionati». Catone chiuse il suo blocco di tavolette cerate e guardò le rovine dei magazzini. «Quel che non capisco è perché non hanno ritentato di sfondare la porta della cittadella o di scalare i bastioni. Dovevano sapere che avremmo dovuto sguarnire le mura, per mandare abbastanza uomini a spegnere gli incendi».
«Mi sembra ovvio. Perché rischiare di perdere uomini, quando hanno la certezza di batterci col fuoco o di affamarci fino a costringerci alla resa?»
«Giusto». Catone sbadigliò e stiracchiò le spalle. «Quali sono i vostri ordini, signore?»
«Mmm?». Macrone si sfregò gli occhi stanchi prima di rispondere. «Gli uomini rimasti sulle mura faranno il primo turno di guardia diurno; il resto può andare a riposarsi. Se lo meritano. E poi ne hanno bisogno».
«Non ne abbiamo bisogno tutti?»
«Ci riposeremo fra qualche ora. Prima le cose essenziali». Macrone si voltò verso l’amico. «Dobbiamo decidere cosa fare con le riserve di cibo e acqua, o meglio con la loro mancanza. Sarà bene convocare Termone per un incontro: il re, i suoi consiglieri, l’ambasciatore, Balto e noi».
«Sì, signore. A che ora?».
Macrone rifletté un istante. «Al più presto. All’ora terza, direi. Nella sala delle udienze del re».
«Sì, signore».
Catone stava andandosene, quando Macrone gli sfiorò un braccio. «La tua ragazza, Giulia... Sta bene?»
«Ha solo qualche bruciatura. Mi ha fatto recapitare un messaggio», gli spiegò rapidamente Catone. «Non ho avuto il tempo di andare a vedere di persona».
Macrone sorrise. «Non devi giustificarti con me, ragazzo. Sono contento di sapere che è ancora fra noi. Se usciremo da questo pasticcio, hai dei progetti?».
Catone si strinse nelle spalle. «Non lo so. È troppo presto per dirlo. Voglio dire... mi piacerebbe fare dei progetti, ma lei è la figlia di un senatore e io sono soltanto un semplice soldato».
«No che non lo sei», rispose Macrone. «Sei un soldato tutt’altro che semplice, sei un soldato eccezionale. Non ho idea di quanta strada potrai fare in futuro, Catone, ma il tuo potenziale è ormai sotto gli occhi di tutti. Ambasciatore incluso. Credo che sarebbe fiero di accoglierti all’interno della sua famiglia. Se così non fosse, si dimostrerebbe un cretino, e Sempronio mi sembra tutto tranne un cretino».
«Già», rispose Catone imbarazzato. «Non credo che rimarrà ancora per molto all’oscuro della mia relazione con Giulia. Se non l’ha già capito da solo».
«Relazione?». Macrone lo fissò con sguardo penetrante. «A che punto è la relazione di cui stai parlando?»
«Che vuoi dire?», fece Catone, sulle difensive.
«Voglio dire... Siete già arrivati al dunque?».
Catone trasalì a quell’espressione e Macrone ridacchiò. «E va bene, se vuoi che ci ricami sopra, eccoti servito: avete già provveduto affinché la vostra relazione possa poggiare su una base di intimità fisica?».
Adesso fu Catone a mettersi a ridere. «E questa da dove l’hai presa?»
«Oh, da qualche libro. Robaccia romantica, ma al tempo non avevo nient’altro da leggere, e allora... Comunque, rispondi alla mia domanda: L’avete fatto?».
Catone annuì e Macrone emise un lungo sospiro.
«Andiamo bene davvero, Catone! Proprio quando pensavo che Sempronio ti avrebbe approvato come genero. Se rimane incinta e lui lo scopre prima che tu abbia modo di fare di lei una donna onesta, ci sarà un vero putiferio. Lo sai quanto possono fare i preziosi questi aristocratici».
«Va bene, ma che dovevo fare? La amo e molto probabilmente morirò prima ancora che possiamo avere la possibilità di scoprire se è in attesa. Cosa ci avremmo guadagnato, ad aspettare?»
«Cogli l’attimo, eh?». Macrone fece una risatina amara. «Be’, se devo essere sincero, al tuo posto avrei fatto lo stesso».
«Balle», rispose Catone. «A fartela ci avresti messo meno di quanto impieghi Cicerone a infilarlo nel didietro a un triumviro!».
«Non posso darti torto!», rispose Macrone ridendo. «E adesso vai a organizzare la riunione. Sbrigati!».
«Sì, signore». Catone scattò sull’attenti e con un ampio sorriso, si voltò e si allontanò correndo.
Macrone lo vide farsi strada fra gli ausiliari che ancora esaminavano le ultime ceste di grano bruciato. Nonostante lo giudicasse avventato, era felice per Catone, e sperava ardentemente che lui e Giulia potessero avere un futuro insieme.
Mormorò fra sé e sé: «In ogni caso, solo gli dèi sanno quanto gli ci voleva una buona scopata».
Il re Vabato sedeva rigido sul suo trono provvisorio, circondato da quattro guardie del corpo. Davanti a lui erano state disposte delle sedie a semicerchio, e una volta arrivato anche il principe Balto, il re fece un cenno con la testa rivolto a Termone.
Il ciambellano si schiarì la voce. «Centurione Macrone, Sua Maestà desidera conoscere il motivo di questa riunione che voi avete voluto indire con così poco preavviso».
Macrone si alzò in piedi e chinò brevemente la testa in segno di rispetto verso il sovrano. «Ebbene». Si guardò intorno prima di parlare, per accertarsi di avere l’attenzione di ognuno dei presenti. La maggior parte dei convenuti era stanca quanto lui ed era stata impegnata nello spegnimento degli incendi o, come Balto, nella difesa delle mura. Macrone si schiarì la voce e iniziò: «Illustri signori, dobbiamo prendere alcune importanti decisioni. Decisioni da mettere in atto immediatamente».
«Perché?», lo interruppe Crato. «Cos’è successo?»
«Ci sto arrivando», rispose Macrone irritato. «Se volete usarmi la cortesia di ascoltarmi...».
Crato si accigliò e si appoggiò allo schienale della sedia, incrociò le braccia e assentì, annuendo.
«Grazie. Come alcuni di voi già sanno, la scorsa notte i proiettili incendiari del nemico hanno bruciato i magazzini del grano. Abbiamo recuperato il possibile, ma con le scorte limitate d’acqua che ci rimangono il mio vice, il prefetto Catone, ha calcolato che, sulla base delle razioni attualmente distribuite, esauriremo tali scorte entro due giorni. Ancor meno, se i ribelli stanotte ci colpiranno nuovamente con le loro armi incendiarie. Tutta l’acqua rimanente sarà necessaria per spegnere il fuoco. E anche in tal caso, finirà prima che possiamo domare tutti gli incendi che potrebbero divampare. Ovviamente, possiamo ulteriormente ridurre le razioni di cibo e acqua, ma ciò ci darebbe al massimo altri due giorni di tempo, e gli uomini chiamati a difendere la cittadella sarebbero notevolmente indeboliti».
Macrone fece una pausa perché tutti avessero il tempo di realizzare quanto stava dicendo, poi Termone domandò: «Quali sono le vostre opzioni, centurione?»
«Sono molto semplici». Macrone le contò sulle dita della mano. «Numero uno: negoziamo una resa. Numero due: diminuiamo le razioni e continuiamo a resistere più che possiamo, poi ci arrendiamo oppure soccombiamo al nemico combattendo».
«Non possiamo arrenderci», disse Balto. «Artasse e i suoi seguaci ucciderebbero il re, me, e la maggior parte dei presenti. Dobbiamo continuare a combattere».
«Aspettate». Crato alzò la mano. «Il Romano ha detto che potremmo negoziare la nostra resa. Potremmo cercare di ottenere condizioni accettabili. Il principe Artasse sa che conquistare la cittadella con la forza potrebbe costargli molto, in termini di vite umane. Se ci arrendessimo e lasciassimo il regno a lui, perché ne disponga a proprio piacere, sarebbe sicuramente disposto a farci uscire vivi di qui. Almeno alcuni di noi».
«Come voi, ad esempio?». Balto non cercò nemmeno di nascondere il proprio disprezzo. «Penso sappiate quale destino abbia in mente per me il mio caro fratello. Non credo proprio che mi arrenderò, grazie tante».
«Che fare allora?», ribatté Crato. «Rimaniamo qui a morire di fame?»
«No». Balto scosse il capo e tornò a rivolgersi a Macrone. «Esiste una terza possibilità, Romano».
«Lo so», rispose Macrone. «Volevo solo vedere come reagivate alle prime due».
«Una terza possibilità?», ripeté lentamente il re. «Di che si tratta? Parlate, centurione».
«Vostra Maestà, potremmo espellere i civili dalla cittadella e impiegare le razioni extra per cercare di resistere fino all’arrivo del generale Longino. Ma se le scorte di cibo e acqua si esauriranno prima che questo accada, torneremo all’alternativa iniziale».
Ci fu un breve silenzio mentre tutti digerivano la notizia, poi Crato scosse la testa. «Li massacreranno, no?»
«Probabile», ammise Macrone. «Ma se rimarranno nella cittadella moriranno comunque, di fame e di sete; sempre che prima il nemico non riesca a espugnare la rocca, nel qual caso verranno uccisi insieme a noi. Dunque, o muoiono qui dentro con noi, o tentano la fortuna là fuori, in città. Perlomeno il loro sacrificio ci farà guadagnare qualche altra giornata».
Crato arricciò brevemente le labbra. «Capisco. Forse è la cosa migliore da fare».
«È facile dirlo, per voi», rispose Balto glaciale, poi i suoi occhi brillarono.
«Naturalmente sarà necessario sbarazzarci di tutti i civili, in modo che il cibo vada al maggior numero possibile di soldati rimasti. Non è così, centurione?».
Macrone annuì.
«In tal caso, dovremo fare a meno di tutte le persone non strettamente necessarie, come gli schiavi del re, l’ambasciatore romano e il suo seguito e i nobili come voi, Crato».
«Io?». Crato si premette una mano sul cuore. «Ma è assurdo! Sono uno dei sudditi più fedeli di Sua Maestà. Il mio posto è al suo fianco».
«Oh, e di che utilità sareste, al fianco del re? Sapete tirare con l’arco? Sapete brandire una lancia o una spada come un soldato? Allora?»
«Non è questo il punto», sbottò Crato. «Sua Maestà ha bisogno di buoni consiglieri. Quando tutto questo sarà finito, il regno avrà bisogno di uomini capaci di ripristinare la legge e l’ordine e di riattivare il commercio e gli affari».
Balto scosse la testa. «Ciò di cui il re ha bisogno adesso è un buon esercito di combattenti, non gli servono i grassi mercanti come voi».
«Come osate?». Crato scattò in piedi, indignato.
«Basta così!». Il re sbatté il pugno sul bracciolo del suo scranno regale e la sua voce riecheggiò sulle pareti altissime della sala. Tutti si zittirono all’istante. Vabato fece un lungo sospiro per calmarsi e proseguì in tono più pacato ma deciso: «Espellere i nobili dalla cittadella è fuori questione. Altrettanto vale per i Romani. Se facessimo una cosa del genere, verremmo travolti dalla furia di Roma non appena questa ne venisse al corrente. Non abbiamo altra scelta che accettare la terza opzione offertaci dal centurione. È la migliore possibilità che ho di difendere il mio trono. Bisogna sacrificare la gente del popolo».
Termone si rivolse al re con espressione addolorata.
«Che c’è?», volle sapere Vabato.
«Vostra Maestà, sappiamo tutti quali siano le probabili conseguenze della nostra decisione di mettere i civili alla mercé dei ribelli, ma molti di essi sono i familiari dei nostri soldati. Come reagiranno quando glielo diremo?». Termone indicò i quattro uomini a guardia del re. Tutti gli occhi si puntarono sulle guardie del corpo che, fedeli alla loro professione e all’addestramento ricevuto, rimanevano impassibili.
Fu Balto a rompere quell’imbarazzante silenzio. «Allora dovremo agire con cautela. Gli uomini con famiglia dovranno essere confinati in caserma mentre i civili verranno circondati e scortati fuori dalla cittadella».
«E se non volessero uscire?», chiese Catone. «Se si rifiutassero?»
«Allora dovremo usare la forza», rispose Balto. «A mali estremi, estremi rimedi, Romano».
«Lo so». Catone rifletté rapidamente. «Ma dobbiamo cercare di negoziare le condizioni con Artasse, perché possano uscire senza danni. Meritano almeno questo sforzo, da parte nostra».
«Nobili sentimenti, Romano, ma per quale ragione Artasse dovrebbe accettare un negoziato? Non ha nulla da guadagnarci».
«C’è una cosa che possiamo proporgli, e alla quale gli sarà difficile dire di no». I convenuti lo fissarono ansiosi e Catone deglutì nervosamente mentre spiegava loro la sua idea.
A mezzogiorno le porte della cittadella si aprirono e Catone uscì sull’agorà. Non era armato, e non lo erano nemmeno i due uomini che lo accompagnavano. Un ausiliario munito di buccina suonò una serie di note mentre avanzavano; l’altro uomo recava con sé un grande stendardo rosso, facilmente visibile dalle linee nemiche. La minuscola compagine fece una trentina di passi e si fermò in piena vista sia dei difensori che dei ribelli, che stavano sbirciando incuriositi da sopra le mura del mercato. Catone deglutì nervosamente, chiedendosi per un attimo se stesse agendo saggiamente. Era ancora in tempo a voltarsi e tornare dentro, al riparo. Ma poi udì il tonfo sordo della porta che si richiudeva; non c’era scelta, ormai: dovevano proseguire.
Percorsero un’altra trentina di passi a tempo di marcia e si fermarono di nuovo, mentre le note acute della buccina riecheggiavano contro le mura della cittadella. L’uomo che portava lo stendardo cominciò ad agitarlo lentamente nell’aria, perché fosse chiaramente visibile. Tornarono ad avanzare, fermandosi a pochi passi dal muro del mercato. Sopra di esso apparve una figura, uno degli ufficiali di Artasse, immaginò Catone, a giudicare dalla bella armatura a scaglie e dall’equipaggiamento.
«Non ti avvicinare oltre, Romano!», gridò l’uomo in greco. «Che cosa vuoi?»
«Desidero parlare col principe Artasse».
«Perché?».
Catone sorrise dei modi diretti dell’uomo. «Non parlo con un suo tirapiedi. Solo col principe in persona».
L’ufficiale dei ribelli aggrottò un attimo le sopracciglia, poi indicò Catone. «Rimani lì, Romano. Fai una sola mossa e i miei arcieri vi ammazzeranno come cani!».
«Molto bene».
L’uomo si allontanò e Catone e i suoi accompagnatori rimasero a guardare i soldati nemici allineati lungo il muro e impegnati a conversare fra loro in toni eccitati; evidentemente si stavano chiedendo cosa potesse volere quel Romano dal loro principe. L’uomo con lo stendardo stava ancora agitandolo di qua e di là.
«Non è più necessario», gli disse Catone. «Ormai abbiamo tutta la loro attenzione».
«Molto bene, signore». Gli ausiliari presero la posizione di riposo e attesero alle spalle del loro comandante, sotto l’abbagliante luce del sole. Il tempo passava e Catone sciolse la sciarpa che portava intorno al collo e si tamponò il sudore che scendeva a rivoli da sotto l’elmo. Era tentato di slacciare il sottogola e toglierselo per un attimo, tanto per rinfrescare la testa colpita dal sole meridiano, ma poi scartò l’idea. Sarebbe potuta sembrare una debolezza, agli occhi del nemico. Una debolezza insignificante e giustificata, si disse, ma che fosse dannato se avesse rivelato loro un qualsiasi segnale di imbarazzo o di disagio. Meglio invece dimostrare quanto potessero essere forti e temprati i soldati romani. Si riannodò disinvoltamente la sciarpa intorno al collo e assunse la posizione di riposo, fissando il muro che aveva davanti senza mai distogliere lo sguardo, nel tentativo di sembrare imperturbabile.
Dopo quella che sembrò un’eternità in quella calura persistente e avvolgente, Catone percepì un movimento di lato e si voltò: un gruppetto di uomini stava svoltando l’angolo delle mura del mercato. In testa c’era un uomo giovane e snello, elegantemente abbigliato con un’ampia tunica blu, la cui stoffa sventolava e riluceva sotto il sole, mentre avanzava verso i Romani. Portava un cinturone dal quale pendeva una guaina dorata e intarsiata di pietre preziose che scintillavano sotto i raggi del sole. Aveva la barba corta e ben curata e i capelli lucidi d’olio profumato tirati indietro. Alle sue spalle marciava una guardia del corpo composta da sei robusti lancieri i cui muscoli risaltavano sotto le scaglie della scintillante armatura.
Catone si voltò verso di loro e alzò una mano in segno di saluto. «Ho l’onore di parlare con il principe Artasse?»
«Sì», fu la secca risposta del principe. «Cosa volete?».
Catone aveva imparato a memoria il discorso che voleva fare e parlò lentamente e scandendo bene le parole, perché non vi fossero malintesi.
«Il re desidera informarvi che questa è una battaglia fra voi e lui. Fra i vostri seguaci e i suoi. I comuni abitanti del regno sono innocui spettatori e come tali vanno trattati. A tal proposito, Sua Maestà mi ha inviato a chiedervi un passaggio sicuro per i civili attualmente rifugiati nella cittadella. Sono stati erroneamente indotti a pensare di dovervi temere e desiderano soltanto tornare alle loro case e ai loro affari, che vorrebbero portare avanti insieme alla loro vita, sotto la guida di qualunque persona il vostro dio decida di designare come sovrano di Palmira».
Artasse annuì lievemente e si voltò verso le sue guardie del corpo. «Rimanete qui». Fece qualche cauto passo in direzione di Catone, finché non furono uno di fronte all’altro, alla distanza di un pugnale; poi abbassò la voce, in modo che nessun altro oltre il prefetto potesse udirlo.
«A costo di sembrare sacrilego, sono i miei uomini, e i miei alleati parti, a stabilire quale sia il destino di Palmira. Lo sappiamo tutti e due, Romano, quindi lasciamo gli dèi fuori da questa storia, va bene?»
«Come desiderate, principe». Catone annuì. «Ma il generale Longino potrebbe raggiungere Palmira prima dei vostri amici parti, nel qual caso voi e i vostri seguaci potreste trarre vantaggio dall’aver consentito ai civili di lasciare la cittadella. Un atto di clemenza viene spesso ricambiato con la stessa moneta».
Artasse scosse la testa con fare derisorio. «Romano, l’esercito dei Parti è a meno di ottanta chilometri dalla città. Dov’è il tuo generale? Se quel che ho sentito dire risponde a verità, l’esercito romano sta marciando a passo di lumaca. È impossibile che arrivi a Palmira prima dei Parti. Vi è rimasto poco tempo, ormai. Perché dovrei mostrare clemenza verso i miei nemici?»
«Perché loro non sono vostri nemici. Se quel che dite è vero, fra pochi giorni saranno vostri sudditi. Mostrate loro clemenza e vi rispetteranno».
«Già, ma se non gliene mostro alcuna, il resto dei miei sudditi mi temerà». Artasse sorrise. «Dimmi, Romano, cosa è più prezioso per un re: il rispetto o il timore?»
«Non posso rispondere in nome di un re, ma direi il rispetto».
«Allora sei davvero uno sciocco. Noi ora siamo qui perché mio padre non era temuto dai suoi sudditi. E alla fine nemmeno rispettato. Quando ha perso il rispetto, non ha potuto fare affidamento sul timore per salvarsi. Non commetterò il suo stesso errore. Farò in modo che tutti mi temano e che facciano quel che dico senza la minima protesta. E il massacro dei civili che attualmente si nascondono dietro le mura della cittadella sarà una valida dimostrazione del mio reale intento. Espelleteli e moriranno».
«Chi ha detto che vogliamo espellerli?».
Artasse si finse sorpreso. «Non è per questo che sei qui, a implorare di salvar loro la vita? Non sono uno sciocco, Romano. Non potete dar loro da mangiare; ecco perché mio padre vuole scacciarli. Ciò significa che siete a corto di viveri e che io sono molto vicino alla vittoria». Fissò Catone per un attimo. «Non è così, Romano?».
Catone non rispose subito. Come aveva temuto, Artasse aveva capito tutto all’istante. Il prefetto poteva anche negare che fossero a corto di viveri, ma sapeva che Artasse non gli avrebbe creduto. Adesso c’era solo un’ultima carta da giocare. Annuì, rivolto al capo dei ribelli.
«Avete ragione, principe. Tuttavia, ho una proposta da farvi. Se lascerete andare i civili senza far loro del male, fra cinque giorni le coorti romane lasceranno la cittadella e si arrenderanno alle vostre truppe. Potrete disporre di noi come crederete».
Artasse gli lanciò una breve occhiata, prima di rispondere. «Non avete sentito del destino che intendo riservare a qualsiasi Romano io catturi vivo?»
«Sì, ho sentito».
«Perché allora questa folle proposta?»
«Come avete detto voi stesso, non potremo resistere ancora a lungo.
Siamo morti comunque vada. Almeno, questo darebbe un senso alla nostra morte».
«Capisco. E dato che morirete comunque, perché dovrei accettare la proposta?»
«Conoscete il valore dei soldati romani. Se sarete costretti a ucciderci in battaglia, quanti dei vostri pensate che porteremmo con noi?». Era un bluff, perché per allora i suoi uomini sarebbero stati troppo indeboliti dalla fame per opporre la necessaria resistenza, ma Catone aveva bisogno che Artasse ci credesse, perciò rimase a guardarlo imperturbabile, in attesa che il capo dei ribelli gli desse la sua risposta.
«Dareste quindi le vostre vite per i Palmireni?» «Sì».
«Perché?».
Catone raddrizzò la schiena nel rispondere. «L’impero impiega alcuni mesi per creare e addestrare una coorte. L’esercito romano ha costruito la propria reputazione in cento anni. Non vogliamo essere ricordati per aver gettato della gente indifesa in pasto a degli sciacalli come voi».
Artasse spalancò gli occhi per un istante e la sua mano andò all’elsa della sua spada. Poi si costrinse a sorridere e allentò la presa. «Perché dovrei fidarmi della vostra promessa di consegnarvi spontaneamente al nemico?»
«Per la stessa ragione per cui noi ci fideremo della vostra di risparmiare i civili. Fiducia. Se mi darete la vostra parola che non verrà fatto loro del male, io vi darò la mia che, nel caso nessuno arrivi a soccorrerci, noi ci arrenderemo a voi fra cinque giorni. Se uno di noi non terrà fede alla promessa, la punizione sarà la stessa: un marchio d’infamia per tutta la regione».
Artasse rifletté un attimo su quelle parole e Catone pregò che il desiderio del principe di colpire e distruggere i Romani prevalesse sul suo normale buonsenso. Il ribelle chiuse gli occhi per un istante e si sfregò la barba ben curata. Poi scosse il capo.
«No. Non mi accorderò con voi. Se distruggeremo le vostre coorti, lo faremo in battaglia, dimostrando al mondo intero che i soldati di Palmira valgono più dei vostri legionari e ausiliari. Quanto ai civili, dovrete costringerli a uscire dalla cittadella e rimanere ad assistere a quel che sarà di loro».
La fredda cattiveria che Catone percepì nel suo tono di voce lo attanagliò come una morsa gelata alla base del collo. Artasse aveva tutte le caratteristiche del tiranno. Ispirare terrore gli veniva naturale, come a un serpente azzannare la sua preda.
«È la vostra ultima parola?», chiese Catone.
«Sì... No». Artasse tornò a sorridere. «Solo un’altra cosa. Di’ a mio padre, e ai miei fratelli, ammesso che siano ancora vivi, che quando conquisterò la cittadella li farò spellare vivi e che i loro corpi verranno abbandonati nel deserto, per essere divorati dagli sciacalli». Le sue labbra scure si ritirarono in un ghigno, mentre sollevava una mano puntando il dito verso Catone. «E tu farai la loro stessa fine, Romano. Vedremo, allora, quanto riuscirai a conservare questo tuo atteggiamento di superiorità».
Catone deglutì e tentò di mantenere un’espressione imperturbabile, mentre si voltava verso i suoi due accompagnatori. «Torniamo alla cittadella. Passo veloce».
Mentre attraversavano l’agorà, Catone percepì lo sguardo gelido di Artasse che gli perforava la schiena e non poté fare a meno di girarsi indietro. Il principe lo vide e sorrise compiaciuto, prima di voltarsi e dirigersi verso l’angolo delle mura del mercato, seguito da presso dalle sue guardie del corpo. Prima che vi giungesse, un uomo arrivò correndo da dietro l’angolo stesso, raggiunse Artasse e, inginocchiatosi, iniziò a parlare. Catone era troppo lontano per udire cosa stesse dicendo e continuò ad avanzare verso le porte della cittadella a passo più lento, mentre continuava a guardare la scena. Vide Artasse stringere la mano a pugno e girarsi nella sua direzione, il volto contratto in una maschera di furore.
La voce di Artasse squarciò l’aria, mentre si voltava e cominciava a correre al riparo. Sopra di lui, lungo le mura, i suoi uomini stavano concitatamente preparandosi a lanciare le loro frecce. Catone si volse verso i suoi compagni.
«Correte!».
I tre si slanciarono verso la cittadella. Catone udì la voce di Macrone che gridava ordini ai soldati dietro la porta e un attimo dopo i cardini cigolarono come per protestare, mentre i battenti si spalancavano. Una freccia sibilò sulla sua testa e un’altra cadde a terra, al suo fianco. Catone abbassò il capo e corse più veloce che poteva, appesantito dall’armatura. Vide allargarsi lentamente la fessura fra i due battenti, mentre le frecce continuavano a sibilargli attorno. Poi udì un grido acuto alla sua destra. Si voltò e vide che il vessillario era stato colpito dietro una coscia, proprio sopra il ginocchio.
«Oh merda!», strillò l’ausiliario, arrancando per qualche altro passo e fermandosi.
Catone si voltò verso l’altro uomo: «Aiutami!». Afferrò il braccio del ferito e se lo passò sulla spalla, mentre l’altro ausiliario gettava la buccina e prendeva l’altro braccio.
«Andiamo!», ruggì Catone digrignando i denti. «Corri!».
Procedettero velocemente, un po’ trascinando un po’ trasportando il ferito, che urlava di dolore perché doveva comunque usare la gamba ferita. Erano vicini alla porta, ma i ribelli stavano scoccando più frecce che mai e Catone sentì come un colpo di martello dietro una spalla, mentre barcollavano sotto la guardina e si infilavano nella fessura fra i battenti; poi cadde a terra, quando da entrambi i lati i legionari richiudevano la porta, sbarrandola. Senza più fiato, Catone indicò il ferito. «Portatelo dal medico».
Mentre un paio di legionari sollevavano l’uomo trasportandolo verso il cortile dei giardini reali ora adibito a ospedale, Catone si alzò e portò la mano sulla schiena, sussultando nel sentire un’improvvisa staffilata di dolore. Ma non trovò nessuna freccia; la maglia di ferro aveva fatto il suo dovere. Se l’impatto non gli aveva rotto una costola, avrebbe riportato soltanto una contusione con eventuale ematoma. Macrone scese le scale della guardina e gli andò incontro.
«Immagino che non sia stato interessato alla tua offerta».
«Mettiamola così, se proprio vuoi».
Macrone inclinò il capo di lato. «Non posso dire che mi dispiaccia morire in battaglia, piuttosto che massacrato a sangue freddo. Comunque », si voltò a guardare una famiglia ammucchiata all’ombra degli alloggi del re, «mi dispiace per quei poveri bastardi. Ormai non hanno alcuna possibilità di scampo».
...
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CAPITOLO VENTISETTE.
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...
«La decisione è stata presa», disse Balto in tono fermo. «Dobbiamo sacrificare i civili, e dobbiamo farlo subito, prima che consumino altro cibo».
Un mormorio d’assenso si levò dalla manciata di ufficiali anziani e militari di grado elevato radunatisi quella sera nella sala delle udienze, ma Catone non aveva intenzione di cedere, e prese di nuovo la parola:
«Vi sto dicendo che è successo qualcosa. Un messaggero ha raggiunto Artasse poco dopo la conclusione del nostro colloquio. Qualunque cosa gli abbia detto, dev’essersi trattato di cattive notizie».
«Perché?», chiese Balto. «L’hai sentito con le tue orecchie?»
«No», ammise Catone. «Ma la sua espressione non lasciava spazio a dubbi».
«Questo è quel che dici tu. Ma avrebbe potuto trattarsi di qualunque cosa».
«Non credo. Quali cattive notizie starebbe attendendo? I Parti stanno per arrivare. Noi abbiamo quasi finito le nostre provviste di cibo e acqua; tutto quel che Artasse deve fare è aspettare, e la cittadella cadrà nelle sue mani». Catone fece una pausa perché le sue parole avessero effetto, prima di proseguire. «L’unica cattiva notizia che potrebbe arrivargli è quella dell’avvicinamento di Longino e del suo esercito».
Macrone si schiarì la voce e Catone si voltò, mentre l’amico scuoteva il capo. «Catone», gli disse in tono pacato. «Forse hai ragione. Ma solo forse. Probabilmente invece ti sbagli».
«Non mi sbaglio. Lo so».
«Tu sai soltanto quello che hai visto. Quel che credi di aver visto lanciando un’occhiata da sopra la spalla ad Artasse. Non basta. Non possiamo correre il rischio e aspettare che arrivi Longino. Dobbiamo portare a termine il nostro piano. I civili vanno sacrificati».
«E se invece avessi ragione io?». Catone guardò gli altri presenti, uno per uno. «Ci macchieremmo le mani del sangue di centinaia di persone».
Ci fu una pausa piuttosto tesa, poi Termone si alzò in piedi. «È il prezzo che dobbiamo pagare, Romano. Cosa accadrà se lasceremo che rimangano? L’acqua e il cibo che ci restano finirebbero fra un giorno o due al massimo. Non avremmo fatto altro che ritardare di poco la loro morte. Al costo delle vite di tutti gli occupanti della cittadella».
«Ma se Longino è vicino alla città saremo tutti salvi».
«E se invece non fosse così? Se arrivasse il giorno successivo alla nostra resa per fame? Tutto questo non sarebbe servito a niente. Quindi, lascia che si compia il sacrificio e speriamo che serva a qualcosa. Loro stessi sceglierebbero di morire per salvare il loro regno, piuttosto che sopravvivere qualche altro giorno e morire invano. Questo lo capisci, no?».
Le labbra di Catone si strinsero in una linea sottile, mentre a stento tratteneva la rabbia e la frustrazione; Macrone lo scortò gentilmente alla sua sedia. «Ha ragione lui, ragazzo. Non possiamo rischiare tanto. Tu sei quello che riflette a fondo, fra noi due. Se fossi andato io a parlare con Artasse, e fossi tornato con una storia simile, cosa avresti pensato? Cosa avresti fatto?».
Catone guardò l’amico negli occhi. «Mi sarei fidato del tuo parere, ecco cosa avrei fatto».
Prima che Macrone potesse rispondergli, Termone mise fine a quell’incontro.
Parlò in tono di cupa rassegnazione: «A mio avviso non ci sono buone ragioni per modificare il nostro piano. Prima che vada a fare rapporto al re, c’è qualcuno che desidera dire qualcosa a supporto dell’opinione del prefetto Catone?... No? Allora è deciso. Vi auguro una buona serata, signori. Andate a riposare. Domani sarà una giornata faticosa».
Il raduno dei civili iniziò prima dell’alba. I soldati la cui famiglia era nella cittadella vennero rinchiusi in uno dei magazzini e sorvegliati a vista senza una spiegazione. Gli furono dati del pane e del vino presi dalle cucine reali, poi, sapendoli tranquilli, i legionari iniziarono a svegliare i civili e a farli alzare dai loro ripari provvisori negli androni e nei cortili. Era un lavoro molto triste e pesante per gli uomini, ma Macrone aveva preferito che fossero i legionari a svolgere questo compito. Si trattava per la maggior parte di professionisti incalliti, con una percentuale più alta di veterani di quanti ve ne fossero nella coorte di Catone, uomini capaci di eseguire gli ordini senza troppi sentimentalismi. Gli ausiliari di Catone, insieme ai mercenari greci e ai seguaci di Balto, erano stati fatti schierare sulle mura con l’obbligo di non lasciare la loro postazione fino a nuovo ordine.
Con le torce fiammeggianti strette in pugno, i legionari riunirono uomini, donne e bambini e li condussero verso lo spazio aperto dietro la porta della cittadella. Due centurie crearono un cordone, destinato a bloccare qualsiasi tentativo di fuga, con gli ampi scudi e i giavellotti puntati. Ai civili non fu dato il tempo di raccogliere le proprie cose e gli fu tolto tutto il cibo o l’acqua che avevano con loro. Ben presto l’aria fredda dell’alba si riempì delle loro grida di protesta e disperazione. Le donne tenevano i bambini stretti fra le braccia, mentre gli uomini sfidavano i Romani urlandogli in faccia la loro rabbia, scuotendo i pugni, ma tenendosi a distanza di sicurezza dalle punte acuminate dei giavellotti. Quando anche l’ultimo possibile rifugio fu perquisito, Macrone guidò una delle sue centurie a rastrellare la cittadella alla ricerca di qualche civile che avesse tentato di nascondersi, e un cospicuo gruppetto di singoli fuggiaschi e di famiglie si unì alla folla piangente ammassata dietro la porta.
Dopo aver perquisito la zona adiacente ai magazzini del grano bruciati, Macrone si diresse verso le rovine del cortile che era servito da ospedale, quando udì un gemito sottile. Si fermò e si voltò con le orecchie tese, e i suoi occhi scrutarono fra le macerie annerite che lo circondavano. Nulla si mosse e il silenzio era tornato ad essere assoluto. Tornò a rilassarsi, e vide uno dei suoi legionari che gli stava venendo incontro a passo di marcia. Si fermò davanti a lui e scattò sull’attenti.
«A rapporto, signore: abbiamo rastrellato la zona. L’optio desidera sapere se avete ulteriori ordini».
In quel momento Macrone udì di nuovo quel suono, come il debole miagolio di un gatto affamato. Si portò un dito alle labbra: «Silenzio».
Entrambi gli uomini rimasero fermi in silenzio e con le orecchie tese, mentre si guardavano lentamente intorno. Ci fu un altro lamento, più pronunciato stavolta, e Macrone capì che non si trattava di un gatto.
«Viene da lì, signore». Il legionario indicò un mucchio annerito di ceste di grano bruciate, accanto ai resti di un muro. «Ne sono certo».
Macrone annuì, fece cenno all’uomo di seguirlo e cominciò a farsi strada fra le rovine, verso il mucchio di ceste. Mentre si avvicinavano, il pianto divenne continuo e l’ufficiale udì anche una voce che mormorava qualcosa in tono impaurito e ansioso. Girò intorno ai canestri bruciati e notò che fra questi e il muro vi era uno spazio ristretto, in parte coperto da un telo scuro. Lo vide muoversi lievemente, mentre il mormorio cresceva d’intensità.
«Ecco!», esclamò il legionario, accingendosi a sguainare la spada.
«Lascia stare», gli ordinò Macrone. «Non ce n’è bisogno».
Superò il legionario e passò sopra i resti bruciati delle ceste, sparsi sul terreno accanto al mucchio. Quando raggiunse il drappo, Macrone si chinò, ne afferrò un lembo e lo sollevò con un movimento rapido. Con un sussulto, una ragazzina di non più di tredici o quattordici anni alzò gli occhi dal neonato che piangeva contro il suo seno. Rimase con la bocca aperta, come per urlare, ma poi si limitò a deglutire e a scuotere il capo.
«Vi prego! Vi prego, non portateci via». Parlava in greco e Macrone notò che la sua stola celeste e la mantella erano di materiale di ottima qualità. I capelli scuri erano annodati in trecce ordinate e attorno al collo aveva un pendente d’oro. Il bambino era stato frettolosamente avvolto in uno scialle e il visetto minuscolo e pallido era tutto grinzoso per il gran piangere, mentre i piccoli pugni serrati si agitavano stizzosamente nell’aria fredda.
«Il bambino ha fame», spiegò la ragazza. «Stiamo morendo di fame tutti e due. Aiutateci, per favore».
Macrone afferrò delicatamente la ragazza sotto l’ascella e l’aiutò ad alzarsi in piedi. «C’è altra gente nascosta qui intorno come voi?»
«No, non credo». Si aggrappò al braccio di Macrone con la mano libera. «Vi prego, lasciateci rimanere».
«Mi dispiace, signorina. Dobbiamo eseguire gli ordini».
«Lo so, ma voi sembrate un uomo di buon cuore». Spostò lo sguardo sul legionario. «Tutti e due lo sembrate. Risparmiateci. Lasciateci rimanere qui».
Macrone scosse il capo. «Non vi faremo del male. Venite con noi, adesso».
«Se non volete farci del male, dove ci state portando, tutti quanti?».
Macrone la guardò e rispose in tono neutrale: «Alla porta principale della cittadella».
«Alla porta? Perché?».
Macrone provò una gran pena per quella ragazzina e decise di non ingannarla. «Il re ha dato ordine che tutti i civili lascino la cittadella».
Lei lo fissò, mentre le implicazioni di quella frase si facevano strada nella sua mente. «No... Ma è un assassinio. Un vero e proprio assassinio».
«Questi sono gli ordini, signorina. E ora venite con noi». Le afferrò un braccio con decisione. «Cercate di non crearci dei problemi, va bene?».
Lei cercò di divincolarsi, ma non c’era modo di liberarsi dalla morsa vigorosa della mano di Macrone. La ragazza si morse un labbro e tentò un altro appello, con le parole che le uscivano di bocca come un torrente impetuoso: «Posso cucinare per voi... tenere in ordine la vostra attrezzatura... e tenervi caldo di notte. Ma risparmiate me e mio fratello. Vi giuro che non ve ne pentirete».
Macrone provò un gran senso di colpa nel sentire quelle parole, e anche una grande tristezza al pensiero di dove potesse condurre la disperazione. Il legionario era stato ad ascoltare e lanciò un’occhiata all’ufficiale.
«Che ne dite, signore? Posso averla, prima che vada con gli altri?»
«Che cosa?». Macrone si rabbuiò e si voltò a guardare l’uomo.
«È un bocconcino niente male, signore. Sarebbe un peccato sprecarlo. Fra poco sarà morta».
«Chiudi la bocca», urlò Macrone. «Sparisci immediatamente dalla mia vista e vai a perquisire il prossimo cortile».
«Sì, signore». Il legionario scattò sull’attenti, salutò, si voltò e trottò via. Macrone rimase a guardarlo, ben conscio del fatto che l’uomo avrebbe immaginato che il suo comandante avrebbe tenuto per sé la ragazza. Un altro ufficiale avrebbe sicuramente approfittato della situazione, si disse Macrone, ma si sentiva davvero disgustato dagli ordini ricevuti, anche se non aveva alcuna scelta e doveva eseguirli. I civili sarebbero morti per consentire al re e ai suoi seguaci di difendere la cittadella per un altro po’ di tempo. Era terribile, ma aveva un senso, cercò di convincersi Macrone. Tornò a guardare la ragazzina e il neonato e all’improvviso non ne fu più tanto sicuro.
«Come ti chiami?»
«Gesmia», rispose lei in fretta, percependo il suo cambiamento. «E il mio fratellino si chiama Ayshel».
«Dov’è la tua famiglia, Gesmia?»
«Non lo so, signore. Ci siamo divisi quando tutti stavano cercando di raggiungere la cittadella. Ayshel e io siamo stati fra gli ultimi a entrare, prima che la porta venisse chiusa».
«E da allora come sei riuscita a sopravvivere?»
«Con le razioni di cibo, come tutti gli altri. La maggior parte l’ho sempre data ad Ayshel, ma lui ha ancora fame».
Macrone la guardò e notò quanto fosse emaciato il suo volto; immaginò che sotto la stola fosse tutta pelle e ossa. «Magari in città ritroverai la tua famiglia».
Lo guardò allarmata. «Ma non potete buttarmi fuori. Mi uccideranno. E uccideranno il piccolo Ayshel».
Macrone cercò di non farsi intenerire. «Su, avanti, signorina, andiamo».
Prendendola per il braccio, la estrasse dalle rovine del magazzino di grano e la spinse verso la porta della cittadella. Gesmia iniziò a piangere e a implorarlo di lasciarla lì. Nella sua disperazione, gli promise ogni genere di favori sessuali che la sua giovane mente potesse immaginare, ma Macrone continuò a marciare verso la porta con ferrea risolutezza. Nell’udire il rumore della folla accalcata, Gesmia cadde in un cupo silenzio. Quando svoltarono l’angolo e videro i civili ammassati dietro una cortina di legionari pesantemente armati, le gambe della giovane cedettero e cadde a terra, stringendosi il fratellino al petto.
«Non voglio andare! Non voglio! Non voglio morire! Non voglio!».
«Sì che andrete», disse Macrone, deciso. «Alzatevi in piedi. Subito!».
«No... per favore. Vi imploro».
«In piedi!». Macrone la sollevò con uno strattone e la tenne ferma.
Gli occhi della ragazzina saettarono sul fratellino piccolo, poi tornarono a fermarsi su Macrone. «Se proprio devo andare, prendete almeno mio fratello e fatelo vivere!».
«Non posso».
«Vi prego!».
«No. Come potrei badare a un neonato? È tuo fratello. Deve stare con te. Andiamo».
Macrone la sollevò e la trasportò direttamente verso la porta. Gesmia non disse più nulla, chiuse gli occhi e cominciò a mormorare quella che sembrava una preghiera. Macrone le diede una fugace occhiata, poi tenne lo sguardo fisso davanti a sé. Si fece strada a spallate nel fronte di legionari e la depose rudemente a terra, poi si scostò rapidamente da lei facendo un passo indietro e indicò la folla. «Vai da loro. Unisciti al tuo popolo».
Lei gli diede un ultimo sguardo, gli occhi pieni di lacrime di disprezzo e delusione, poi, appoggiando la testolina del fratello nell’incavo della propria spalla, si fece strada lentamente tra la folla piangente, finché non arrivò direttamente alla porta chiusa della cittadella. Per essere la prima a essere buttata fuori. La prima a venire massacrata dai ribelli. Si voltò e fissò lo sguardo accusatorio su Macrone. Lui la guardò, mentre uno dei legionari le si avvicinava, allungava la mano e le staccava il pendente d’oro dal collo, infilandoselo nella bisaccia, prima di riprendere il proprio posto. Per un attimo Macrone pensò di rimproverare l’uomo, ma a che cosa sarebbe servito? Se il pendente non l’avesse preso il legionario, sarebbe comunque finito fra le mani del ribelle che avrebbe depredato il cadavere. Lo stesso ribelle che probabilmente lo avrebbe preso dal corpo del legionario, di lì a pochi giorni. Macrone scosse tristemente il capo e rimase a guardare mentre l’ultima delle pattuglie di rastrellamento guidava le persone trovate oltre la linea di soldati.
Quando anche l’ultimo dei fuggitivi si fu unito alla folla, Macrone fece un lungo sospiro, poi si riempì i polmoni e gridò: «Aprite la porta!».
Gli uomini assegnati a quel compito ritrassero l’enorme sbarra dai passanti e cominciarono a tirare le catene. I battenti si aprirono con un rumore sordo e la cittadella fu invasa dalla luce rosata dell’alba. La folla si voltò verso quel chiarore e per un attimo le loro grida si dissiparono; stavano contemplando il loro immediato futuro.
«Spingeteli fuori!», gridò Macrone. «Con i giavellotti!».
I suoi uomini abbassarono le punte dei giavellotti e il più vicino dei civili si ritrasse spaventato. Le grida di terrore e d’angoscia ripresero a levarsi altissime, tanto che Macrone dovette portarsi entrambe le mani a coppa accanto alla bocca e urlare con tutto il fiato che aveva in gola per far udire i suoi ordini.
«A passo lento... Avanzate!».
La linea di soldati romani procedette, addossandosi alla folla dei civili. Sulle prime nessuno si mosse, poi la pressione di coloro che si trovavano più vicini alle punte dei giavellotti li costrinse inevitabilmente ad avanzare verso la porta spalancata e cominciarono a riversarsi sull’agorà. Macrone si diresse verso le scale della guardina e salì sugli spalti sovrastanti la porta stessa. Catone stava osservando la piattaforma dell’artiglieria ribelle.
«Non è uno dei nostri momenti più gloriosi», disse Macrone in tono pacato, affiancandosi al suo amico.
Catone gli scoccò un’occhiata distratta, poi afferrò quel che Macrone aveva appena detto. «No, immagino di no. Ma non c’è stato niente da fare».
«Magra consolazione per quei poveri bastardi, e anche per noi che abbiamo dovuto occuparcene».
Catone riportò l’attenzione sul nemico e Macrone fece un sospiro di frustrazione. «Cosa ti tormenta?»
«C’è una strana calma, laggiù», rispose Catone. «Non si muove niente e nessuno».
Macrone si portò una mano sulla fronte per schermare la luce e guardò giù verso il cortile del mercato, poi spostò lo sguardo sul sagrato del tempio. Due figure, due ragazzi, gli parve, stavano esaminando l’attrezzatura davanti all’entrata del tempio. «Ho capito cosa intendi».
«Cosa pensi abbiano intenzione di fare?».
Macrone si strinse nelle spalle. «Che io sia dannato se lo so. Ma la gente è là fuori. Deve esserci tutta, ormai. Lo sapremo ben presto, non appena li avranno visti».
Annuì in direzione della folla di civili che stava sciamando attraverso l’agorà. Molti facevano pochi passi e poi si fermavano a osservare impauriti gli edifici e gli imbocchi delle vie di fronte alla cittadella. Una manciata di individui, più audaci degli altri, stava invece correndo verso il più vicino rifugio, nel tentativo di fuggire prima che i ribelli potessero reagire. Lo sguardo di Macrone scrutò i bordi della folla, finché non individuò la sagoma esile di una ragazzina vestita di celeste che teneva fra le braccia un neonato. Gesmia si slanciò coraggiosamente verso la strada più vicina e scomparve alla sua vista. Macrone sentì un peso sul cuore, pensando a come aveva tradito quella ragazzina e il suo fratellino.
Lo spalto tremò sotto i loro stivali e la porta venne richiusa. Non c’era ancora traccia del nemico e le dita di Catone cominciarono a tamburellare nervosamente contro il fodero della spada.
«Cosa diavolo stanno aspettando?», mormorò.
Giù nell’agorà i civili s’erano accorti del silenzio dei ribelli e cominciarono ad allontanarsi velocemente, infilandosi nelle vie che si diramavano dalla piazza del mercato. Ben presto la piazza si svuotò e tornò a regnare il silenzio, mentre dalla città non sembravano provenire né grida lontane né rumori di lotta o battaglia.
«È successo qualcosa», disse Catone. «Dobbiamo scoprire cosa».
«Potrebbe trattarsi di una trappola».
«Lo so. Ma dobbiamo sapere».
«Va bene, allora», annuì Macrone. Si voltò e si portò sull’altro lato della guardina, chiamando i legionari che sostavano di sotto. «Centurione Bracco!».
«Sì, signore?»
«Spedite due pattuglie di perlustrazione. Controllate il sagrato del tempio e i cortili del mercato. Voglio un rapporto il più presto possibile».
«Sì, signore». Bracco si rivolse all’uomo più vicino e impartì gli ordini. Poco dopo, la porta fu riaperta quel tanto che consentiva ai legionari di uscire in fila indiana. Dagli spalti, Macrone e Catone li videro dividersi, un drappello che attraversava obliquamente l’agorà per raggiungere il tempio, e l’altro che si dirigeva direttamente alla posizione che i ribelli avevano fortificato per proteggere l’artiglieria. Svoltarono l’angolo rapidamente e sparirono dalla loro vista. Pochi minuti dopo, Macrone e Catone videro alcuni dei loro uomini costeggiare le mura. Del nemico, nessuna traccia. Lo stesso stava accadendo al tempio. Poi i capipattuglia tornarono a passo di corsa verso la cittadella.
Macrone mise la mano a coppa accanto alla bocca e gridò: «Cosa avete trovato?»
«Nulla, signore. Se ne sono andati. Hanno abbandonato tutto. Le catapulte sono ancora lì. E anche un altro ariete, ancora in costruzione. Ma i ribelli sembrano essere spariti, signore».
Macrone si voltò verso Catone. «Ma che succede? Perché hanno ritirato l’assedio? E comunque, dove diavolo sono andati a finire?» «Non mi piace affatto. Potrebbe ancora trattarsi di una trappola».
Macrone fece un sorrisetto vago. «Non pensare al peggio. Del resto, non vedo cavalli di legno, qui».
Catone scoccò un’occhiata irritata all’amico.
«Ho capito. Scusami. Non è il momento».
«Già».
Macrone slacciò le cinghie del sottogola e si sfilò l’elmo. I capelli intrisi di sudore gli si erano appiccicati alla testa, così si passò una mano sui riccioli scuri. Poi batté il pugno sul parapetto di pietra davanti a sé. «A che gioco stanno giocando? Se non sono qui, devono aver lasciato la città durante la notte. Ma perché diavolo l’avranno fatto?».
Poi Catone richiamò alla mente il colloquio avuto col principe Artasse, e l’uomo che era corso a recargli un messaggio. Si voltò verso il compagno, con gli occhi che gli brillavano per l’eccitazione. «È Longino! Le loro pattuglie di avvistamento devono averlo visto avvicinarsi alla città! E i ribelli sono fuggiti».
«Longino?»
«Ma certo! Deve trattarsi di lui!». Catone diede una pacca sulla spalla dell’amico. «Siamo salvi!».
«Calma, calma», lo ammonì Macrone. «Se si tratta di Longino, allora dov’è? Fra l’altro avrebbe dovuto marciare veloce come il vento per raggiungere Palmira così presto».
Catone raggiunse di corsa la torre più vicina e salì i gradini due alla volta. Arrivato in cima, col cuore che gli batteva forte, corse sugli spalti e scrutò l’orizzonte al di là delle case della città. All’inizio non vide nulla. Poi, lontano, verso oriente, notò una leggera coltre di polvere, dietro la cresta di un basso promontorio. Doveva essere Artasse, in fuga verso i Parti suoi alleati. Lo sguardo di Catone si spostò verso nord, poi a ovest, e finalmente la vide, un’altra nuvoletta che saliva verso il cielo. Sporse il braccio in quella direzione.
«Laggiù! Macrone, laggiù!».
Di sotto, Macrone seguì con lo sguardo la direzione indicatagli dall’amico, strizzò gli occhi per un attimo, poi emise un grido di giubilo e sollevò i pugni verso il cielo mattutino. «Siamo salvi!». Si voltò verso gli altri uomini sugli spalti. «È Longino! Il generale Longino!».
Il grido di gioia si propagò lungo le mura e giù accanto alla porta, mentre l’aria si riempiva sempre più delle urla festanti dei difensori della cittadella. Tutta la stanchezza e la fame dei giorni precedenti sembrò svanire, mentre tutti gridavano, esultavano e si davano grosse pacche sulle spalle. Catone scese di corsa dalla torre e afferrò Macrone per un braccio.
«Ce l’abbiamo fatta! Abbiamo resistito!». Cercò di recuperare una certa compostezza. «Congratulazioni, signore».
Macrone fece un cenno con la mano, come per allontanare quella frase formale. «C’è mancato poco. Qualche altro giorno e...».
«Non ha importanza», lo interruppe Catone. «Siamo salvi!».
«Salvi?». Macrone annuì. Guardò all’esterno, affacciandosi sull’agorà, verso la strada che Gesmia aveva imboccato per andare incontro al suo destino. «È vero, siamo salvi. Siamo tutti salvi».
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CAPITOLO VENTOTTO.
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«Avete fatto un ottimo lavoro, signori», disse il generale Longino. «Nella miglior tradizione del nostro esercito. Potete esser certi che nel mio rapporto a Roma godrete di una menzione speciale».
«Grazie, signore», rispose Macrone.
Si trovavano nella sala delle udienze del re, all’interno della cittadella. Il re Vabato e i suoi consiglieri, insieme ai mercenari greci, erano tornati agli alloggi molto più confortevoli e lussuosi del palazzo reale, dall’altra parte della città. Sua Maestà aveva dapprima offerto i suoi più sentiti ringraziamenti al generale Longino, poi aveva aperto le porte della città al suo esercito, in parte per cementare l’amicizia con Roma, ma soprattutto per una sorta di vendetta nei confronti degli abitanti della città che avevano sostenuto Artasse, o quantomeno non avevano fatto nulla per osteggiarlo. Longino lo aveva ringraziato ma aveva rifiutato, non potendo permettere che i suoi uomini si lasciassero andare all’ubriachezza molesta e al saccheggio. Non appena terminato l’incontro con il re, Longino ne aveva disposto un altro con i due ufficiali che avevano comandato la colonna di soccorso. Insieme a Sempronio e alla sua squadra, si era formalmente congratulato con loro; ora però era tempo di rimettersi al lavoro.
«A quanto risulta dal vostro rapporto, il principe Artasse ha lasciato la città ieri sera. Avrà circa venti-trenta chilometri di vantaggio su di noi. È mia ferma intenzione inseguirlo, non appena la mia guarnigione si sarà rifornita di cibo e acqua. Mi sono assunto il rischio di lasciare la maggior parte della carovana dei viveri e degli equipaggiamenti a Calcide, in modo da raggiungere Palmira nel più breve tempo possibile. Continueremo la nostra marcia con tutto quello che riusciremo a trasportare. E quando raggiungeremo i ribelli li stermineremo. Credo che non avremo troppe difficoltà col principe Artasse e il suo esercito raffazzonato».
Catone ne dubitava alquanto. Longino aveva portato con sé due legioni, la Decima e la Terza, nonché alcune coorti di ausiliari. La Sesta era stata lasciata a difendere la provincia. C’era una sola cosa che lo preoccupava, in merito alla composizione dell’esercito di Longino, e si schiarì la voce per indicare che intendeva prendere la parola.
«Signore?»
«Sì, prefetto?»
«Il principe Artasse mi ha detto che a due o tre giorni di marcia da Palmira c’era un esercito parto. E questo è accaduto ieri. Se stava dicendo il vero, corriamo il rischio di raggiungerlo quando si sarà già congiunto con i Parti».
Longino annuì. «Tanto meglio. Le mie spie mi hanno riferito che i Parti non dispongono di un esercito numeroso, e che questa loro condizione perdurerà ancora per qualche mese. Dunque annienteremo i ribelli e allo stesso tempo daremo una lezione ai Parti. Dopo la sconfitta, non oseranno più immischiarsi negli affari di Palmira per molti anni a venire».
«Sono convinto che abbiate ragione, signore. Se li sconfiggeremo».
«Se?». Longino sorrise. «Dubitate che possiamo sconfiggere i Parti?»
«No, signore. Ovviamente no, ammesso che prendiamo le dovute precauzioni».
«Precauzioni? A che tipo di precauzioni vi state riferendo, prefetto?».
Catone fece una piccola pausa per riflettere sul modo migliore di esporre i propri dubbi. Il generale Longino spostò il peso da un piede all’altro, impaziente. «Allora? Sputate il rospo, amico».
«Signore, voi potete anche disporre di due legioni, ma quel che più ci serve è la cavalleria. Se l’esercito dovrà affrontare i Parti, è essenziale che vi sia un confronto da cavaliere a cavaliere».
«Ah». Longino annuì. «Dovete credermi davvero sprovveduto, per non essere al corrente dell’esistenza dei... ehm... leggendari arcieri a cavallo parti. Prefetto, lasciate che vi rassicuri in merito. Le legioni di Roma sono più che adeguate ad affrontare qualunque cavaliere o arciere che abbia mai calcato un campo di battaglia. Il fatto che i nostri amici parti abbiano ritenuto di fondere i due ruoli non fa una grande differenza, per noi».
«Non parlereste così, se foste stato con noi nel deserto, quando abbiamo affrontato una piccola compagine di arcieri a cavallo, signore. Se non fossero interventi il principe Balto e i suoi uomini...».
«Allora è una fortuna che il principe e i suoi seguaci si uniscano a noi. Stanno appunto cercando dei nuovi cavalli, in questo momento».
«Balto verrà con noi?», lo interruppe Macrone. «Perché?»
«È stato il padre a offrirci i servigi del figlio, e io sono felice di poter aggiungere altri uomini al mio esercito. Saranno utilissimi come avanguardia, risparmiando la fatica ai nostri. In tal modo dovremmo disporre di un numero sufficiente di cavalieri per affrontare qualsiasi minaccia proveniente dagli arcieri a cavallo. Questo vi tranquillizza?»
«Francamente no, signore», disse Catone.
Il generale Longino si accigliò. «Per quale motivo?»
«Per la maggior parte, il deserto è terreno adatto alla cavalleria. Non si possono proteggere i fianchi. Non si può impedire al nemico di accerchiarci anche da dietro. Se dipendesse da me, non mi esporrei alla battaglia, a meno che non sia io a sceglierne il luogo: un posto dove il territorio permetta a un’ampia compagine di fanteria di affrontare il nemico con i fianchi coperti, o dove i promontori e le colline siano tali da rallentare gli arcieri a cavallo. Se i Parti ci raggiungono in pieno deserto, possono colpirci da qualsiasi direzione, tirarci le loro frecce e ritirarsi prima che la nostra cavalleria abbia anche solo il tempo di avvicinarli».
«Un semplice inconveniente, prefetto. Non ci impedirà di avanzare verso il grosso delle loro truppe».
«Ma è la cavalleria, il grosso delle loro truppe, signore. È proprio questo il punto. All’inizio sembrerà solo una serie di attacchi di disturbo. Ci attireranno nel deserto, decimando le nostre fila e terrorizzando i nostri uomini con la costante minaccia di una pioggia di frecce».
«Allora cosa dovrei fare, secondo voi, prefetto?». C’era una punta di esasperazione nel tono di voce del generale. «Sospendere l’avanzata e lasciare che Artasse e i suoi ribelli ci sfuggano?»
«Con tutto il rispetto, signore, penso di sì. Io farei esattamente così».
«Perché?»
«Abbiamo Palmira. Nel territorio che va da qui all’Eufrate non c’è niente che abbia un valore strategico. Se i Parti vogliono la guerra, che ci attacchino qui, alle nostre condizioni. Assaltando le mura della città, non faranno altro che sprecare le loro forze, fino a indebolirsi. Quanto al principe Artasse, la miglior cosa che possa sperare di ottenere è l’esilio in Partia. I suoi ribelli dovranno raggiungerlo lì o tornare a Palmira e implorare la pietà e il perdono del re. Artasse è un nemico ormai finito, signore. Possiamo permetterci d’ignorarlo».
«Ma io non lo ignorerò. Non lascerò che sia il nemico a prendere l’iniziativa. Troverò Artasse e lo annienterò. Non gli permetteremo di sfidare Roma».
«Sono certo che è quel che pensava il generale Crasso, signore».
Longino fece un gesto sdegnoso con la mano. «Crasso era uno stupido. Si è addentrato troppo in territorio nemico. Io sto semplicemente inseguendo una banda di ribelli. Ovviamente, se laggiù c’è un esercito parto, dovrà combattere assieme ai suoi alleati palmireni, oppure scegliere di abbandonarli al loro destino. Se questo accadesse, avremmo il principe Artasse servito su un piatto d’argento, e avremmo dimostrato l’indegnità di un’alleanza con la Partia. Siamo noi ad essere in vantaggio, ora». Il generale Longino sorrise in modo rassicurante. «Posso immaginare cosa voi e il centurione Macrone abbiate passato negli ultimi giorni; insieme ai vostri uomini meritereste certamente un po’ di riposo e l’opportunità di riprendervi. Meglio che rimaniate qui, se non ve la sentite di unirvi a questa campagna».
Macrone scosse il capo. «Non abbiamo bisogno di riposo. Siamo pronti a combattere, signore».
«Bene. Ho bisogno del maggior numero di uomini possibile per rintracciare e sconfiggere i ribelli. Perciò, se non avete nient’altro da aggiungere, prefetto?».
Longino s’interruppe e fissò duramente Catone, sfidandolo a mantenere il punto. Sempronio fece un passo avanti.
«Generale, posso aggiungere qualcosa?».
Lo sguardo di Longino si spostò sull’ambasciatore. «Allora? Di che si tratta?»
«Questi ufficiali hanno dimostrato il loro coraggio e la loro abilità in diverse occasioni consecutive, e non solo nel difendere la cittadella, ma anche nel farsi strada a suon di spada attraverso il deserto e principalmente attraverso la città di Palmira. Il loro coraggio e la loro tempra sono indubbi, così come le loro abilità tattiche e la capacità di intuire le mosse del nemico. Fareste bene a seguire i loro consigli».
«Davvero?». Longino si voltò verso il suo piccolo seguito di ufficiali di stato maggiore, principalmente giovani tribuni al loro primo incarico militare. Gli uomini fecero un sorrisetto ironico. Catone sentì il sangue ribollirgli nelle vene. Che ne capivano quei ragazzi di battaglie nel deserto? Cosa diavolo potevano sapere, appena arrivati dalle loro aristocratiche magioni romane? L’unica azione cui potevano aver partecipato da quando erano arrivati in oriente era quella che si svolgeva nei bordelli di Antiochia e nelle altre case di tolleranza delle città siriane presidiate dalle legioni. All’improvviso sentì tutto il peso della propria stanchezza e capì che non c’era nulla che potesse fare per convincere Longino a cambiare i suoi piani. Scoccò una rapida occhiata a Macrone e chinò il capo, rassegnato.
Longino notò quel gesto e allacciò le mani dietro la schiena, proseguendo: «Dunque la discussione finisce qui, signori. Non appena saranno stati riapprovvigionati, gli uomini dovranno essere pronti a iniziare l’inseguimento. Conto su di voi affinché gli ordini vengano impartiti al più presto. Sempronio, vorrei parlare un attimo da solo con questi due ufficiali, se non vi dispiace».
Sempronio fissò un attimo il generale, prima di annuire. «Come desiderate. Mi troverete nei miei alloggi, Catone. Fatemi l’onore di venire a salutarmi, prima di lasciare la città».
«Sì, signore».
Gli ufficiali di Longino scattarono sull’attenti, salutarono e lasciarono la stanza insieme all’ambasciatore. Il generale attese che l’ultimo di essi si fosse richiuso la porta alle spalle, poi aggredì Catone. «Che cosa credevate di fare, mettendo in dubbio la mia autorità in quel modo?»
«Mi sono sentito in dovere di esprimere la mia opinione professionale, signore».
«Al diavolo la vostra opinione professionale! Siete un ufficiale in seconda, e solo un prefetto incaricato, se vogliamo essere precisi. Perché pensate abbia scelto di spedire voi e Macrone qui nel deserto? Forse perché ritenevo che foste i migliori cui affidare questo compito? Svegliatevi, Catone. Vi ho scelti perché eravate sacrificabili. Perché vi volevo fuori dai piedi. Per sempre. Voi due non siete altro che volgari spie incaricate da Narciso. Non siete nemmeno dei veri soldati. È un miracolo che ce l’abbiate fatta sin qui. Siete dannatamente fortunati. Forse è davvero meglio che vi uniate al mio esercito. La vostra fortuna potrebbe contagiare anche noi». Longino si fermò e per la prima volta Catone percepì che aveva qualche dubbio sulla missione di inseguimento di Artasse.
«Avete finito con noi, signore?», domandò Macrone, in tono brusco.
Longino lo fissò per qualche istante negli occhi, poi annuì. «Preparate i vostri uomini alla marcia. Potrete schierarvi sulle retrovie della mia colonna, è il luogo che più vi compete. E ora levatevi di torno».
Sempronio si appoggiò allo schienale della propria sedia e scosse la testa. «Non posso farci nulla, Catone. Sono soltanto un ambasciatore. Sono stato mandato qui per stringere un patto d’alleanza col re Vabato, questo è tutto. In questa situazione, l’autorità di Longino è di gran lunga superiore alla mia. Se è deciso ad andare avanti con la sua campagna, lo farà».
«Ma è una cosa avventata», rispose Catone. «Vuole inseguire Artasse con riserve di cibo e acqua sufficienti per appena qualche giorno. Se non ci sarà un contatto immediato, sarà costretto a ritirarsi. E se lo farà troppo tardi, chissà quanti uomini perderà sulla via del ritorno».
«Credo che Longino lo sappia», rispose Sempronio. «Non è uno stupido, Catone. Lo conosco bene. È semplicemente ambizioso».
«Ambizioso?». Macrone ruppe in una risata amara. «Più di quanto si possa immaginare».
Sempronio fissò Macrone per un attimo. «Cosa volete dire?»
«Niente». L’ufficiale fece un gesto con la mano, come per sottolineare la scarsa importanza di ciò che aveva appena detto. «Parlo così perché sono stanco. Non volevo insinuare nulla. Dicevo soltanto che va a caccia di gloria, come quasi tutti i suoi colleghi».
«Capisco», rispose pacatamente Sempronio. Si rivolse alla figlia, che era seduta accanto a Catone. «Mia cara, ti dispiacerebbe procurarci un orcio di vino?»
«Vino?», ripeté Giulia, sorpresa. «Adesso?»
«Ma certo. Questi uomini stanno per affrontare una dura marcia in battaglia. Meritano una bella bevuta. Trovaci qualcosa di buono. Penso che il dispensiere ne abbia messo da parte un paio d’orci».
Giulia aggrottò le sopracciglia. «Perché non mandate qualcun altro a prenderli, padre?»
«Vorrei che ci andassi tu, mia cara. Subito».
Per un attimo Giulia non accennò a muoversi e il padre la fissò insistentemente. Poi, con un sospiro rassegnato e indispettito, la ragazza si alzò dalla sedia e si avviò verso la porta, sbattendosela alle spalle.
«Era proprio necessario?», intervenne Catone.
«È mia figlia. E farò tutto ciò che è in mio potere per proteggerla. Il che significa che vi sono cose che non deve sentire, per la sua stessa sicurezza. Come questa storia di Longino. Voi due non me la raccontate giusta. Che cosa sta succedendo?».
Catone sorrise. «Come voi stesso avete affermato, signore, ci sono cose che è pericoloso conoscere».
«Stronzate», lo interruppe Macrone improvvisamente esasperato. «Ne ho abbastanza di tutto ciò, Catone. Sono un maledetto soldato, non una spia».
«Macrone!», lo avvertì il compagno. «Non farlo».
Macrone scosse il capo. «Voglio dire la mia, accidenti! Se quel bastardo di Longino vuole condurci al macello, allora che qualcuno sappia il perché! Qualcuno che tornando a Roma possa raccontare tutta la verità».
«E quale sarebbe questa verità?», gli chiese Sempronio.
«Longino ha un debole per il color porpora», disse Macrone. «Ecco a che punto arriva la sua ambizione».
«Davvero?», fece Sempronio, rivolto a Catone.
Questi fulminò Macrone con lo sguardo, poi fece un gran respiro e si rassegnò a illustrare la situazione. «Noi pensiamo che sia così. Non abbiamo abbastanza prove per dimostrarlo. È stato bravissimo a nascondere le proprie tracce. Credo che tutto questo nasca proprio da lì. Vuole incassare una vittoria. Per farsi una reputazione e dimostrare che buon servitore di Roma egli sia, un uomo degno del titolo di imperatore. È per questo, fra l’altro, che ha mandato me e Macrone in avanscoperta con la colonna di soccorso. Non era previsto che vincessimo. Anzi, secondo i suoi piani dovevamo morire. Un altro elemento incriminante di cui si sarebbe sbarazzato».
Sempronio li osservò un attimo, prima di rispondere. «Se è così, sta provocando un sacco di guai, solo per sbarazzarsi di voi».
«Ha delle buone ragioni per volerci morti».
«Voi due non siete dei semplici ufficiali di prima linea, vero?».
Catone non rispose e indirizzò un’occhiata di monito a Macrone, che si limitò a scrollare le spalle e a guardare fuori dalla finestra.
Sempronio lasciò che quel silenzio imbarazzato aleggiasse nell’aria per un po’, poi si schiarì la voce. «Voglio che sappiate che sono un fedele servitore dell’imperatore Claudio. Potete fare affidamento su di me. Ma c’è un’altra cosa di cui volevo parlare. Mi sono reso conto che fra voi e mia figlia c’è ben più di una semplice e fuggevole amicizia, Catone. Giulia mi ha detto tutto. Tutto, capite? Ora, immagino che voi intendiate prenderla in moglie».
La mente di Catone si sforzò di star dietro al ritmo con cui la conversazione aveva preso tutta un’altra piega. Il sentimento intenso che nutriva per Giulia entrava in conflitto con la necessità di mantenere segreto il vero scopo dell’assegnazione sua e di Macrone nell’Impero d’Oriente. Sempronio intuì quel dilemma e proseguì:
«Come Longino, nemmeno io sono uno sciocco, Catone. Immagino che dietro tutto questo vi sia la mano di Narciso. Sono il padre di Giulia. Prima che possa dare il mio consenso al vostro matrimonio, devo avere la garanzia che mia figlia sia al sicuro. Che, se si lega a voi, non venga esposta a pericoli di sorta. Mi rendo ben conto dei rischi che corre un militare. Ma anche di quelli ancor più grossi che corre un emissario di Narciso. Vi chiedo solo di essere sincero con me. Siete un agente imperiale?».
Catone si sentì in trappola. Non c’era modo di uscirne. Né abile risposta che gli potesse evitare di rivelare tutta la verità. Fra l’altro, Sempronio aveva già indovinato praticamente ogni cosa. Doveva già sapere che i due soldati lavoravano per il segretario imperiale.
«Siamo stati inviati in oriente da Narciso, per indagare su Longino», ammise Catone con aria rassegnata. Fin da quando Narciso li aveva costretti al proprio servizio, Catone e Macrone erano stati impiegati in missioni ben più pericolose di qualsiasi situazione mai affrontata nelle fila dell’esercito. Catone desiderava più di ogni altra cosa tornare alla carriera militare, libero dai complotti e dalle lotte intestine che costituivano il mondo del segretario imperiale. Sospirò e proseguì: «Narciso sospettava che il generale avesse intenzione di strumentalizzare le legioni orientali ai fini della sua ambizione al trono imperiale. Macrone ed io siamo riusciti a scompigliare i piani del generale, e adesso lui sta cercando di coprire le proprie tracce. Se dovesse accaderci qualcosa, dovrete dire a Narciso che aveva ragione, ma che non avevamo prove sufficienti per dimostrarlo. Non siamo agenti imperiali, signore. Macrone ed io siamo soldati. In qualche modo ci siamo trovati invischiati con Narciso».
Sempronio sorrise mestamente. «Non siete i primi a cui è capitato. È così che agisce Narciso. Alcuni uomini li recluta direttamente. Alcuni li corrompe. Altri ancora vengono ricattati. Uomini come voi, invece, vengono lentamente risucchiati nel suo mondo di intrighi e cospirazioni. Vi consiglio di stare più lontani possibile da lui, se sopravvivrete a questa sua campagna. Qualunque ricompensa vi possa offrire, tornate alla vita militare, e non pensateci più».
«Non vedo l’ora», borbottò Macrone.
«Niente ci potrebbe fare più piacere», disse Catone. Si sporse in avanti e incrociò le braccia sulla tavola. «E Giulia?»
«Giulia?»
«Ho il vostro permesso di sposarla, signore?».
Sempronio scrutò a lungo il volto del giovane ufficiale. «No. Non ancora».
Quella risposta colpì Catone come una martellata, facendolo ripiombare nel tunnel di amarezza e disperazione che minacciava di inghiottirlo. «Perché?»
«Su vostra stessa ammissione, nei giorni a seguire andrete incontro a grossi pericoli. Ma se sopravvivrete, se tornerete a Palmira sano e salvo, se riuscirete a completare il vostro lavoro qui nell’Impero d’Oriente, allora vi darò il mio consenso. Ma solo e soltanto allora».
Catone si sentì invadere da un’ondata di sollievo, ridimensionato però dalla consapevolezza di avere poche probabilità di cavarsela. Annuì cupamente. «Sopravvivrò».
La porta si aprì e Giulia entrò portando un semplice vassoio di legno con un orcio di vino e quattro coppe d’argento.
«Il mio ultimo Falerno?». Sempronio si accigliò, riconoscendo il contenitore.
«Avete detto di scegliere quello buono, padre».
«Sì, sì, infatti. Allora, facciamo un brindisi».
Sempronio afferrò l’orcio e lo aprì. L’odore stantio e fruttato del vino si sparse subito nell’aria. Ne versò una coppa per ognuno di loro e richiuse subito il contenitore col suo tappo.
In lontananza si udì il monotono squillo di una buccina.
«Stanno suonando l’adunata», spiegò Macrone a Sempronio e a sua figlia. Poi si rivolse a Catone. «Bevi in fretta. Dobbiamo andare».
«Aspettate», disse Sempronio. Guardò rapidamente Giulia, poi sollevò il calice. «Saremo sempre grati ad entrambi per quel che avete fatto qui a Palmira. Dubito che l’esercito romano possa annoverare due uomini più valorosi di voi. Roma ha bisogno di voi. Perciò voglio fare un brindisi: tornate sani e salvi!».
Macrone scoppiò a ridere. «Mi unisco volentieri al brindisi!».
Sollevò la coppa e la svuotò in un sorso solo, poi la depose sul tavolo con un lieve tonfo. Fece schioccare le labbra. «Ottimo assaggio».
Sempronio, che il suo vino lo stava centellinando, sussultò lievemente, notando la coppa vuota. «Se ne avessimo il tempo, ve ne offrirei dell’altro».
«Grazie, signore, siete davvero gentile». Macrone afferrò l’orcio e se lo infilò sotto il braccio. «Lo berremo strada facendo, allora. Forza, Catone, dobbiamo andare».
Giulia allungò la mano sulla tavola e afferrò quella di Catone. Lo guardò negli occhi, con aria implorante. «Torna sano e salvo».
Catone sentì la calda pressione delle sue dita e col pollice le carezzò la pelle soffice del dorso della mano. «Tornerò. Te lo giuro su quanto ho di più sacro».
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CAPITOLO VENTINOVE.
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L’esercito si mosse per la via del commercio lungo la quale Artasse s’era ritirato la notte precedente. Il generale Longino aveva spedito in avanscoperta le sue due coorti di cavalleria e di legionari ricognitori per disturbare la retroguardia nemica e rallentare l’avanzata dei ribelli. Il resto dell’esercito marciava in una nuvola di sabbia che soffocava gli uomini e li costringeva a strizzare gli occhi, accecandoli. Alcuni cercavano di coprirsi naso e bocca con le loro sciarpe, anche se la cosa non faceva che accentuare la sensazione di calore.
Ovviamente, il posto peggiore in cui marciare era la retroguardia, dove Macrone e i suoi avanzavano alle spalle della Decima Legione, seguiti da Catone e dalla Seconda Illirica. Ai loro fianchi cavalcava il principe Balto con il suo contingente limitato di arcieri, in sella ai pochi cavalli che i ribelli s’erano lasciati alle spalle fuggendo. Catone e Macrone stavano marciando insieme accanto ai loro uomini, quando Balto si avvicinò loro al trotto e scese a terra, guidando il cavallo per le redini e unendosi ai due Romani.
«Eccoci di nuovo qui, amici», disse in tono allegro. «Stavolta le parti si sono invertite ed è mio fratello a essere in fuga. Ah, quando lo raggiungeremo, prego Bel che sia la mia freccia, o la mia lama, a togliergli la vita».
Macrone scosse il capo. «Dev’essere stato bello crescere nella vostra famiglia».
«Famiglia?». Balto rifletté un attimo. «Un palazzo reale non è come una casa, centurione. E quelli che ci vivono non sono come una famiglia. Fin da bambini si sa che i propri fratelli sono anche i propri nemici. Nemici mortali. Una volta che il re ha scelto il successore, quest’ultimo sa bene che i suoi fratelli si trasformano in inutili ammennicoli se gli va bene, e spietati rivali se gli va male. È sempre stato così. Sapevate che mio padre era il maggiore di cinque fratelli? Quanti fratelli gli rimangono, oggi, secondo voi?».
Macrone scrollò le spalle. «Come posso saperlo?»
«Uno».
«Uno?», intervenne Catone. «E dove si trova?»
«Non lo avete capito?». Balto sembrava divertito. «È Termone. Il fratello più giovane di mio padre. Ed è vivo soltanto perché mio padre gli ordinò di farsi castrare, in modo che non generasse dei rivali per me e i miei fratelli».
Macrone aggrottò le sopracciglia. «Per gli dèi, è davvero un regno incasinato, il vostro».
«Credete?». Balto inarcò le sopracciglia. «A Roma le cose sono così diverse? Cosa è accaduto al vostro precedente imperatore, Gaio Caligola? Non è stato forse massacrato dalle sue stesse guardie del corpo? Non sono un provinciale ignorante, centurione. Ho letto molti libri. Molte storie. La vostra più di ogni altra. E devo dire che il vostro passato è unico, in quanto a violenza».
«Cosa volete dire?»
«Prima di Cesare Augusto, quanta della vostra gente moriva nelle battaglie intestine? I vostri generali e grandi uomini di Stato si sbranavano a vicenda come lupi nell’arena. Opponendo al nemico i loro vastissimi eserciti. È un miracolo che sia rimasto ancora un numero di Romani sufficiente a governare il vostro impero».
Macrone si fermò all’improvviso e si voltò verso il principe. «Siete venuto fin qui con il vostro cavallo per insultare me e il mio impero?»
«No, certo che no», Balto sorrise. «Non intendevo offendervi. Volevo soltanto dirvi che è bello avere di nuovo la possibilità di combattere al vostro fianco. Dopo l’atmosfera davvero spiacevole della cittadella».
«C’era una ragione: essere accusato di omicidio non mi piace affatto».
«Neanche a me».
«Già, ma chi è che trae un vantaggio dalla morte di Ameto? È questo il punto».
Catone guardò il suo amico. «Hai letto Cicerone?»
«Mi annoiavo. Che altro potevo fare, quando tu passavi ogni minuto libero con quell’aristocratica?»
«Il suo nome è Giulia», replicò Catone seccamente.
«L’avevo arguito. In ogni modo, principe, permettetemi di dire che dalla sua morte voi avevate da guadagnare molto più di Roma. Mi sembra logico».
«Logico? La vostra ha tutta l’aria di un’accusa».
«Se volete».
«Ve l’ho gia detto: non ho ucciso mio fratello».
«Lo dite voi».
La tensione nata fra i due stava minando i nervi di Catone; si voltò verso il seguito del principe, ormai ridotto a poco più di una quarantina di uomini. «Dov’è quel vostro schiavo, Carpete?».
Balto s’incupì. «Non lo so. È sparito stamattina, mentre stavo cercando sei cavalli per i miei uomini».
«Sparito? Cos’è successo?»
«Non lo so. L’ho mandato al palazzo di mio padre a prendere un arco e delle frecce di riserva nel mio alloggio. Non è più ritornato. Ho dovuto prenderne uno dai miei uomini e poi siamo partiti. Per quanto ne so, è ancora a Palmira. Non ho idea di dove sia andato. Strano».
«Sì», rifletté Catone. Durante l’assedio Carpete non s’era mai allontanato molto dal fianco del suo padrone.
«Se ha deciso di scappare, la pagherà cara quando lo ritroveremo».
«Ma perché avrebbe dovuto?», si domandò Macrone. «Viveva bene come tutti gli altri schiavi, e certo meglio della maggior parte dei liberti».
Catone sorrise. «Dubito che la vedesse così, mentre ci introducevamo in città dalle fogne. Probabilmente è per questo che è scappato. Era stufo di stare nella merda».
«Be’, in tal caso ha fatto la cosa giusta», disse Macrone. «Ho la sensazione che presto noi ci troveremo nella merda fino al collo».
A metà pomeriggio l’esercito aveva ormai attraversato le basse colline pedemontane a oriente, lasciandosi alle spalle Palmira e le sue oasi. Il generale Longino non permetteva ai suoi uomini di riposare per lungo tempo, durante la marcia destinata ad accorciare le distanze fra loro e la compagine ribelle di Artasse. Quando il sole calò all’orizzonte, l’esercito si trovò ad attraversare un territorio sconnesso, costeggiato da profondi canaloni, per chilometri e chilometri di percorso. Poi la via del commercio sbucava su una grande pianura che si estendeva davanti ai Romani desolata nell’aria ferma e scintillante nella calura. Chilometri più avanti, la sabbia sollevata dalla retroguardia dell’esercito ribelle era chiaramente visibile, tempestata da quei puntini che erano gli sbandati rimasti indietro. Piccoli gruppi di uomini a cavallo attraversavano la piana desertica, perlopiù tenendosi a distanza cautelativa fra di loro, e talvolta caricando in avanti con un breve trambusto, prima di staccarsi e riprendere le reciproche posizioni.
Quando il sole tramontò, l’aria si rinfrescò, raggiungendo temperature più accettabili, e gli uomini cominciarono a non vedere l’ora di accamparsi per la notte. Ma non fu impartito nessun ordine di fermarsi e i soldati romani continuarono stancamente a marciare, come un grande fiume che scorreva lento ma costante attraverso il deserto. La luce era fornita da una falce di luna e dalle stelle, che proiettavano ombre pallide sulla sabbia scura. Era quasi mezzanotte, valutò Catone, quando la colonna poté finalmente arrestarsi, e gli ufficiali di stato maggiore a cavallo passarono in rassegna tutte le linee di soldati, convocando i comandanti delle varie unità a rapporto dal generale Longino.
«Non penserà mica a un assalto notturno?», mormorò Catone, mentre con Macrone si recava di corsa in cima alla colonna di uomini. I soldati delle due legioni e le coorti ausiliarie avevano avuto il permesso di posare a terra i carichi e di rompere le righe. Erano seduti o sdraiati sulla sabbia, lungo i due lati della strada. L’aria era piena del basso borbottio delle loro conversazioni e Catone non poté fare a meno di notare il malcontento diffuso.
«Chi lo sa?», rispose Macrone, ansimando per lo sforzo compiuto. «A quanto pare il generale non ha intenzione di farci riposare fin quando non avremo raggiunto quei ribelli».
«Spero non sia così, o gli uomini saranno morti di stanchezza prima ancora che qualsiasi battaglia possa aver avuto inizio».
Macrone grugnì. «Tanto moriranno comunque».
Un gruppo di cavalli e di uomini su di un lato della testa della colonna rivelò la posizione del generale, e Macrone e Catone si fecero largo fra i gruppetti sparsi di attendenti e ricognitori e la barriera di guardie del corpo del generale.
Macrone distinse la sagoma di Longino in piedi davanti ai suoi ufficiali riuniti e si schiarì la voce. «Il centurione Macrone e il prefetto Catone, signore».
«Finalmente. Possiamo cominciare, allora». Il generale attese che tutti facessero silenzio e che la loro attenzione si focalizzasse su di lui. Fece un gran respiro e iniziò: «I ricognitori dicono che Artasse s’è accampato appena oltre quell’altura a poco più di tre chilometri da qui. Ne hanno potuto scorgere i fuochi dei bivacchi dal crinale. I nostri ricognitori si sono ritirati, quindi dubito che sappia quanto siamo vicini. È mia intenzione accostarmi al crinale, allineare gli uomini su di esso, le legioni al centro, gli ausiliari sui fianchi, poi superare il promontorio e attaccare l’accampamento. Con l’effetto sorpresa dalla nostra, dovremmo riuscire a farli a pezzi prima che possano organizzare qualsiasi tipo di difesa. All’alba la cavalleria e i ricognitori a cavallo potranno organizzare una caccia a tutti coloro che avranno cercato di scappare». S’interruppe un attimo. «Signori, fra pochissime ore avremo sconfitto il nemico, schiacciato i ribelli e vinto la nostra campagna. Quando i Parti sapranno che Palmira è nelle nostre mani e che Artasse è stato sconfitto, non potranno fare altro che ritirarsi».
Macrone si protese verso Catone. «Un assalto notturno. Sembra che tu ci abbia preso, e che lui sia un pazzo».
Catone non ne era poi tanto sicuro. «Potrebbe anche funzionare. Se riusciremo a colpire prima che possano schierarsi di nuovo. E poi siamo in maggioranza numerica».
«La cosa non mi piace lo stesso», borbottò Macrone. «Non piacerebbe a nessun vero soldato. Troppe incognite».
«Questo è vero», rispose sinceramente Catone. «Penso che Longino non abbia ancora capito con che razza di nemico ha a che fare».
«Ssshh!», fece uno dei centurioni accanto a loro. «Vi dispiace? Non sento una dannata parola di quel che sta dicendo il generale!».
Macrone fece per andare verso l’uomo, ma Catone lo fermò afferrandolo per un braccio. «Lascia stare».
Per un attimo, Macrone fissò Catone con aria torva, poi annuì, sia pure con riluttanza. «E va bene».
Il generale aveva concluso il tradizionale discorso agli ufficiali che precedeva ogni battaglia e li stava congedando perché tornassero alle rispettive unità. Quando il gruppetto si fu disperso, Macrone scosse il capo. «Non ne valeva davvero la pena. A che diavolo serviva farci venire fin qui a sentire il solito discorsetto d’incitamento, dico io?»
«Per i posteri», rispose Catone. «Longino pensa di star facendo la storia e vuole che tutti noi ricordiamo questo momento».
«Io non scorderò mai quanto mi ha fatto stancare, questo è poco ma sicuro».
Guidata dagli ufficiali di stato maggiore, ogni unità fu fatta schierare nel modo previsto. Alla luce fioca della luna e delle stelle la compagine si mosse lentamente in avanti, mentre ogni coorte si staccava progressivamente dalla testa della colonna muovendosi ad angolo retto attraverso il deserto, e procedendo con estrema cautela sul terreno disseminato di pietre e sassi. La Terza Legione si schierò alla destra della strada, la Decima alla sinistra. La coorte di Macrone copriva il fianco della legione, e la Seconda Illirica era posizionata subito dietro di essa. Un’altra coorte, la Sesta Macedone, li seguiva a breve distanza, come riserva. Dietro Catone, il principe Balto schierava i suoi arcieri a cavallo. Le due coorti di cavalleria e i ricognitori a cavallo delle legioni vennero posizionati nelle retrovie, in attesa della luce del giorno per intervenire.
L’esercito aveva finalmente completato il suo schieramento di battaglia. Quindicimila soldati di fanteria e un migliaio di soldati di cavalleria se ne stavano fermi e silenziosi, in attesa dell’ordine di avanzata. Non ci sarebbero stati i consueti squilli di buccina, per non allarmare il nemico. In sostituzione, s’era provveduto a piazzare gli ufficiali di stato maggiore di fronte alla prima linea, a breve distanza uno dall’altro, dotati delle bandierine che i genieri impiegavano per contrassegnare i confini dei campi di marcia.
In testa all’esercito, una piccola squadra di ricognitori a cavallo faceva da barriera protettiva alla linea d’avanzamento. Solo una manciata di cavalieri nemici, e qualche Romano, si trovavano ormai fra l’esercito e Artasse e i suoi ribelli dall’altra parte del promontorio.
A Catone quell’attesa sembrò eterna. Aveva i piedi doloranti per la lunga giornata di marcia e si sentiva talmente sfinito da temere di addormentarsi in piedi da un momento all’altro. Si costrinse a camminare su e giù davanti alla prima linea della sua formazione, scambiando una parola ogni tanto con i comandanti di ogni centuria e con ogni soldato che aveva l’aria di cadere a terra per la stanchezza e il sonno. Tornò alla sua postazione accanto allo stendardo e si rivolse a Parmenione.
«Avete mai preso parte a un assalto notturno, prima d’ora?»
«Sì, signore, ho già partecipato ad alcune azioni notturne».
«Ma avete mai visto un intero esercito attaccare col favore delle tenebre?»
«No, signore».
Catone rimase in silenzio per qualche secondo. «Nemmeno io».
«Andrà tutto bene, signore».
«Credete?». Catone sorrise torvo. «Vogliamo scommettere?»
«Ma certo, signore», rispose Parmenione con disinvoltura. «E se vinceste voi, dove devo spedire il denaro?».
Scoppiarono entrambi in una risata soffocata, ma Catone s’interruppe all’improvviso. «Attenti!».
Cinquanta passi più avanti, l’ufficiale di stato maggiore aveva alzato la bandierina e stava muovendola lentamente da una parte all’altra, imitato da tutti gli altri ufficiali che fronteggiavano la prima linea. Catone si voltò verso Parmenione. «Passate parola. Prepararsi ad avanzare».
«Sì, signore». Parmenione scattò sull’attenti e si affrettò lungo il fronte della Seconda Illirica, passando parola a bassa voce mentre procedeva. Tutta la linea dell’esercito si mosse, mentre gli uomini davano un’ultima controllata al loro equipaggiamento e sollevavano gli scudi. L’ufficiale di stato maggiore abbassò all’improvviso la bandierina e cominciò a correre verso il centro della prima linea. Gli ufficiali di Catone colsero il segnale e diedero immediatamente ordine di avanzare; la Seconda Illirica cominciò a portarsi nello spazio aperto della piana sabbiosa. Catone accelerò il passo fino a distanziarsi un poco in avanti e poter scrutare lungo tutta la lunghezza della colonna, sul fianco destro: era uno spettacolo davvero impressionante, persino sotto la luce fioca della luna e delle stelle, e si sentì leggermente più fiducioso. Se fossero riusciti nell’attacco a sorpresa, la vittoria avrebbe potuto essere loro. Non si sentivano ordini impartiti, né suoni di buccina, né il clangore delle spade battute contro gli scudi, nessuna traccia del solito clamore provocato da un esercito romano che si accinge alla battaglia. Soltanto il rumore crepitante di migliaia di stivali chiodati che calcavano il deserto e l’occasionale tintinnio delle fibbie e dell’attrezzatura appesa addosso ai soldati. L’effetto generale aveva un che di soprannaturale e di lugubre, pensò Catone.
Le fila serrate attraversarono la pianura desertica e alla fine iniziarono a scalare il leggero pendio davanti all’accampamento nemico. Sul terreno davanti a sé Catone scorse una massa scura, e avvicinandosi scoprì che si trattava del cadavere di un soldato di Palmira, uno dei componenti della pattuglia di avanscoperta nemica, immaginò. Poco più avanti vide il crinale del promontorio che si stagliava nell’alone del vago lucore emanato dai fuochi dei bivacchi nemici, e i dubbi che aveva nutrito sui piani di Longino tornarono tutti ad affollargli la mente; un gelido brivido di angoscia gli percorse la schiena. Quei fuochi mandavano molta più luce di quanto si fosse aspettato da una compagine ridotta come quella comandata da Artasse. Catone accelerò il passo e sentì il rumore degli stivali di Parmenione, che gli si era affiancato.
«Non mi piace per niente», disse piano Parmenione.
«Neanche a me».
Il terreno cominciò a pianeggiare e quando Catone raggiunse il crinale, si portò ancora più avanti, ma si bloccò all’improvviso alla vista della distesa di fuochi che punteggiavano il deserto sotto i suoi occhi. Parmenione lo raggiunse e sussurrò: «Per gli dèi degli Inferi! E questo cos’è?»
«Questo», rispose Catone in tono fermo, «è l’esercito di Artasse e dei suoi alleati parti. Lo hanno raggiunto prima di noi. Sembra che le spie del generale gli abbiano mentito».
«E adesso che facciamo, in nome degli dèi?»
«Proseguiamo con l’assalto». Catone tornò a guardare davanti a sé. «Non possiamo fare altro. È la nostra unica possibilità: coglierli tutti di sorpresa, prima che abbiano modo di reagire».
Il resto della prima linea romana aveva ormai raggiunto il crinale ed era avanzata quanto bastava per scorgere l’enorme accampamento nemico, a meno di un chilometro di distanza. Il generale Longino aveva avuto ragione, ammise Catone. Contro ogni previsione, era riuscito a cogliere il nemico di sorpresa. Lo aveva giudicato male, si disse.
Una breve serie di squilli di corno risuonò sulla collinetta. A questi se ne aggiunsero altri, ripetendo il segnale. Parmenione si bloccò e guardò Catone. «Ma che sta facendo? Che cos’ha in mente quel maledetto pazzo?».
Catone scosse il capo, sbigottito. Lungo tutta la linea, i soldati romani si fermarono, in risposta al segnale di alt. Catone credette di svenire.
«Il generale ha perso la testa», mormorò Parmenione. «Quando ha visto tutta quella gente, laggiù». Rimase un attimo in silenzio, prima di continuare: «Che gli dèi ci aiutino!».
«Faremmo bene a pregare», aggiunse Catone a mezza voce. «Perché abbiamo appena perso tutto il nostro vantaggio. Guardate».
Di sotto, iniziavano a levarsi le prime grida d’allarme. Un attimo dopo, dalla pianura arrivò il battito di un tamburo, e alla luce dei bivacchi Catone vide migliaia e migliaia di uomini sollevarsi da terra, interrompendo il loro sonno, e precipitarsi alle armi e ai cavalli.
...
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CAPITOLO TRENTA.
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L’esercito romano rimase fermo a guardare l’adunata del nemico. Artasse e i suoi ribelli, per la maggior parte uomini della fanteria, stavano schierandosi in una linea sottile sul fronte dell’accampamento. Ma rappresentavano un pericolo trascurabile. A preoccupare veramente Catone erano i gruppi di arcieri e catafratti parti che già iniziavano ad avanzare verso il promontorio sul quale si trovavano i Romani in attesa.
«Che sta facendo?». Il centurione Parmenione batté il pugno sulla coscia guardando verso destra, al centro della linea di posizione del generale Longino e dei suoi uomini. «Perché non dà l’ordine di attacco, prima che sia troppo tardi?».
Catone si schiarì la voce e si avvicinò al suo sottoposto. «Centurione Parmenione».
«Signore?»
«Vi sarei grato se teneste la bocca chiusa. Pensate agli uomini. Per quanto ne sanno loro, quest’attesa fa parte del piano. Capito? Mostrate un po’ di discrezione. Siete un veterano, accidenti. Dunque, agite come tale».
«Sì, signore».
Catone lo fissò per qualche secondo, finché fu certo che avesse capito, poi annuì. «Andate avanti col vostro lavoro, adesso, Parmenione».
«Sì, signore».
In alto, verso oriente, una sottile striscia di cielo più chiaro annunciava l’alba imminente, e attimo dopo attimo Catone riusciva a distinguere sempre maggiori dettagli nel paesaggio circostante. L’ordine di avanzata non era stato ancora impartito. Ma poi, finalmente, un ufficiale di stato maggiore, uno dei tribuni più giovani, percorse la prima linea a cavallo, fermandosi a dare ordini a ciascun comandante. Catone gli andò incontro quando lo vide raggiungere la Seconda Illirica. Il tribuno lo salutò militarmente.
«Da parte del generale, signore», disse affannato. «Dice che attenderà l’attacco nemico qui sull’altura. Darà ordine di avanzare non appena li avremo dispersi. Nel frattempo, voi dovrete coprire il fianco. Se ci saranno tentativi di penetrare oltre la nostra linea, sarà compito vostro e del principe di Palmira respingerli».
«Molto bene». Catone annuì. «Faremo il nostro dovere».
«Sì, signore».
Si scambiarono un saluto militare e il tribuno voltò la sua cavalcatura, tornando al galoppo dal generale. Catone si rivolse a Parmenione.
«Sentito?»
«Sì, signore».
«Dunque sappiamo cosa aspettarci. Dobbiamo coprire il fianco», stabilì Catone. «Prendete gli uomini e formate una linea distaccata dal crinale, all’estremità della coorte di Macrone. Inviate un uomo da Balto. I suoi dovranno schierarsi dietro di noi e prepararsi a colpire i Parti che attaccheranno il lato sinistro della linea».
«Sì, signore».
«Allora muoviamoci! Qui non ci pagano a giornata».
Quando la Seconda Illirica si fu schierata nella nuova formazione, la posizione di comando di Catone distava poco da quella di Macrone; così Catone si incamminò verso l’amico per parlargli. Quando lo vide avvicinarsi, Macrone scosse il capo e lo guardò stanco e accigliato. «Longino ha proprio combinato un bel pasticcio». Portò la mano alla nuova cresta che gli adornava l’elmo. «L’ho pagata ben cinque denari a un bastardo della seconda coorte. Bello spreco di soldi, ora che stiamo per fare da bersagli viventi ai Parti».
«Sembra di sì», convenne Catone. «E il generale sembra convinto che ci attaccheranno».
«Avrà presto pane per i suoi denti».
«E dopo?». Catone abbassò la voce per farsi udire solo da Macrone. «Che cosa pensi che farà?»
«Cosa vuoi che possa fare? Dobbiamo fotterci tutta la cavalleria per inchiodare il nemico sul posto mentre le legioni avanzano. Scommetto che Longino ordinerà la ritirata nel momento stesso in cui i nostri uomini inizieranno a cadere».
«Concordo. Sarà difficile uscirne senza gravi perdite».
Macrone sospirò. «Be’, voleva la sua grande battaglia. E adesso ce l’ha. Il punto sarà sopravvivere, in modo da poterlo raccontare».
«Già». Catone guardò il cielo. «Sta facendo giorno. Farò meglio a tornare dai miei. Buona fortuna, signore».
«Anche a te, Catone». Si abbracciarono, poi Catone si voltò e si riavviò verso lo stendardo della Seconda Illirica.
Quando ci fu più luce, i Parti iniziarono ad attaccare. Non ci fu la carica selvaggia che le legioni avevano già precedentemente sperimentato sui campi di battaglia. Piccoli gruppi di arcieri parti a cavallo risalirono lentamente il pendio e iniziarono a bersagliare i ranghi serrati dei Romani con le loro frecce. I loro archi erano talmente potenti da consentire ad alcuni di colpire i loro bersagli quasi frontalmente, mentre altri miravano verso il cielo; le frecce ricadevano dopo aver compiuto la loro parabola nell’aria, colpendo il nemico dall’alto. Essere bersagliati da due direzioni diverse immediatamente confuse e terrorizzò la fanteria. Quando già cadevano i primi uomini, i centurioni si affrettarono a ordinare ai due ranghi frontali di sollevare una muraglia di scudi, mentre i ranghi posteriori formavano un tetto sollevandoli sulla testa. Pur adottando una valida soluzione al metodo d’attacco nemico, era una manovra molto difficile e pesante che non poteva protrarsi troppo a lungo, soprattutto per quanto riguardava gli uomini dei ranghi posteriori.
Non appena si accorsero che le loro frecce avevano cessato di sconvolgere la prima linea romana, i Parti iniziarono a concentrare le loro forze sui fianchi.
«Arrivano!», gridò un ausiliario appostato accanto al crinale.
«Giù!», ordinò Catone. «Dietro gli scudi!».
Gli uomini piegarono un ginocchio e abbassarono gli elmi fino a poter soltanto sbirciare al disopra del bordo dello scudo. Catone si rivolse a Balto e ai suoi, portando la mano a coppa accanto alla bocca.
«Pronti a colpire!».
Balto annuì e gridò un ordine alla sua piccola compagine. Gli uomini tesero rapidamente i loro archi e vi incoccarono le frecce, mentre il rombo degli zoccoli sul terreno aumentava via via di volume. Poi Catone li vide, forse una cinquantina di cavalieri nemici che stavano superando il crinale a breve distanza dal fianco dell’esercito romano. Quelli in prima linea cercarono di tirare le redini per bloccarsi quando videro gli uomini di Catone a guardia del fianco, ma quelli che li seguivano li spinsero avanti, cercando di aprirsi un passaggio fra i loro stessi compagni, provocando così confusione e perdita di slancio. Balto ne approfittò per colpire il bersaglio fitto e immobile e impartì l’ordine ai suoi. Le frecce passarono alte sulle teste dei Romani e ricaddero come una cortina sui Parti. L’effetto fu devastante, ebbe a notare Catone. A differenza dei soldati romani, gli arcieri a cavallo non avevano corazza né scudi e le frecce penetrarono attraverso i vestiti, forando e lacerando pelle, muscoli e ossa. Diversi uomini caddero di sella e i cavalli feriti arretrarono fra alti nitriti di dolore e di morte. Una seconda pioggia di frecce incrementò la confusione e la carneficina, mentre molti altri uomini e cavalli capitombolavano a terra, sollevando nuvole di polvere e sabbia. Poi, vedendo arrivare altri dardi, i Parti si voltarono e fuggirono al galoppo oltre il crinale del promontorio.
Gli uomini della coorte di Catone e quelli della più vicina centuria di legionari di Macrone levarono immediatamente un coro di giubilo. Alzatosi in piedi, Parmenione tentò di zittirli, ma Catone lo bloccò scuotendo il capo. «Concedi loro questa soddisfazione, almeno per ora. Devono caricarsi per quello che ancora li aspetta».
«Molto bene, signore».
Catone si alzò in piedi e scrutò il terreno davanti alla Seconda Illirica. Balto e i suoi avevano abbattuto circa una ventina di nemici. Alcuni giacevano immobili sul pendio, altri ancora si muovevano appena, chiedendo aiuto. Un uomo con la spalla trafitta stava brancolando verso il crinale della collina. Catone udì Balto che impartiva un ordine, poi uno dei suoi uomini si mise l’arco a tracolla e spronò il cavallo al galoppo. Il cavaliere aggirò la coda della linea di soldati di Catone e si lanciò all’inseguimento dell’uomo in fuga. Nella mano destra dell’arciere a cavallo balenò la luce di una lama ricurva; aveva quasi raggiunto il Parto in fuga, che si voltò a guardarsi alle spalle e cercò subito di raddoppiare la propria velocità. Quando l’uomo di Balto lo affiancò, sferrò un colpo di sciabola dall’alto della sua cavalcatura; nell’aria balenò un lampo tinto di rosso e l’uomo si accasciò a terra. I Romani che avevano assistito alla scena rimasero in totale silenzio per qualche istante, poi Parmenione sollevò il pugno verso il cielo e mandò un grido di trionfo: «Infilza quei bastardi! Ammazzali tutti!».
L’uomo di Balto obbedì immediatamente, portandosi tra i feriti che giacevano a terra e finendoli uno dopo l’altro, finché non si mosse più nulla, a parte i cavalli feriti accovacciati al suolo o rovesciati su un fianco, con le narici pulsanti di terrore e i grossi toraci che si sollevavano e abbassavano a ritmo frenetico nell’agonia della morte. Il cavaliere pulì la sua lama sui vestiti di uno dei Parti, poi la rinfoderò con tutta calma e al trotto aggirò il fianco dello schieramento e si riunì ai suoi, fra le grida di apprezzamento degli ausiliari.
Quando il sole si alzò sopra il crinale del promontorio, l’ufficiale di stato maggiore tornò davanti alla prima linea.
«Signore, il generale ha ordinato la ritirata», spiegò rapidamente il tribuno. «La Terza Legione formerà l’avanguardia, poi ci sarà il corpo centrale delle coorti ausiliarie. Seguirà la Decima Legione, e infine la Sesta Macedone. La coorte del centurione Macrone, la Seconda Illirica e il contingente di Palmira formeranno la nostra retroguardia».
Catone dispensò un sorriso amaro all’ufficiale.
«Signore?». Il tribuno guardò Catone con aria confusa.
«Niente. Niente cui non sia già abituato, comunque». Catone indicò un punto lungo la linea. «Portate al generale un messaggio da parte mia. Ditegli che il prefetto Catone sente che sta per accadere un altro miracolo. Tutto chiaro?»
«Sì, signore. Ma non capisco».
«Limitatevi a riferire quanto vi ho detto».
«Sì, signore». Il tribuno scattò brevemente sull’attenti. «Buona fortuna, signore».
Catone annuì. «Ne avremo bisogno tutti, quest’oggi».
Quando il sole si alzò lentamente nel cielo sereno, promettendo un’altra giornata di torrida calura, l’esercito romano iniziò a ritirarsi dal crinale del pendio. Una coorte per volta, partendo dalla parte centrale della formazione, i Romani si schierarono in colonna, avanzando lungo la strada per Palmira. Per tutto il tempo i Parti continuarono a bersagliarli con una pioggia costante di frecce, impiegandole praticamente tutte, prima di tornare indietro alla fila di cammelli per rifornire le faretre, attingendo alle enormi ceste di dardi nuovi che le bestie portavano in groppa. Lungo il crinale del promontorio gli scudi dei Romani erano segnati dai colpi di freccia ricevuti; su alcuni spiccavano le code dei dardi che vi si erano conficcati. Le altre numerosissime frecce giacevano sparse sul terreno, oppure piantate in esso, ed erano talmente fitte che sembravano i gambi di un campo di grano appena falciato. Le vittime e i feriti erano già centinaia. Gran parte di essi vagavano per il campo e si riunivano alle compagini già avviate sulla strada. Chi non ce la faceva a camminare veniva caricato sui muli da trasporto viveri arrivati lì insieme all’esercito.
Man mano che le varie unità si affrancavano dallo schieramento allineato, il fronte dei Romani si assottigliava e le coorti rimaste serravano i ranghi. A metà mattina gli ultimi elementi della Decima Legione iniziarono a discendere il pendio, lasciando le coorti di Macrone e di Catone a coprire l’estremità posteriore della colonna.
«Formeremo un rettangolo», decise Macrone. «Con gli scudi levati durante la marcia. Saremo più lenti, ma perderemo meno uomini. I feriti potranno spostarsi al centro. Ne trasporteremo il maggior numero possibile, compresi coloro che riporteranno ferite mortali. Non ho intenzione di lasciarli in balia del nemico».
Catone mormorò il suo assenso.
«E per me che ordini avete?», chiese Balto.
«I vostri uomini mi servono come colonna mobile. Fate quel che potete per disturbare le manovre d’attacco nemiche, ma tenetevi il più lontano possibile, o vi faranno a pezzi».
Balto annuì. I due uomini si guardarono per un momento, valutando le reciproche possibilità di sopravvivenza. Nonostante i suoi precedenti sospetti riguardo alle motivazioni del principe palmireno, Macrone sapeva bene che sul campo di battaglia Balto era nel suo elemento e quando annuì per salutarlo, dentro di sé il Romano provò un profondo senso di rispetto. «L’ultimo che arriva a Palmira paga da bere. E adesso muoviamoci».
L’esercito rifece la strada dell’andata, a passo molto più lento stavolta, e sotto il sole cocente: una lunga colonna di uomini corazzati che marciavano sulla sabbia al riparo dei loro scudi, nell’ansiosa attesa della successiva pioggia di frecce che si sarebbe abbattuta su di loro attraverso la foschia della calura. I Parti, a migliaia, si tenevano sui fianchi dell’esercito del generale Longino, percorrendone a cavallo tutta la lunghezza e scoccando qualche freccia ogni tanto, prima di staccarsi dal gruppo per andare a riempire le faretre. A osteggiarli c’erano soltanto le occasionali cariche della cavalleria ausiliaria, che riuscivano ad allontanarli dalle loro posizioni, ma soltanto provvisoriamente; subito dopo gli arcieri a cavallo riprendevano il loro posto, accompagnati da una fitta pioggia di frecce. Il principe Balto e i suoi non avevano molte frecce di riserva e le usavano con parsimonia, solo quando un Parto si avvicinava troppo alla retroguardia.
Essendo i più corazzati, gli uomini di Macrone erano disposti in coda alla colonna e, durante la lenta marcia nel deserto, gli ampi scudi dei legionari assorbivano gran parte del costante lancio di frecce. Ogni tanto una di queste trovava un pertugio fra i singoli scudi e andava a colpire uno degli uomini all’interno della formazione allungata. L’impatto delle frecce faceva sobbalzare e barcollare le vittime, che emettevano strazianti grida di dolore. Talvolta si trattava di ferite superficiali, che non riguardavano le ossa o gli organi vitali: in quel caso la freccia veniva estratta e la ferita bendata alla bell’e meglio dal più vicino degli inservienti d’ospedale. I feriti più gravi venivano semplicemente issati sulle spalle di un compagno e trasportati al centro della compagine, dove il dottore faceva quel che poteva per medicare la ferita. Se vi erano buone probabilità di recupero, l’uomo veniva caricato su uno dei carretti trainati dai muli, o direttamente sulla schiena dell’animale, dove i sobbalzi procuravano al ferito sofferenze se possibile ancora maggiori.Il tutto sotto il sole cocente. Alcuni degli uomini, dotati di minor autocontrollo, avevano già svuotato le loro borracce e avevano le labbra screpolate e la gola riarsa per la sete.
Per i feriti gravi, le cui speranze di guarigione erano scarse o nulle, il medico chirurgo aveva in serbo una morte discreta, procurata da una lama di rasoio che teneva fra le sue attrezzature e che impiegava per incidere un’arteria, in modo che il poveretto di turno morisse dissanguato prima ancora di poter capire cosa stava succedendo. I corpi di questi sventurati venivano lasciati a terra, insieme a coloro che erano morti subito per mano del nemico; ben presto la via della ritirata romana fu ricoperta da una macabra scia di cadaveri e di attrezzature abbandonate.
Dopo circa un’ora di marcia, gli uomini di Catone passarono accanto alle lunghe file di fagotti deposti la notte precedente, quando l’esercito aveva assunto lo schieramento d’assalto. Passando attorno ai pacchi sparsi a terra, le due coorti trovarono ben poco degno di essere recuperato. Le unità passate prima di loro avevano già raccolto le poche borracce e il cibo abbandonati in precedenza, e ora, sparsi sulla sabbia, erano rimasti soltanto pezzi di vestiario, oggetti personali e posate o ciotole da viaggio. Fra i vari resti giaceva anche qualche cadavere di soldato, caduto dalle fila che li precedevano.
«Lascia stare!», intimò la voce rabbiosa di Catone a uno dei suoi che s’era chinato a frugare in un fagotto di stoffa di seta. «A cosa diavolo vuoi che ti serva, adesso, quella roba? Optio! Prendi il nome di quell’uomo! Il prossimo che raccoglie qualcosa verrà punito a bastonate!».
«Signore!». Parmenione arrivò di corsa affiancandosi a Catone e indicando un punto davanti a loro. «Guardate là!».
C’era uno spazio di più di cento passi fra la Seconda Illirica e l’unità che la precedeva nella marcia. La Sesta Macedone era una coorte di fanteria a effettivi ridotti affiliata alla Decima Legione e, sotto gli occhi di Catone, stava per essere attaccata da un ampio contingente di Parti, preceduto da una fitta cortina di frecce. Ma questo era soltanto un diversivo, creato ad arte per distogliere dal pericolo vero e proprio. Dietro il gruppo di Parti stava arrivando una solida massa di catafratti, lancieri dotati di una pesante quanto impenetrabile armatura che montavano grossi cavalli, anch’essi protetti da una corazza. Si fermarono in attesa, mentre i loro compagni concentravano la pioggia di frecce su un punto preciso della compagine di ausiliari. Inevitabilmente, vi fu un certo numero di caduti; altri si scostarono spaventati e si aprì un varco. Gli arcieri a cavallo spronarono prontamente i loro destrieri e i catafratti irruppero nei ranghi romani.
«Oh no...». Il volto terreo, Parmenione assistette impotente alla disgregazione della Sesta Macedone. Gli uomini scapparono in tutte le direzioni, alcuni gettando a terra lance e scudi. I nemici, catafratti e arcieri a cavallo, galoppavano in mezzo a loro, abbattendo la fanteria a colpi di lancia, sciabolate e colpi di freccia, da parte di coloro che ancora usavano gli archi. I sopravvissuti più vicini corsero verso la Seconda Illirica e alcuni uomini di Catone si spostarono per farli passare. Non appena si furono rifugiati nelle retrovie, Catone si riempì i polmoni e gridò: «Avvicinatevi laggiù! Volete forse fare la loro stessa fine? Avvicinatevi!».
I Parti tirarono le redini quando gli ausiliari abbassarono le lance presentando una linea di pericolose punte acuminate pronte a infilzarli. Poi il più vicino dei catafratti vacillò e cadde: il suo cavallo era stato colpito da una freccia sulla groppa e lo aveva disarcionato. Altre frecce attraversarono l’aria quando Balto e i suoi arrivarono al galoppo. Imprigionati fra le lance della coorte in avanzamento e la barriera di frecce, i Parti desistettero subito e si lanciarono al galoppo nella direzione opposta, lasciandosi dietro un tappeto di cadaveri e attrezzature appartenenti alla Sesta Macedone. In piedi erano rimasti soltanto il vessillario e un gruppetto di uomini abbarbicato ad esso. Quando la coorte di Catone li raggiunse, si unirono alla sua centuria di testa, ansimanti, macchiati di sangue e sconvolti dal terrore e dall’infuriare della battaglia.
Non appena si accorse della fuga del nemico, Balto si voltò a cercare Catone; individuatolo, lo salutò con la mano. Catone rispose immediatamente al saluto e con un ampio sorriso, il principe di Palmira ricondusse i suoi uomini al loro posto, sul fianco della retroguardia.
Catone tornò dai suoi, che continuavano a marciare sui resti della Sesta Macedone, e gridò loro: «Date un’occhiata, ragazzi! Questo è il destino che attende chiunque ceda il passo a quei bastardi di Parti!».
La marcia proseguì per tutto il pomeriggio e solo quando il sole si decise a calare all’orizzonte il nemico smise di attaccare e si ritirò in direzione della carovana di cammelli e della colonna di Artasse e dei suoi che seguiva a qualche chilometro di distanza. La Terza Legione, non più costretta a mantenere i ranghi serrati, formò un rado perimetro, mentre il resto dell’esercito si accampava per la notte. Gli uomini di Catone e di Macrone furono gli ultimi a superare le linee di picchetto; poi ausiliari e legionari ruppero le righe e crollarono esausti a terra nel momento stesso in cui il loro ufficiale ebbe mostrato loro il punto in cui bivaccare. Macrone e Catone, però, non ebbero modo di riposare.
«Il generale convoca tutti i comandanti di unità nella sua tenda; seduta stante, signore», spiegò il tribuno a Macrone.
«La sua tenda?»
«Sì, signore. Nel corso della ritirata, il generale ha fatto recuperare i suoi bagagli personali dai suoi uomini».
«Molto saggio, da parte sua», rispose Macrone in tono pacato. «Sarebbe stato disdicevole, da parte nostra, lasciare che un generale viaggiasse senza tutti i comfort, non credete?»
«Ehm, certo, signore, se lo dite voi...».
«Molto bene, potete andare».
Mentre il tribuno si allontanava nella notte, Macrone si rivolse a Catone. «È bello sapere che il nostro brillante comandante è riuscito a sottrarre la sua attrezzatura alle fauci della sconfitta. Mi chiedo se la cosa rientrasse nei suoi piani fin dall’inizio».
Si inoltrarono fra le file di soldati bivaccati, dove la conversazione sommessa e cupa degli uomini rivelava il loro malumore. Ogni tanto il lamento o il grido di un ferito si levava sulle teste dei soldati esausti. Nonostante la dura giornata appena trascorsa, grazie al rigoroso addestramento dell’esercito romano, l’accampamento era ben suddiviso da spazi e sentieri precisi e al centro dello stesso trovarono la tenda del generale. Accanto all’entrata era stato acceso un piccolo braciere, al cui incerto chiarore si scorgevano le guardie del corpo di Longino. All’interno c’era più luce e quando Macrone e Catone furono ammessi nella tenda, videro che era già affollata dagli altri comandanti di coorte e i legati delle due legioni, tutti seduti su delle sedie poste a semicerchio davanti al generale.
Longino era seduto dietro la sua scrivania da campo e stava ascoltando il legato Amazio.
«C’è ancora almeno un giorno di marcia, fino a Palmira, signore. Gran parte degli uomini hanno finito l’acqua, non mangiano da un giorno e sono esausti. Ho perso più di quattrocento dei miei e altri trecento sono feriti. Lo stesso vale per le coorti ausiliarie aggregate alle legioni. Questo, ovviamente, senza contare la Sesta Macedone».
«Capisco». Longino alzò la testa, registrando l’ingresso degli ultimi arrivati. «In che condizioni sono le vostre coorti, signori?».
Macrone estrasse la sua tavoletta cerata dalla bisaccia che portava legata alla vita e la aprì. «Cinquantadue morti e trentun feriti nella mia coorte. Trenta morti e ventisette feriti nella Seconda Illirica, signore».
Longino annotò brevemente le cifre. «Avete fatto un ottimo lavoro sulla retroguardia, Macrone».
Macrone si strinse nelle spalle e ammise: «Perlomeno siamo giunti fin qui».
«Giusto. Il punto è: quanto possiamo spingerci oltre, signori? Abbiamo perso circa un quinto delle nostre truppe. Domani probabilmente ne perderemo ancora di più, se il nemico colpirà duro come ha fatto oggi».
«Dobbiamo andare avanti il più possibile, signore», rispose Amazio. «Non c’è altro da fare».
«Un’alternativa c’è», ribatté Longino. «Potremmo salvare almeno la cavalleria e mandarla a Palmira stanotte. La fanteria dovrà cavarsela da sola».
Macrone si accostò a Catone e sussurrò: «Vuoi sapere quale ufficiale, insieme alla sua tenda, accompagnerà la cavalleria?»
«Quali sono le altre possibilità, signore?», volle sapere Amazio.
Longino si spostò sulla sedia, appoggiandosi allo schienale e guardandosi attorno scrutò i volti dei comandanti riuniti al suo cospetto. «Il nemico ci ha sorpresi, signori. I Parti hanno raggiunto Artasse prima di quanto avessi previsto. Abbiamo dovuto battere in ritirata; non ho avuto scelta. Abbiamo avuto la peggio. Non mi vergogno ad ammetterlo. C’erano molti più Parti di quanto credessi. Ma il nostro è stato un tentativo coraggioso, e alla lunga quelli di Roma lo riconosceranno».
«No, signore», lo interruppe Amazio. «Giudicheranno questo casino per quel che è».
Longino lo fissò un attimo, poi sul suo volto balenò un sorriso. «Sembra che il legato Amazio non sia d’accordo con me».
«Infatti, signore. Avremmo dovuto attaccare».
«Attaccare? Con un avversario del genere?»
«Sarebbe stata la nostra migliore occasione per batterli, signore». Amazio si strinse nelle spalle. «E adesso, invece? Saremo fortunati se ne usciremo ancora vivi. E anche in quel caso, tutto questo ci sarà costato migliaia di ottimi elementi, per non parlare del duro colpo alla nostra reputazione in tutta la regione. La Partia verrà considerata la maggior potenza d’oriente».
«Ora basta!». Longino batté la mano sulla scrivania. «State esagerando, Amazio. Una volta tornato in Siria metterò insieme un altro esercito. La prossima volta impiegherò tutte e tre le legioni, tornerò qui e sgominerò i Parti».
«Davvero? E credete che in questa tenda ci sia qualcuno disposto a seguirvi?».
Mentre i due uomini si fissavano in cagnesco, scese un silenzio imbarazzato. Poi Longino aprì le mani in un gesto di rassegnazione. «Di questo parleremo un’altra volta. Siamo dove siamo, signori, e dobbiamo andare avanti, per così dire. Mi servono soluzioni al nostro problema. E non lamentele».
Amazio si abbandonò sulla sua sedia con un sospiro e il generale riprese a guardarsi intorno. «Allora? Qualche suggerimento?».
Catone si morse le labbra, schiarì la voce e si alzò in piedi. Macrone si voltò a guardarlo stupito, poi si mise la testa fra le mani e fissò desolato il terreno accanto ai suoi piedi, mormorando fra sé: «Maledizione, ricominciamo!».
«Prefetto Catone, parlate!».
Tutte le teste si voltarono a guardarlo e Catone dovette fare uno sforzo per mantenersi calmo e controllare tutti i pensieri che gli attraversavano la mente, mentre considerava la strada da fare la mattina seguente e quali vantaggi si potessero trarre dalle rimanenti ore notturne.
«C’è un modo per invertire le sorti fra noi e i Parti, signore. Sarà rischioso, ma non più di quanto lo sia proseguire con la nostra ritirata in queste condizioni. Il trucco sta nel trovare un modo per contenere gli arcieri a cavallo. Quel che ci serve è il terreno adatto per farlo e qualche oggetto preso dalle nostre scorte».
Catone fece una pausa, rendendosi conto all’improvviso di essere circondato da ufficiali più vecchi e, in molti casi, più esperti di lui. Avrebbero benissimo potuto ridicolizzare il suo piano, ma lui sapeva per certo che era la miglior possibilità che avevano per salvare l’esercito. Se non avesse funzionato, gli sarebbe costato la vita, e quella di molti altri. Uomini che in ogni caso sarebbero quasi certamente morti durante la via del ritorno a Palmira. I suoi occhi incontrarono quelli del generale e Longino annuì. «Ebbene, prefetto, farete meglio a spiegarci cosa avete in mente».
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CAPITOLO TRENTUNO.
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«Non manca molto alle prime luci dell’alba», mormorò il centurione Parmenione. Si sporse in alto e diede un’ultima occhiata intorno. Il territorio impervio con i profondi fossati si estendeva su entrambi i lati. Verso nord i burroni diventavano sempre più bassi, finché non finivano per sfociare nella pianura desertica. Un paio di chilometri dopo, il terreno tornava a corrugarsi, formando una serie analoga di aspri canaloni e formazioni rocciose. Dietro Catone, gli uomini della Seconda Illirica e altre due coorti di ausiliari giacevano nascosti in fondo al fossato che si snodava verso nord attraverso il paesaggio. Dall’altro lato della pianura, Macrone era nascosto con la sua coorte, con Balto e i suoi uomini e un’ulteriore coorte ausiliaria. Il resto dell’esercito stava ritirandosi lungo la via del commercio, in costante marcia verso Palmira: una massa scura che si stagliava sulla sabbia. Catone lo osservò per qualche secondo, con una strana sensazione di disagio che gli attanagliava lo stomaco. Era fondamentale che Longino non li facesse marciare troppo veloci, altrimenti avrebbero liberato il collo dell’imbuto prima che i Parti li avessero raggiunti e ingaggiato la battaglia. Tornò a scrutare il deserto alle spalle dell’esercito. Ormai i ricognitori parti dovevano aver visto l’accampamento sgomberato ed essersi rimessi sulle tracce di Longino e i suoi soldati. Uno di essi doveva essere tornato dal proprio comandante per dirgli che i Romani stavano cercando di scappar via alla chetichella. Se, come sperava Catone, il condottiero dei Parti era in cerca di gloria quanto Longino, avrebbe immediatamente ripreso a inseguire i Romani in ritirata. In quello stesso momento, le sue truppe d’avanzamento dovevano essere vicine, alla ricerca delle legioni ormai esauste.
«Meglio tenere la testa bassa, allora», rispose Catone. «Non vorrei rischiare di farci vedere».
Parmenione annuì e si abbassò, finché i suoi occhi non furono al livello del bordo del fossato. Entrambi gli ufficiali s’erano tolti l’elmo con la riconoscibile e vistosa cresta trasversale in crine di cavallo. Era stata una nottata fredda e allo spuntare dell’alba Catone era seduto con le braccia attorno alle ginocchia piegate, i denti che battevano e i muscoli irrigiditi e tremolanti. Parmenione gli lanciò un’occhiata comprensiva. Il veterano era più in carne e i lunghi anni di servizio a latitudini molto più fredde lo avevano in qualche modo abituato a disagi molto peggiori di questo. Infilò la mano nella bisaccia e ne estrasse una striscia di carne di montone essiccata, che strappò a metà.
«Signore, prendetene un po’».
Catone si riscosse dai suoi pensieri e guardò la carne scura e fibrosa, poi scosse il capo. Aveva lo stomaco chiuso per l’ansia relativa ai dettagli del suo piano e, più che affamato, si sentiva nauseato.
«Vi farà bene», insisté Parmenione. «Vi distrarrà dal freddo; e poi, avrete bisogno di qualcosa nello stomaco, quando avrà inizio la battaglia».
Catone esitò per qualche istante, ma poi si rese conto che quella era una buona occasione per dimostrare la propria calma e rilassatezza prima della battaglia. Accettò l’offerta. «Grazie».
La carne essiccata aveva la consistenza del legno, finché non la si schiacciava e masticava ben bene; allora diveniva più cedevole e gustosa, almeno quanto un pezzo di cuoio per gli stivali. Eppure, pensò Catone mentre masticava diligentemente, per un uomo con lo stomaco completamente vuoto, quel sapore di affumicato aveva qualcosa di prelibato. E inoltre, come aveva detto Parmenione, lo sforzo compiuto per riuscire a masticare il montone essiccato riusciva a distrarre dal freddo.
«Buona», biascicò a bocca piena.
Parmenione annuì. «L’ho preparata secondo una ricetta che mi ha dato un mio vecchio amico, un mercante di Alessandria. Il trucco sta nel marinarla nel garum prima di appenderla a essiccare».
«Nel garum?». Catone non era estimatore della salsa fatta con le interiora di pesce marcio, anche se Macrone tendeva a versarla praticamente su qualsiasi cosa, non appena l’aveva a portata di mano. «Be’, funziona. È saporita».
Parmenione sorrise, felice di aver potuto fornire qualche piccolo conforto al suo superiore, mentre attendevano l’arrivo del nemico. Mangiarono ancora un poco in silenzio, mentre l’orizzonte orientale cominciava a tingersi delle prime tenui luci dell’aurora.
«Se riusciremo a uscire sani e salvi da questa situazione», disse Parmenione, dopo aver spostato il boccone di carne che stava masticando all’interno della guancia, «cosa pensate che accadrà al generale?».
Catone rifletté un attimo prima di rispondere in tono amaro: «Niente. Se quest’operazione riuscirà come spero, ne reclamerà sicuramente il merito e a Roma verrà osannato come l’uomo che ha sgominato i Parti. Il pasticcio di ieri sarà subito dimenticato. E al Senato ci sarà probabilmente qualche leccapiedi pronto a proporre un’ovazione per Longino».
«Non un trionfo?».
Catone si voltò a guardarlo sorpreso, prima di ricordare che Parmenione non era romano di nascita e probabilmente a Roma non c’era neanche mai stato; dunque non era aduso alle celebrazioni di rito che l’impero riservava ai generali che riportavano un successo. Quando si tributava loro un trionfo, o l’onorificenza appena inferiore, l’ovazione, la Via Sacra, l’antica strada che attraversava il cuore della grande città, si riempiva di cittadini, liberti e persino schiavi giubilanti, riunitisi per salutare il loro eroe, che sfilava in alta uniforme e alla testa del proprio esercito, ostentando il bottino di guerra.
«I trionfi oggigiorno sono riservati ai membri della famiglia imperiale.
Non se ne può tributare a un senatore come Longino. Un simile omaggio rischierebbe di fargli montare la testa, incoraggiandolo a un’ambizione forse eccessiva per il bene dell’impero. Dovrà dunque accontentarsi di un’ovazione, e il nostro premio consisterà nella certezza che a Longino verrà affidato un incarico diverso, il più lontano possibile dalla Siria».
Parmenione scoppiò a ridere. «Anche i ragazzi saranno ben contenti di vederlo di spalle! Non posso certo dire di essere rimasto colpito più di tanto dalla maggior parte di generali e di legati sotto cui ho prestato servizio. Quasi tutti hanno usato la loro alta carica per segnare punti a favore della loro carriera. Una massa di dilettanti, a guardar bene».
«Be’, alcuni sanno il fatto loro», rifletté Catone. «Macrone ed io abbiamo avuto un buon comandante in Britannia. Vespasiano. Lo conoscete?»
«Vespasiano? No, non mi pare».
«Be’, un giorno ne sentirete parlare, se ho fiuto nel giudicare la gente».
All’improvviso, Parmenione s’irrigidì e prese a scrutare attentamente al disopra del bordo del fossato. «Stanno arrivando».
Catone inghiottì il boccone di carne che aveva ancora in bocca e infilò il resto nella bisaccia, volgendo lo sguardo verso est. La retroguardia dell’esercito, ora al comando di un altro degli ufficiali del legato Amazio, stava giusto attraversando il territorio pianeggiante che si estendeva fra l’intrico di fossati e cumuli di rocce. Un paio di chilometri più indietro, sul limitare della cortina di polvere sollevata dagli stivali romani e che ora si stava lentamente abbassando, dei piccoli contingenti di cavalleria si stavano spingendo in avanti al trotto. Mentre la luce si intensificava, Catone ne vide altri, e altri ancora, sparsi per il deserto e determinati a infliggere un’altra giornata di tormenti a legionari e ausiliari romani. Verso la coda dell’esercito marciava una lunga colonna di uomini: il principe Artasse e i suoi ribelli. Catone si concentrò su di essi per qualche istante. La trappola sarebbe scattata non appena Artasse vi avesse messo piede.
Poi abbassò la testa. «Bene, allora. Passate parola. Nemico in vista.
Nessuno dei nostri deve muovere un muscolo. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno adesso è qualche curioso che alzi la testa per dare un’occhiata veloce e si tradisca con lo scintillio della corazza».
«Lo sanno benissimo, signore».
«Ripeteteglielo, per sicurezza».
«Sì, signore». Parmenione salutò militarmente, poi si allontanò lentamente lungo la fiancata del fossato, attento a non sollevare troppa sabbia o polvere che avrebbero potuto rivelare la sua presenza tanto quanto un riflesso di sole.
Catone lo osservò avvicinarsi alle fila silenziose di uomini accovacciati a un centinaio di passi di distanza. Sapeva che erano stanchi. Era la seconda notte che passavano in bianco e avevano marciato per una giornata intera sotto una pioggia costante di frecce. Ma se tutto fosse andato bene, avrebbero presto avuto modo di vendicarsi del nemico, e Catone sapeva che in quel frangente avrebbero dispiegato una terrificante riserva di energie nascoste, che li avrebbe aiutati a superare la battaglia. Lo aveva visto accadere molte volte, in passato, e ogni volta rimaneva sbalordito da quel che riusciva a fare un uomo nel momento del bisogno. Come questo.
Anche gli uomini della retroguardia dovevano aver avvistato il nemico, nonostante il polverone che si lasciavano alle spalle, e Catone li vide accelerare il passo. Aggrottò le sopracciglia. Era stato ordinato loro di non accelerare. Ma d’altronde, pensò, era nella natura umana farlo, quando si aveva un nemico come i Parti alle calcagna. Fra l’altro, anche il nemico stesso l’avrebbe trovato più che logico, e l’inganno sarebbe riuscito meglio.
Con un ritmo di marcia più sostenuto, il gruppo più vicino di Parti spronò i cavalli e si accostò alla retroguardia, lanciando nell’aria frecce che da quella distanza sembravano piccole schegge, anche se le sagome lontane delle loro vittime che piombavano a terra erano fin troppo reali. Catone rivolse la propria attenzione alla colonna romana. Per il momento procedeva ancora verso ovest e il prefetto ebbe un tuffo al cuore quando realizzò che Longino avrebbe potuto cambiare idea un’altra volta, abbandonare il suo piano e dirigersi direttamente verso Palmira lasciando Catone, Macrone e gli altri al loro destino. Ma un attimo dopo sospirò di sollievo: la colonna s’era fermata e iniziava a schierarsi attraverso la linea di marcia. Diversamente da quanto era accaduto il giorno prima, i fianchi sarebbero stati coperti dal terreno irregolare che s’innalzava su entrambi i lati e i Parti avrebbero potuto attaccarli solo da davanti. La retroguardia avrebbe sostenuto l’urto dei primi assalti nemici, patendo gravi perdite. Catone cercò di non pensare alla loro situazione disperata. Avrebbero fatto guadagnare tempo ai loro compagni: tempo per preparare la trappola che, se avesse funzionato, avrebbe dato un senso alla loro morte.
Non appena la linea fu completata, le unità romane rimaste sulla strada si affrettarono ad attraversare il varco lasciato aperto per loro. Gruppi compatti di uomini a cavallo attaccavano senza sosta i fianchi e il retro dell’estremità finale della colonna, lasciandosi lentamente ma inesorabilmente attrarre nella striscia di terreno costeggiata su entrambi i lati da fossati e cumuli di rocce. Finalmente la carovana di cammelli, con il carico di frecce di riserva, e la colonna dei ribelli di Artasse superarono la postazione di Catone; questi si voltò verso Parmenione e con la mano descrisse un basso semicerchio orizzontale in direzione del nemico, il segnale precedentemente convenuto. Parmenione si volse verso la prima centuria della Seconda Illirica e ordinò agli uomini di alzarsi in piedi. Gli ausiliari erano pronti all’azione e impugnarono subito le lance, i leggeri giavellotti di cui erano stati dotati per l’imminente battaglia e gli scudi; poi attesero il via. Più avanti, lungo la linea, c’erano i portatori di ceste colme di chiodi di ferro a quattro punte prelevati dalle scorte di munizioni dell’esercito. La velocità era essenziale, visto che, come aveva intuito Catone, erano destinati ad alzare una quantità di polvere tale da farsi individuare dal nemico ancor prima di sbucare dai canaloni su entrambi i lati della strada.
Si calò cautamente fino al fondo del canalone, mise l’elmo e ne allacciò le cinghie del sottogola, mentre Parmenione faceva avanzare la coorte. Catone impugnò lo scudo e si affiancò al vessillario non appena gli ausiliari lo raggiunsero.
«Seconda Illirica! A passo di corsa... Avanzata!».
Si affrettarono lungo il fondo del canalone, seguendone il corso fino al terreno aperto, a un chilometro e mezzo circa di distanza, abbastanza perché il nemico non si accorgesse della loro presenza mentre inseguiva Longino. Da qualche parte, dall’altro lato della pianura, Macrone stava facendo avanzare i suoi uomini, fino a convergere con le truppe di Catone. Se la velocità era una componente essenziale del piano, l’altra era sicuramente il tempismo, e Catone confidava nel fatto che il suo amico avesse dato il via all’avanzata all’incirca nello stesso momento.
Catone correva, costringendo le gambe stanche a macinare falcate, col cuore che gli batteva forte e il fiato corto. Cercò di mantenere il ritmo regolare che sapeva di poter sostenere fino al momento in cui avesse schierato la coorte. Il rumore degli stivali degli ausiliari rimbombava in maniera innaturale, in quello spazio ristretto. Ma almeno, i raggi cocenti del sole nascente non erano ancora apparsi oltre il bordo del canalone, a peggiorare la condizione di disagio degli uomini.
Il solco roccioso cominciò lentamente a risalire e i lati ad abbassarsi, man mano che si avvicinavano allo spazio aperto. Catone guardò alla propria sinistra. Il retro della colonna dei ribelli si stagliava appena attraverso il polverone, a meno di un chilometro di distanza. Al di là di esso, la cavalleria dei Parti era ammassata in una spianata che si estendeva fra le due distese di terreno impervio. Manteneva le proprie posizioni, lanciando un torrente di frecce verso la linea di battaglia di Longino: un danno che la prima linea di legionari avrebbe dovuto arginare fino a quando Catone e Macrone non si fossero posizionati strategicamente. Poi Longino avrebbe dato ordine di avanzare e i Parti avrebbero voltato le loro cavalcature per portarsi a distanza di sicurezza, da dove continuare a scagliare i loro micidiali dardi. Poco dopo avrebbero individuato il nuovo pericolo e si sarebbero resi conto della trappola nella quale erano stati attirati. Catone sorrise, immaginando la loro sorpresa. Ovviamente non sarebbe durata molto. Avrebbero visto la linea sottile e capito che potevano sfondarla senza troppe difficoltà. Solo che non potevano prevedere un altro elemento del suo piano.
«Ecco Balto!», gridò Parmenione e Catone si voltò per guardare avanti. La piccola compagine di arcieri a cavallo era emersa da un canalone e si avvicinava al galoppo, pronta a prendere posizione dietro la linea di fanteria. Alle loro spalle c’era Macrone, riconoscibile per la sua cresta traversa scarlatta. Era seguito dalla colonna di legionari dagli scudi oblunghi e ricurvi, che già si stava riversando nello spazio aperto. Il nemico si era talmente accanito contro l’esercito che aveva di fronte, che non reagì fin quando i due bracci della trappola non si furono chiusi alle sue spalle. Solo allora Catone vide alcuni individui all’interno della compagine ribelle voltarsi indietro, poi agitare le braccia per attirare l’attenzione dei compagni.
«Ci siamo; fra poco colpiranno», riferì Catone a Parmenione in tono ansioso. «Formate la linea».
Parmenione annuì, prese fiato e gridò: «Alt! Fianco sinist!».
La Seconda Illirica si schierò in una lunga linea doppia, le due righe distanziate fra loro di un passo. I toraci degli uomini si sollevavano e abbassavano a rimo frenetico, in seguito allo sforzo della corsa sostenuta per prendere posizione. Le altre coorti ausiliarie si schierarono alla loro sinistra, coprendo la zona di terreno fino all’imbocco del canalone. Alla propria destra, Catone sentì Macrone ordinare ai suoi di completare la linea. Per un attimo si sentì sollevato: erano riusciti a chiudere la trappola senza che il nemico se ne accorgesse. Ma c’era un importante dettaglio finale.
«Triboli!», gridò Catone lungo la linea e gli altri ufficiali passarono parola.
Gli uomini che portavano le ceste si fecero strada fra i compagni e oltrepassarono la linea, avanzarono di una trentina di passi e rapidamente sparsero una fascia di triboli davanti al fronte della formazione. I chiodi di ferro erano stati realizzati in maniera tale da cadere sempre su tre punte ed esporne una verso l’alto, in qualunque modo li si gettasse a terra. In questa maniera il piede, o lo zoccolo, nemico vi rimanevano inesorabilmente infilzati mentre, ignari, si lanciavano alla carica.
«Be’, non ci hanno messo molto a mangiare la foglia». Parmenione indicò un punto e Catone vide che gli arcieri a cavallo parti posizionati sulle estreme retrovie avevano già voltato i loro destrieri e stavano avvicinandosi al galoppo. Pose la mano a coppa accanto alla bocca e gridò: «Sbrigatevi con quei triboli, prima che quei bastardi ci arrivino addosso!».
Gli uomini con le ceste sollevarono rapidamente lo sguardo e si affrettarono, spargendo chiodi come contadini che seminano il grano. Non appena ebbero svuotato le ceste, le lasciarono cadere a terra e corsero a rifugiarsi dietro la linea romana, dove raccolsero e impugnarono le armi.
«Frombolieri!», gridò Catone. «Tenetevi pronti!».
I soldati muniti di frombole posarono le lance e gli scudi e si portarono davanti alla linea frontale, sfilandosi le corde di cuoio munite di sacchetto dalla spalla, e infilando le mani nelle bisacce per estrarne i proiettili di piombo con cui caricare le armi.
Mentre gli uomini di Catone si dedicavano ai frenetici preparativi per ricevere l’assalto nemico, i Parti s’erano notevolmente avvicinati. Ora erano così vicini che Catone riuscì a scorgere quello più prossimo mentre incoccava la freccia al suo arco.
«Colpite a volontà!».
I primi sibili riempirono l’aria mentre gli ausiliari facevano roteare le corde di cuoio sulla testa, prendevano la mira e rilasciavano i loro micidiali proiettili, che si abbatterono sui cavalieri in arrivo, dopo aver seguito una bassa e veloce traiettoria. Un attimo dopo, una delle cavalcature dei Parti venne colpita proprio in mezzo alla fronte e capitombolò in avanti, disarcionando il cavaliere, che cadde nella sabbia. Altri bersagli vennero colpiti e diversi uomini furono abbattuti, o fatti precipitare di sella dai cavalli feriti o azzoppati. Ma ne arrivavano sempre di più, e anche se questo li rendeva un bersaglio più facile per i frombolieri, Catone si accorse che la bilancia pendeva in favore dei Parti.
«Frombolieri! Ritiratevi!».
L’ultimo colpo di frombola si abbatté sulla fitta massa di nemici, poi gli ausiliari si avvolsero le corde attorno alla spalla e corsero a reintegrarsi nella linea di difesa.
«Preparatevi a ricevere le frecce! Al riparo!».
L’ordine fu ripetuto lungo tutta la linea e i soldati romani s’inginocchiarono dietro i loro scudi appoggiati a terra, dandogli un’angolazione leggermente rivolta all’indietro per sfruttare al massimo l’esiguo riparo che offrivano. In lontananza, al di là del rimbombo degli zoccoli delle cavalcature dei Parti, Catone udì lo squillo acuto e stridente delle buccine, mentre la principale linea d’attacco romana caricava il nemico.
«Non ci vorrà ancora molto, ragazzi!», gridò Catone. «Dobbiamo solo trattenerli finché Longino non li prende da dietro».
«Quel fottuto di un generale è sempre stato una checca!», si alzò una voce da qualche parte e gli uomini scoppiarono in una fragorosa risata, finché Parmenione non gridò: «Chi ha parlato? Quale fottutissimo insubordinato ha osato dire ciò? Tu! Calpurnio! Sei stato tu... Quando tutto questo sarà finito ti offrirò da bere!».
Gli uomini lanciarono grida compiaciute e divertite e Catone sorrise per quel piccolo tentativo di Parmenione di sollevare gli animi. Era proprio ciò di cui gli uomini avevano bisogno. Il genere di cosa che avrebbe detto anche Macrone, mentre Catone era troppo timido e impacciato per provarci.
«Frecce!», gridò una voce e le urla divertite si spensero nella gola degli uomini, che subito si accovacciarono dietro gli scudi. I dardi scuri sibilarono nell’aria e subito dopo si abbatterono con fragore sugli scudi o andarono a conficcarsi nella sabbia del deserto. Catone tenne la testa bassa e cercò di riparare il corpo snello il più possibile dietro lo scudo. Voltando la testa da una parte e dall’altra, vide che nessuno dei suoi era ancora rimasto ferito. La spaziatura ampia della linea e gli scudi in posizione angolata stavano servendo allo scopo, tanto che i Parti cominciavano a spazientirsi per lo scarso successo conseguito, soprattutto sul corpo principale dell’esercito romano che stava velocemente avanzando verso la loro retroguardia. La pioggia di frecce rallentò un poco. Catone arrischiò una sbirciata al disopra del bordo dello scudo e vide che i Parti stavano spronando i cavalli in avanti per avvicinarsi ai ranghi di prima linea e abbattere i Romani con maggiore precisione, prima di partire alla carica per sfondare la linea nemica.
Catone li osservò avvicinarsi al galoppo, l’espressione selvaggia ed esultante di chi si aspetta una preda facile. Poi i primi fra loro raggiunsero la fascia di triboli. Catone sapeva che alcuni di essi sarebbero stati abbastanza fortunati da evitarli tutti, ma molti, probabilmente la maggior parte, non avrebbero avuto la stessa fortuna; quelli che li seguivano si sarebbero arrestati per paura di attraversare a loro volta la barriera di chiodi, trasformandosi in facili bersagli per Balto e i suoi.
Il rombo degli zoccoli fu improvvisamente accompagnato dai nitriti disperati dei cavalli feriti e dalle grida di sorpresa dei loro cavalieri. Davanti a sé Catone vide diversi animali crollare a terra. Un uomo riuscì a passare ma sentendo il caos alle proprie spalle tirò le redini e si voltò per andare a vedere cosa fosse accaduto. Catone lo indicò all’ausiliario acquattato al suo fianco. «Colpisci quell’uomo! Abbattilo!».
L’ausiliario annuì, impugnando il leggero giavellotto. Si sollevò portando indietro il braccio, prese la mira sul Parto e con un grugnito lanciò l’arma. Il bersaglio era fermo e la mira era stata precisa. La punta del giavellotto andò a conficcarsi nella schiena dell’arciere a cavallo, trapassandogli il cuore. L’impatto gli fece arcuare la schiena e allargare le braccia, prima di cadere di sella, già morto ancor prima di colpire il terreno.
«Bel colpo!», gridò Catone, sorridendo all’ausiliario. «Giù, ora!».
Lungo la linea, alcuni cavalieri erano riusciti a superare i triboli, ma erano stati isolati, colti di sorpresa e rapidamente eliminati dagli ausiliari muniti di giavellotti o di frombole. Dall’altra parte della fascia di triboli, i Parti s’erano strettamente ammassati e stavano lottando per trovare lo spazio necessario per tirare con l’arco e prendere la mira.
Catone si voltò e da sopra la spalla gridò:
«Balto! Adesso!».
Era il momento che il principe e i suoi stavano aspettando da tempo. Spronarono in avanti i loro cavalli, incoccando le prime frecce ai loro archi. Non appena i Parti furono a tiro, si fermarono e scoccarono le frecce più in fretta che poterono. Quasi ognuno di loro colpì un uomo o un cavallo e la confusione tra le fila nemiche aumentò; solo una manciata di Parti riusciva ancora a tirare qualche colpo contro la linea romana.
«Frombole e giavellotti!», gridò Catone, sforzandosi di superare il frastuono che proveniva dall’altra parte della fascia di triboli. «Frombole e giavellotti!».
Con una sorta di ruggito, gli ausiliari si alzarono in piedi e l’aria fra i due fronti si riempì del sibilo e del fruscio delle frombole e della nera pioggia di giavellotti. Alri uomini e altri cavalli piombarono a terra, e lungo il limitare della fascia di triboli cominciarono ad accumularsi i corpi dei morti, inerti, e quelli frementi dei feriti. Al di là, Catone vide che i Parti stavano cominciando a cedere e che i meno coraggiosi fra loro iniziavano a fuggire. Si voltò verso i suoi uomini.
«Scappano! Scappano! Colpiteli!».
Catone si chinò, afferrò una piccola pietra e la lanciò verso il nemico. Alcuni dei suoi, senza più giavellotti di riserva, seguirono il suo esempio, per quanto limitate fossero le conseguenze. La frenetica scarica di frecce, proiettili di frombole, giavellotti e sassi si rivelò troppo intensa per i Parti e all’improvviso li si vide retrocedere lungo tutta la linea, nel disperato tentativo di trovare lo spazio per voltare i cavalli e fuggire. Nell’aria c’era una densa nuvola di sabbia e polvere sollevata da migliaia di cavalli. Rimase sospesa lungo tutto il fronte, mentre i Parti in fuga scomparivano nell’oscurità e il rombo degli zoccoli diminuiva man mano d’intensità.
Ma Catone sapeva che per loro non c’era più scampo. Alle loro spalle c’era Longino e i fitti ranghi delle sue legioni. Sulle retrovie della linea romana c’era la cavalleria, in attesa di ricevere l’ordine di inseguimento del nemico ormai sconfitto. Il prefetto lasciò cadere a terra la pietra che stringeva in pugno e agitò un braccio per attirare l’attenzione dei suoi.
«Basta così! Rimettetevi in riga!».
I frombolieri si riavvolsero le corde attorno al collo e recuperarono lance e scudi. In pochi attimi gli uomini ebbero ripreso le loro posizioni e la linea fu pronta a ricevere un nuovo eventuale attacco. Il suono degli zoccoli continuava ad allontanarsi e le grida e i lamenti dei nemici feriti si sollevavano dal nuvolone di polvere che gradualmente andava abbassandosi. Catone indietreggiò di qualche passo e girò la testa a destra e a sinistra. Alcuni soldati romani giacevano al suolo fra le frecce conficcate a terra, mentre altri, rimasti feriti, erano stati aiutati a raggiungere le retrovie, dove già venivano medicati dagli infermieri.
Un nuovo suono si fece strada fra la polvere, il clangore tuonante di migliaia di spade contro il metallo degli scudi: l’esercito romano che combatteva contro i Parti. Poi anche quel suono si confuse col fragore generale. Il clangore delle armi, le grida di battaglia dei soldati, quelle di giubilo di intere compagini di uomini e il suono delle buccine, lo schianto metallico dei cembali parti insieme al rimbombo cupo dei loro tamburi: tutto si fondeva in una spaventosa cacofonia.
La voce di Macrone arrivò alle orecchie di Catone dal lato destro della prima linea: «Attenti! Fanteria nemica davanti a voi!».
Catone strinse gli occhi, ma attraverso il polverone non riuscì a vedere ancora niente di chiaro. Probabilmente Macrone aveva approfittato di una folata di vento per controllare il nemico. Il prefetto prese fiato.
«Seconda Illirica! Serrare i ranghi! Formare fronte di battaglia davanti a me!».
La lunga linea si contrasse rapidamente, mentre gli uomini si raggruppavano e a sezioni alternate si disponevano sulle retrovie o sui fianchi per formare centurie da quattro file. Poi si voltarono e a passo di corsa raggiunsero Catone e lo stendardo della coorte. Sbirciando alla propria destra, il prefetto vide che Macrone stava facendo lo stesso con i suoi legionari e fra le due unità si aprì un varco. Quando entrambe le coorti si fermarono, Catone udì il lontano rimbombo del nemico in avvicinamento e capì che doveva trattarsi di Artasse e dei suoi ribelli, impegnati in un tentativo di sfondamento della trappola in cui erano caduti. I suoni provenivano dalla destra di Catone; la colonna nemica stava quindi puntando sui legionari di Macrone. Poi li vide emergere dal polverone, facendosi largo fra i corpi dei Parti che punteggiavano il terreno desertico. Artasse aveva posizionato alcuni dei suoi soldati regolari alla testa della colonna e la loro armatura scintillava sotto i raggi del sole. Si bloccarono non appena scorsero la fascia di triboli, e un ufficiale impartì immediatamente un ordine al soldato più vicino, che si chinò a terra e iniziò a liberare un passaggio. Sarebbero bastati pochi attimi per aprire un varco abbastanza ampio perché la colonna potesse attraversarlo, e da qual momento in poi i quattrocento uomini di Macrone si sarebbero trovati di fronte le migliaia di ribelli di Artasse.
Catone osservò il polverone che si alzava davanti ai suoi uomini e prese una decisione improvvisa.
«Parmenione!».
«Signore?»
«Avverti le altre coorti ausiliarie di tener duro in prima linea».
Mentre Parmenione incaricava un soldato di recare il messaggio, Catone si rivolse alla più vicina sezione di ausiliari. «Voi! Venite con me!».
Corse avanti fino ai triboli e iniziò a raccoglierli e a lanciarli di lato. «Liberate un passaggio! Presto!».
Gli uomini obbedirono, avanzando sistematicamente attraverso la fascia di chiodi, fino a creare un passaggio largo una decina di passi. Catone raccolse la faretra di un Parto e sistemò le frecce in verticale sui lati del passaggio, per evidenziarlo.
«Seconda Illirica! Formate una colonna e seguitemi!».
Mentre la coorte marciava attraverso il passaggio e superava i corpi ammassati dall’altro lato, Catone si girò verso Macrone, nel momento stesso in cui il nemico avanzava lungo il corridoio creato un centinaio di passi più in là. Con un fragore di scudi e clangore di spade, le due compagini si scontrarono. Catone corse lungo il passaggio e prese posizione alla testa dei suoi uomini, contando i passi mentre avanzava. C’erano corpi ovunque, alcuni feriti gravi che ancora si muovevano e che li guardavano terrorizzati mentre procedevano a passo di marcia. C’erano anche molti cavalli senza cavaliere che erravano disorientati in quel caos. Una volta calcolato un margine di passi sufficiente al superamento della barriera di triboli, Catone bloccò la sua coorte.
«Fianco dest!».
Chiamò l’optio più vicino. «Passa parola. Quando darò l’ordine di caricare voglio sentire il grido di guerra più potente che sia mai esistito. Daremo al nemico, e agli spocchiosi legionari di Macrone, una lezione indimenticabile!».
Mentre il messaggio veniva passato fra le fila dei soldati, Catone e il vessillario presero posizione alla testa della terza centuria, al centro della formazione. Attese finché l’ultima ripetizione del suo ordine non si fu spenta in lontananza. Davanti, sulla destra, sentiva proseguire l’aspra battaglia fra gli uomini di Macrone e i ribelli. Catone sguainò la spada, prese fiato e gridò: «Seconda Illirica... Avanzata!».
La linea di soldati si mosse, facendosi strada fra i morti e i feriti parti.
Catone sapeva che sarebbero dovuti arrivare tutti insieme e gridò agli ufficiali di riallineare i ranghi mentre procedevano. Poi scorse delle figure umane nella nuvola di polvere e pochi passi più avanti vide il fianco della colonna ribelle. I soldati regolari erano in testa alla colonna, mentre il resto era composto da coscritti, poco più di una marmaglia armata, i cui occhi si spalancarono di terrore quando gli ausiliari emersero dalla foschia di sabbia.
Non c’era tempo per il protocollo di battaglia e Catone ordinò subito: «Carica!», gridando con tutta la forza che aveva in corpo.
Quel grido fu ripreso da tutti i suoi uomini, che si scagliarono violentemente contro il fianco della colonna di ribelli.
Questi non ebbero il tempo di serrare i ranghi per parare il colpo. Alcuni affrontarono intrepidi la nuova minaccia, le gambe puntate, gli scudi imbracciati e le spade sollevate. Altri si voltarono e scapparono a gambe levate, lasciando cadere le armi a terra. La maggior parte però rimase semplicemente inchiodata al suolo, a guardare come imbambolata gli ausiliari che ruggivano il loro grido di battaglia. Un attimo dopo la Seconda Illirica si abbatteva sul fianco dei ribelli. L’urlo selvaggio e incomprensibile di Catone s’interruppe quando fu costretto a digrignare i denti, alzare lo scudo e a sostenere l’impatto con la forza delle gambe, mentre si gettava nell’ammasso di ribelli che aveva davanti. Colpì l’uomo più vicino con tutto il peso del suo corpo corazzato e il nemico stramazzò all’indietro, senza più fiato nei polmoni. Catone si fermò un attimo per riacquistare l’equilibrio, poi avanzò di qualche passo e affondò la spada alla propria destra, nel fianco di un uomo che con la sua falcata stava per colpire l’ausiliario che aveva accanto. Fu il ribelle invece a rimetterci la vita, lasciando cadere a terra la propria arma. Catone estrasse la lama dal corpo del nemico e con un gesto circolare la brandì contro l’uomo che aveva investito con lo scudo nel suo slancio iniziale. La lama colpì di striscio il bordo del piccolo scudo rotondo del ribelle e deviò, andando a urtare lo zucchetto imbottito che questi indossava. L’uomo barcollò all’indietro, allontanandosi da Catone, e vomitò sulla tunica, prima di piombare al suolo. «Seconda Illirica! Seconda Illirica!», ripetevano gli ausiliari senza sosta, mentre si accanivano sul nemico in un assalto frenetico e feroce, fatto di scontri di scudi e incroci di spade. Catone spinse avanti il proprio scudo, fece un passo per posizionarsi dietro di esso e spinse di nuovo, colpendo il proprio bersaglio con un rumore sordo. Stavolta spostò lo scudo di lato e decise di avanzare con la spada. Ci fu un attimo in cui incontrò lo sguardo terrorizzato di un uomo che aveva forse il doppio dei suoi anni, prima che la punta della sua spada gli trapassasse un occhio, penetrandogli nel cranio. Catone sentì uno spruzzo di sangue caldo sul volto, mentre ritirava la lama con uno scatto del gomito.
«Avanti, Seconda Illirica!», incitò i suoi. «Avanti!».
La mischia andava espandendosi, mentre sempre più ribelli indietreggiavano e fuggivano via. Catone, quasi accovacciato e con tutto il peso trasferito sulla parte anteriore dei piedi, si guardò rapidamente intorno. I suoi uomini avevano ormai raggiunto il centro della colonna nemica, e si stavano dedicando alle residue compagini ribelli che ancora opponevano resistenza. Alla sua destra, nei pressi della testa della colonna, Catone vide uno stendardo con l’insegna del drago al centro di un circolo di uomini coperti da pesanti corazze e abiti color porpora. La guardia del corpo personale del principe Artasse, si disse. Con tutto il fiato che aveva in gola, gridò: «Seconda Illirica! All’attacco dello stendardo nemico!».
Incontrò lo sguardo di uno degli optiones e gli indicò il cerchio di guardie del corpo. Con un cenno della testa, l’uomo si voltò e gridò l’ordine, che fu rapidamente passato di linea in linea. Poco dopo vi fu un percettibile avanzamento verso lo stendardo: gli ausiliari stavano dirigendosi verso Artasse e le sue guardie del corpo. Ora Catone scorgeva un uomo posizionato a breve distanza dal vessillo, che incitava i suoi uomini ad avanzare. Quando si fu fatto strada fra l’orda nemica, ne riconobbe i lineamenti e si concesse una risatina ironica.
«Artasse...».
Gli ausiliari accerchiarono il principe e le sue guardie e Catone poté scorgere, al di là del gruppo, il punto in cui i legionari di Macrone avevano liberato un passaggio nella fascia di triboli e stavano facendo a pezzi la testa della colonna nemica. I ribelli erano finiti. Catone lo capì in quel preciso istante. Ad Artasse rimaneva un’unica alternativa: la fuga o combattere fino all’ultimo. Il principe di Palmira dovette capire la situazione all’incirca nello stesso istante, perché si riempì i polmoni d’aria e gridò un ordine ai suoi, che immediatamente serrarono i ranghi con gli scudi affiancati e sovrapposti e le lance sollevate al disopra di essi, pronti a infilzare qualsiasi Romano si fosse avvicinato troppo. Catone si voltò e vide che il resto della sua coorte era impegnato nella completa distruzione della colonna ribelle. Il deserto era cosparso di cadaveri e pozze di sangue e gli uomini che ancora combattevano dovevano stare bene attenti a dove mettevano i piedi, mentre continuavano spietatamente a massacrare tutti i ribelli che avevano ancora l’ardire, o erano tanto folli da proseguire il combattimento.
Quando i Romani accerchiarono Artasse e le sue guardie del corpo, insieme a Catone vi erano forse un centinaio di soldati. Mentre gli ausiliari valutavano le forze nemiche, ci fu una pausa piena di tensione e l’aria risuonò del respiro ansimante degli uomini che si fronteggiavano, in attesa di ritornare all’azione.
Catone si raddrizzò in tutta la sua altezza e sollevò la spada per attirare l’attenzione dei suoi uomini.
«Seconda Illirica! Fermi!».
Gli uomini lo guardarono, alcuni con espressione sorpresa, ma si bloccarono lì dov’erano, attendendo l’ordine successivo del loro comandante. Il prefetto si voltò verso i ribelli.
«Principe Artasse! Siete sconfitto. I Parti si sono dispersi. La vostra ribellione è finita». Catone lasciò che le sue parole sortissero il loro effetto, prima di proseguire. «Non ha senso per voi opporre ulteriore resistenza. Salvate la vita ai vostri uomini e arrendetevi».
All’inizio non vi fu alcuna risposta. Artasse si limitava a fissare Catone mordendosi un labbro. Poi uno dei suoi uomini lo guardò e iniziò ad abbassare la propria lancia.
«No!», gridò Artasse. «Non ci arrenderemo! Ammazzateli!».
Strappò di mano la lancia al più vicino dei suoi uomini e la scagliò contro Catone. Per quanto la mira fosse pessima, la forza di quel lancio fu quasi sovrumana, e prima che l’ausiliario che affiancava Catone potesse reagire, la punta della lancia gli si conficcò nello stomaco e fuoriuscì dalla schiena con un fiotto di sangue frammisto a brandelli di carne. Le braccia dell’uomo sussultarono e lo scudo e la spada gli caddero di mano, toccando terra con fragore. L’ausiliario cadde all’indietro, ebbe qualche fremito alle gambe e morì con un rantolo gorgogliante, mentre il sangue gli fuoriusciva dalla bocca formando delle bolle.
«Uccidete quei bastardi!», gridò uno degli uomini di Catone, la voce alterata dalla rabbia. «Ammazzateli!».
Con un ruggito furente, gli ausiliari si gettarono in avanti prima che Catone potesse fermarli. Le lance urtarono i loro scudi, scivolando sulla superficie metallica. I ribelli più forti ed esperti riuscivano a conficcarne le punte nel metallo; una di queste arrivò persino a tranciare una porzione di pelle e muscoli dal braccio di un ausiliario. Poi però i legionari si abbatterono sulle guardie del corpo del principe, impiegando gli scudi più grossi e robusti e presentandosi in superiorità numerica. Le lance continuarono a colpire oltre i bordi degli scudi degli ausiliari, rovesciandone gli elmi e respingendo coloro che portavano la corazza. Intanto i Romani, con gli scudi alzati e la testa bassa, proseguivano nell’assalto, spingendosi in avanti e addosso al nemico. Da vicino, erano avvantaggiati dalle loro spade corte e ogni volta che fra gli scudi nemici si creava un varco, riuscivano a colpire qualsiasi parte del corpo che fosse rimasta scoperta. Alcuni fendevano di taglio l’asta delle lance che arrivavano dall’alto, spezzandone il legno o addirittura facendole saltare dalle mani dei ribelli.
I grugniti degli uomini di entrambe le fazioni, le selvagge grida di trionfo e i lamenti e le urla dei feriti erano talmente vicini che Catone aveva l’impressione di respirare l’aria esalata dai moribondi; un pensiero che gli provocò un momentaneo brivido di superstizioso timore. Si fece largo fra i suoi, diretto verso lo stendardo nemico e il principe Artasse. Vedeva ancora il principe, che gridava parole di sfida brandendo la spada e spingendola in alto, verso il cielo, per incitare i suoi uomini al combattimento. Ma uno dopo l’altro, questi furono abbattuti e gettati a terra, dove venivano calpestati dagli stivali chiodati degli ausiliari. Prima che Catone potesse raggiungere Artasse, uno degli ausiliari uccise un uomo del cordone protettivo del principe e si fece largo a forza, gettandosi nel mucchio di ribelli superstiti. Artasse gli era proprio di fronte, e prima che il principe avesse il tempo di reagire, il soldato romano gli si scagliò addosso, spingendo il vessillario con lo scudo. L’uomo cadde a terra e l’ausiliario cominciò a incalzare Artasse sempre più indietro a suon di fendenti, fin quando il principe non ebbe più spazio per arretrare. Artasse sollevò la spada per bloccare un colpo sopra la testa, ma all’ultimo momento l’ausiliario spostò la mira e il bordo della lama tagliò il braccio del principe, proprio sopra il polso, rompendo le ossa e tranciando i tendini. Artasse urlò e la spada gli scivolò via dalle dita ormai inerti. L’ausiliario avanzò per ucciderlo.
«No!», gridò Catone, precipitandosi alle spalle dell’ausiliario. Il suo scudo colpì il soldato al fianco, spingendolo via da Artasse; la lama della sua spada finì nella sabbia. «Lascialo stare!».
Si voltò e gridò in greco: «Arrendetevi! Il principe è stato colpito! Arrendetevi!».
Le guardie del corpo superstiti si voltarono di scatto verso Catone e dopo un attimo d’esitazione, una di esse gettò la spada. Le altre seguirono a ruota, ma prima una di loro dovette soccombere per mano di un ausiliario sopraffatto dal furore della battaglia.
«Seconda Illirica!», gridò Catone. «Fermi! Rimanete lì!».
I suoi uomini fecero qualche passo indietro e abbassarono le spade. Soltanto allora le guardie del corpo superstiti deposero stancamente gli scudi e rimasero in attesa di essere catturate, i volti segnati da una cupa espressione di disfatta, terrore e umiliazione. Catone abbassò la guardia e si concesse di deporre lo scudo a terra. Ai suoi piedi, Artasse si stringeva il braccio maciullato al petto, lamentandosi a denti stretti. Catone sollevò il torace in un profondo sospiro. Si accorse di quanto fosse stanco e quanto il suo corpo fosse dolorante per le fatiche sostenute. Ma ora era tutto finito. L’attacco alla colonna dei ribelli, la battaglia contro l’esercito dei Parti, la rivolta. Tutto. Abbassò gli occhi su Artasse e scosse stancamente la testa. Poi il suo sguardo fu attratto dal grande stendardo con l’insegna del drago di un bel rosso vivace. Si scosse e si chinò a raccoglierlo. Cercò l’ausiliario che aveva colpito Artasse, lo fece avvicinare con un cenno e gli consegnò il trofeo.
«È tuo... Te lo sei guadagnato, soldato».
L’uomo sorrise debolmente e afferrò l’asta dello stendardo. «Sì, signore.
Grazie, signore».
«Catone! Catone! Dove sei finito, amico?».
Si voltò verso il punto da cui proveniva la voce di Macrone e vide che i legionari s’erano staccati dal fronte della colonna, e ora si stavano dirigendo verso gli uomini esausti e sanguinanti della Seconda Illirica, radunati intorno allo stendardo nemico. I corpi dei ribelli e dei Romani giacevano scomposti e ammucchiati, mentre da un lato il gruppetto di prigionieri osservava la scena con espressione desolata.
«Per gli dèi», mormorò Macrone, mentre si faceva strada fra i corpi per raggiungere Catone. «Che razza di massacro. Stai bene, Catone?».
Il prefetto notò l’espressione preoccupata dell’amico e ci mise un attimo per rendersi conto che il suo elmo e il suo viso dovevano essere sporchi di sangue. «Sto bene, signore. Sto bene».
«Ottimo». Macrone gli diede una pacca sul braccio. «Bel lavoro. Questo è il nostro amico Artasse?»
«Proprio lui. Sarà meglio che lo porti a farsi medicare il braccio».
«Se pensi che ne valga la pena». Macrone scrollò le spalle. «Non ne vedo il motivo. Dubito che possa sopravvivere all’incontro col suo adorato genitore».
«Immagino di no», ammise Catone. «Ma sono affari loro. Fin quando glielo consegneremo vivo, avremo guadagnato i favori del re Vabato. E senza la minaccia dei Parti...». Catone si voltò a guardare il campo di battaglia. Ora che era tutto finito e il polverone aveva iniziato a posarsi, poté capire la portata della disfatta nemica. L’esercito parto era stato letteralmente sgominato e il generale Longino e i suoi stavano inseguendo e uccidendo gli ultimi fuggiaschi. Molti Parti erano fuggiti nei canaloni che solcavano la pianura desertica, nel disperato tentativo di allontanarsi il più possibile dai vittoriosi soldati romani.
Macrone ridacchiò nell’osservare l’amico che scrutava il campo di battaglia. «Dunque, pare che il piano abbia funzionato».
Catone allora si voltò verso di lui e dopo una breve esitazione, scoppiò a ridere. «Sembra proprio di sì». Attorno a loro i legionari della coorte di Macrone si stavano avvicinando per ammirare l’ottimo lavoro degli ausiliari di Catone. Dai ranghi, una voce gridò: «Evviva la Seconda Illirica!».
I legionari emisero subito alte grida di approvazione e dopo qualche attimo di sorpresa, gli ausiliari sorrisero contenti e trionfanti, mescolandosi con i legionari.
Ci fu un rimbombo di zoccoli e quando i due amici si voltarono, videro Balto e i suoi che si stavano avvicinando. Il principe sfoggiava un sorriso smagliante e quando vide lo stendardo, i suoi occhi si spalancarono ammirati. Fermò il cavallo, smontò di sella e superando i cadaveri si diresse verso i due ufficiali romani.
«Amici, questa è una grande vittoria. La Partia è stata umiliata. Letteralmente umiliata! Avete visto mio fratello? Il suo corpo è stato trovato?».
Macrone si spostò e indicò Artasse. «Eccolo; è ancora vivo, ma non del tutto in forma».
Il sorriso di Balto si smorzò, mentre osservava il fratello disteso a terra, che si sorreggeva il braccio dolorante. «Tu... Ancora vivo».
Artasse aprì gli occhi e quando vide il fratello fece una smorfia disgustata.
«Vivo e vegeto, fratello. E quando il re mi vedrà, gli esprimerò tutto il mio rimorso. Piangerò e attribuirò la mia follia allo spirito dell’ambizione che mi ha posseduto. E sai una cosa? Lui mi perdonerà».
Macrone scoppiò in una sonora risata. «Non credo proprio, raggio di sole! Non dopo quello che hai combinato».
«Credete?». Artasse sorrise, poi sussultò, in preda a una fitta di dolore. Mentre parlava, la sua fronte s’imperlò di sudore freddo. «Voi non conoscete mio padre. Come molti genitori, ha un debole per uno dei suoi figli, il preferito. E qualunque cosa io possa fare, è sempre disposto a perdonarmi».
Seguì un attimo di silenzio, mentre gli altri riflettevano sulle sue parole. Poi Balto annuì e disse in tono pacato: «Ha ragione. Sarà una situazione davvero complicata...». Si rivolse al più vicino dei suoi uomini, sbraitando un ordine. Prima che Macrone e Catone potessero rendersi conto di quel che stava accadendo, diversi archi si sollevarono e le frecce attraversarono l’aria, colpendo Artasse nel punto in cui si trovava, sdraiato a terra. Questi sussultò, guardando il fratello con espressione scioccata. Poi rovesciò gli occhi e rimase a fissare il cielo, con la bocca aperta.
Balto lo osservò per qualche secondo, inclinando leggermente il capo.
«Adesso non più».
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CAPITOLO TRENTADUE.
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...
Il giorno successivo alla battaglia i sacerdoti delle legioni celebrarono i funerali di coloro che erano rimasti uccisi. Le pire illuminarono il cielo notturno e all’alba i loro resti anneriti rimasero a punteggiare il deserto, mentre l’esercito riprendeva la sua marcia verso Palmira. Alle sofferenze dei nemici feriti si mise fine tagliando loro misericordiosamente la gola, mentre i Romani vennero allontanati dal campo di battaglia e medicati alla bell’e meglio, prima di essere caricati sui carretti, sui dorsi dei muli e dei cavalli o su rudimentali barelle trasportate dai compagni. Altre pattuglie di soldati rastrellarono il campo di battaglia per recuperare le armi ancora utilizzabili sparse sul terreno.
I nemici morti vennero lasciati dove si trovavano, ammucchiati sulla sabbia. Altre centinaia di cadaveri erano sparsi nel territorio circostante, dove erano stati abbattuti dalla cavalleria romana. L’esercito parto era stato definitivamente sgominato. I pochi sopravvissuti erano confusi, disorientati, e quasi tutti avevano abbandonato le loro armi e le corazze. Ormai non gli rimaneva altra scelta che una lunga ritirata attraverso il deserto, fino all’Eufrate e ai territori parti che si trovavano al di là del fiume. Senza scorte d’acqua, ben pochi ce l’avrebbero fatta fino a casa, e quei pochi avrebbero avuto una ben triste storia da raccontare. Sarebbero passati davvero molti anni, prima che la Partia avesse avuto di nuovo il coraggio di sfidare Roma.
Due giorni dopo, mentre l’esercito si accingeva ad allestire un accampamento nei pressi delle mura di Palmira, il generale Longino, in sella al suo cavallo, si mise alla testa di una processione composta da ufficiali, dal principe Balto, militari scelti e prigionieri, che attraversò le porte della città per proseguire lungo il viale principale, fino al palazzo reale. Non appena ricevuto un messaggio da Longino con gli esiti della battaglia, il re Vabato aveva indetto una giornata di festeggiamenti per celebrare la fine della ribellione e la sconfitta della Partia. Tuttavia non vi furono grandi manifestazioni di esultanza, quando i Romani avanzarono lungo la strada lastricata, portando in trionfo i loro stendardi. Macrone e Catone marciavano nel gruppo di testa, insieme ad altri ufficiali; dal portamento rigido del generale, capirono che Cassio Longino non era per nulla soddisfatto da quella tiepida accoglienza.
«Che sta succedendo?», chiese Macrone in tono sommesso. «Credevo che sarebbero stati contenti della fine della ribellione».
Catone si guardò intorno. Lungo la strada c’erano soltanto sparuti gruppetti di cittadini che osservavano in silenzio la sfilata dei soldati.
«Difficile biasimarli. Nell’ultimo mese ne hanno viste di tutti i colori. Quando riusciranno a capire che la pace è tornata definitivamente, dimostreranno la loro gratitudine».
Macrone rifletté un attimo sulla spiegazione fornita dall’amico, poi si strinse nelle spalle. «Può darsi, ma mi piacerebbe riceverla adesso, la gratitudine. Non ho attraversato quel maledetto deserto sotto il sole cocente, difeso un assedio e poi combattuto una battaglia per poi essere trattato come un ospite rompiscatole».
«Libero di pensarla così, ma a me basta essere tornato sano e salvo a Palmira».
Macrone lo guardò e sorrise. «Non ho dubbi. Ovviamente la figlia di Sempronio non ha nulla a che fare con tutto ciò, o sbaglio?».
Catone provò una certa irritazione per l’allusione, ma si costrinse a restituire il sorriso. «Ha tutto a che fare con lei, invece. Con Giulia». Provò un tuffo al cuore anche solo menzionando il suo nome. «Suo padre mi ha promesso che quando fossi tornato avrei potuto sposarla».
«Se fossi tornato, mi sembra abbia detto».
«Se, quando, che differenza fa?».
Macrone sorrise mestamente. «Enorme, quando ti aspetti che un uomo non viva abbastanza a lungo da obbligarti a mantenere la parola».
Catone strinse gli occhi. «Che vuoi dire?»
«Oh, avanti, amico! Non sei scemo, no? Sempronio è un aristocratico. Tu sei il figlio di un liberto. Non certo un buon partito, per la sua preziosa figliola! Ti ha preso in giro».
Catone rifletté un attimo, poi scosse la testa. «No. Non ha alcun senso. Se Sempronio non aveva intenzione di farmi sposare Giulia, perché promettermela in sposa, se c’era qualche probabilità che potessi tornare? Penso che tu ti stia sbagliando, Macrone, e di grosso».
«Be’... Che dire, amico? Spero davvero che sia così».
Continuarono a marciare in silenzio attraverso il viale quasi deserto che attraversava la città e conduceva agli edifici del palazzo reale. Mentre si avvicinavano all’entrata, un arco imponente che dava accesso a un vialetto pavimentato, una piccola folla di donne e bambini coperti di stracci iniziò a salutarli con scarso entusiasmo dai lati della strada. Quando il generale Longino arrivò all’altezza del gruppetto di persone, queste iniziarono a cospargere il terreno davanti a lui di bianchi petali di fiori.
«Un bel pensierino», commentò Macrone a bassa voce. «Quanto sincero, però, non saprei dire. Devono essere i mendicanti del luogo, pagati per salutarci».
«Volevi un benvenuto degno di un eroe», rispose Catone. «Eccoti servito. Il generale, almeno, sembra gradire».
Macrone guardò avanti e vide Longino che chinava il capo a destra e sinistra e con la mano destra sollevata, ringraziava quella gente. Il centurione tirò su col naso. «Da come si atteggia, diresti che abbia già avuto la sua ovazione e che stia marciando lungo la Via Sacra di Roma circondato da una folla inneggiante e con una scorta personale di vergini vestali».
«Forse queste per lui sono le prove generali di quella cerimonia», aggiunse Catone in tono piatto.
«Credi davvero che Longino meriti un premio per quello che ha fatto? Quei Parti per poco non ci facevano secchi...».
«Lo sai come vanno le cose, Macrone. Non importa quanti uomini perdi, né quanti errori fai lungo la strada. L’importante è portare a casa la vittoria. E qualunque vittoria ottenuta sui Parti a Roma avrà un forte riconoscimento. Quindi i festeggiamenti ci saranno. Qualunque cosa, pur di far contenta la plebe».
«Grande...».
Catone guardò gli altri ufficiali che aveva intorno, poi abbassò ulteriormente la voce. «Fra l’altro, questa vittoria ha il valore aggiunto di separarlo per un po’ dalle sue legioni. Date le sue ambizioni, non è una cosa da niente».
Macrone annuì. Benché fossero riusciti a frustrare i piani di Longino di allestire un esercito in grado di spodestare l’imperatore in carica, non avevano ancora raccolto prove sufficienti a dimostrare il suo tradimento. Narciso non sarebbe stato soddisfatto del loro lavoro, pensò Macrone con una certa dose di angoscia. Il segretario dell’imperatore non era famoso per la pazienza dimostrata nei confronti di coloro che fallivano nel portare a termine i suoi incarichi. Macrone e Catone erano stati mandati nelle province orientali per smascherare Longino, in quanto traditore dell’impero. Qualunque altra cosa fossero riusciti ad appurare su di lui, non avevano ancora abbastanza prove per giustificare un’eventuale rimozione del generale dalla sua carica e tacciarlo di alto tradimento. Ai tempi di Caligola le cose erano diverse: qualsiasi cittadino romano poteva essere giustiziato, anche solo sulla base di calunnie. Il suo successore, invece, aveva deciso che simili eccessi extragiudiziali non andavano più incoraggiati. Macrone sorrise fra sé pensando che Narciso probabilmente era un nostalgico del precedente regime e delle sue leggi semplici e brutali.
In quel momento scorse una faccia conosciuta tra la folla inneggiante. Si fermò di colpo, uscendo per un attimo dalla sfilata. Catone si voltò stupito, e subito raggiunse l’amico. «Che succede?»
«Vai pure avanti. Ti raggiungo dopo».
«Ma perché? Che succede?»
«C’è una persona con cui voglio parlare. Prosegui pure», ripeté Macrone con fermezza.
Catone scrollò le spalle e tornò a unirsi alla colonna. Guardandosi indietro, vide Macrone avviarsi lentamente verso il gruppetto di straccioni che costeggiavano la via e fermarsi davanti a una ragazza. Poi la processione passò sotto l’arco e raggiunse il grande cortile antistante il palazzo reale. Una guardia d’onore, composta dai mercenari greci sopravvissuti, era schierata sui gradini che conducevano all’entrata, dove Termone attendeva davanti alle due colonne del portico. Il generale Longino spinse la propria cavalcatura fino alla base della scalinata, poi tirò le redini e smontò elegantemente di sella. Fece cenno ai suoi ufficiali e a Balto di seguirlo e salì le scale per raggiungere l’entrata. Il comandante della guardia del corpo reale impartì un ordine e i mercenari scattarono sull’attenti e presentarono le lance. Mentre Longino si avvicinava, Termone fece un profondo inchino.
«Cassio Longino, signore, è un vero piacere rivolgervi il nostro bentornato in città. La notizia della vostra vittoria ha provocato grande gioia ed esultanza qui a Palmira».
«L’ho notato», rispose acido Longino, annuendo in direzione del viale che conduceva in città. «Sembra che il vostro popolo si sia svegliato tardi».
Termone fece una breve pausa per assimilare bene il tono della battuta del Romano, poi sorrise, rivolto a Balto. «Mio principe, il re è deliziato dal vostro successo e non vede l’ora di abbracciare il figlio conquistatore».
«Non ho dubbi», rispose Balto.
«Se vogliamo muoverci», li interruppe Longino. «Devo fare rapporto al re e poi devo tornare dal mio esercito e provvedere ai bisogni degli uomini».
«Ma certo, signore. Se sarete tanto gentile da seguirmi». Termone fece un altro dei suoi inchini e indietreggiò attraverso l’entrata, prima di voltarsi e condurre il gruppo di ufficiali lungo un’ampia sala, le cui pareti erano decorate con vivaci dipinti raffiguranti le gesta eroiche dei precedenti sovrani di Palmira. All’estremità opposta della sala c’erano due grandi porte rivestite di ottone che le guardie di palazzo spalancarono, rivelando la sala delle udienze del re. Vabato sedeva sul trono, sollevato rispetto al pavimento grazie a un pulpito, cui si accedeva salendo una piccola rampa di scalini. Davanti a lui era schierata una compagine di nobili palmireni e dei più ricchi e rappresentativi personaggi della città, che sfoggiavano i loro abiti più eleganti e che, all’arrivo di Longino e dei suoi uomini, si scostarono aprendo un varco. Nella sala c’erano altre guardie, che si posizionarono in modo da creare una sorta di passaggio con le loro lance e coi loro scudi, aprendo la strada verso il pulpito e il re Vabato.
Alle spalle del generale, Catone scrutava all’intorno. Vide Sempronio in piedi accanto al re, poi i suoi occhi scandagliarono la folla, finché non individuò Giulia, che si teneva leggermente in disparte, accanto a una colonna dorata. Annuì impercettibilmente nella sua direzione e sorrise. Lei sollevò un poco la mano per salutarlo, il volto illuminato da un misto di sollievo e gioia.
Termone condusse Longino ai piedi del pulpito, poi si spostò rispettosamente di lato per fare gli annunci formali.
«Vostra Maestà, vi presento Cassio Longino, governatore della provincia romana della Siria, i suoi ufficiali e il principe Balto».
Il re salutò gli ospiti con un cenno della testa; dopo una breve pausa, si raddrizzò sul trono e parlò.
«Generale Longino, vi diamo il nostro benvenuto a palazzo. Non ci sono parole adeguate per esprimere i miei ringraziamenti, sia a voi che ai vostri soldati. Ci avete affrancato dalla dominazione dei Parti e dai traditori di questa città, che l’avrebbero resa schiava del loro regno». La voce gli tremò leggermente, prima di continuare. «So che Artasse è morto in battaglia, per mano del principe Balto. Probabilmente è così che doveva andare. Ma mentre piango la perdita di un altro dei miei figli, per quanto traditore, accetto l’idea di aver contratto un eterno debito con Roma».
Catone notò che a quelle parole Balto aveva sussultato. Il principe si accigliò e le sue labbra si strinsero fino a formare una linea sottile, mentre suo padre proseguiva:
«E tale è la mia gratitudine, che oggi ho stipulato un trattato con l’ambasciatore dell’imperatore Claudio. Da questo momento in poi, Palmira e le sue terre acquisiscono la condizione di regno satellite dell’Impero Romano». Il re s’interruppe e guardò dritto negli occhi l’unico figlio che gli restava. Per un attimo la sua espressione fu di pietà, poi di triste rassegnazione. «Comprendo fin troppo bene che questo trattato non sarà gradito da alcuni rappresentanti del mio popolo. Ma l’alternativa che ci si è posta è stata quella di essere alleati di Roma o sudditi della Partia».
«No!». Il principe Balto scosse il capo, poi puntò il dito su suo padre. «Sapete bene cosa significa “regno satellite”, padre. Quando sarete morto, Palmira diverrà una provincia di Roma. Perderemo la nostra indipendenza. Perderemo il nostro re e Roma diventerà la nostra padrona».
«Sì», rispose Vabato ad alta voce. «Ma questo è il prezzo che devo pagare e che tu devi accettare».
«Mi rifiuto di accettarlo», ribatté Balto, rabbioso. «È dovere del re proteggere il proprio regno. Qualsiasi altro comportamento è da considerarsi un tradimento nei confronti dei Palmireni».
«Tu parli a me di tradimento», disse Vabato in tono glaciale. «Tu osi davvero parlarmi di tradimento? Tu, che hai tradito il tuo stesso sangue, la tua stessa carne, commissionando la morte di tuo fratello Ameto?».
Balto scosse il capo. «Non ho fatto niente del genere! Non avete nessuna prova!».
«No?». Vabato si voltò e impartì un ordine secco. «Portatelo qui, dove tutti possano vederlo».
Ci fu un grugnito soffocato e un lamento seguito da passi strascicati provenienti dalla parte posteriore del pulpito, poi due delle guardie del corpo del re si presentarono con un lurido fagotto di stracci, sotto i quali s’intravedevano porzioni di pelle ferita e contusa. Lo trascinarono davanti al trono e lo gettarono a terra.
«E questo cos’è?». Il generale Longino fece un balzo all’indietro, disgustato. «Chi è questo... quest’uomo?».
Il re ignorò del tutto il Romano e fissò la propria attenzione sul figlio. «Balto, tu certo riconoscerai il più fedele dei tuoi schiavi».
Il principe scrutò quell’uomo ormai ridotto a un cumulo d’ossa rotte e di carne sanguinolenta, eppure ancora vivo, dal momento che la cassa toracica si sollevava e abbassava ritmicamente col suo respiro irregolare. Pian piano sul viso di Balto si disegnò una maschera d’orrore, mentre cominciava a capire. «Carpete», mormorò. «Carpete, che cosa hai fatto? Che cosa hai detto?».
All’improvviso lo schiavo sembrò tornare in sé, cosciente di quanto stava accadendo, e indietreggiò di colpo al suono di quella voce; come se fosse stato colpito con un bastone.
«Padrone». La voce dello schiavo non era che un sussurro rauco, ormai. «Oh, padrone, vi chiedo perdono. Io...».
«Silenzio, figlio di un cane!», gridò allora Vabato. «Come osi aprire bocca in presenza del tuo re?». Lanciò a Carpete un’occhiata fulminante e quello arretrò spaventato contorcendosi sul pavimento. Vabato annuì ed emise un verso di soddisfazione e disprezzo, tornando a rivolgersi al figlio: «Balto, questo spregevole rifiuto ci ha fornito tutte le risposte di cui avevamo bisogno, una volta sottoposto a tortura. Questo schiavo ha confermato i miei sospetti, ovvero che sei stato tu a dare ordine di uccidere Ameto. E che è stato Carpete stesso a eseguire tale ordine».
«Sono bugie!», sbottò Balto. «Tutte bugie, credetemi!». Fece un passo avanti e sferrò un calcio a Carpete. «Questo schiavo vi sta ingannando, padre. Non ho avuto nulla a che fare con la morte di mio fratello Ameto. Lo giuro su Bel onnipotente».
«Silenzio!». Vabato fissò il figlio. «Vuoi forse degradarti ulteriormente, mentendo sotto giuramento al dio di questa città? Non hai dunque un briciolo di orgoglio e di onore?». Si alzò in piedi e puntò il dito contro il principe. «Tu non sei mio figlio. Io ti ripudio. Sei soltanto un comune assassino e un traditore, e per tali crimini vi è una sola punizione possibile. Guardie, prendetelo!».
Quando i mercenari si avvicinarono, Balto digrignò i denti, guardandosi intorno come un animale accerchiato. La sua mano scivolò sull’impugnatura della spada, poi, con gesto rapido, la sguainò e la puntò contro la guardia del corpo più vicina.
«Un altro passo e ti sventro!».
«Getta la spada!», gli ordinò Vabato. «Non puoi fuggire!».
Per un momento, Balto guardò il padre con aria di sfida, poi fece un respiro profondo e abbassò il capo. La tensione si allentò un poco e le guardie si arrestarono. In quel momento Balto balzò su Carpete e la sua lama scintillò nell’aria. Lo schiavo emise un grido di terrore e la spada colpì la mano che aveva sporto per proteggersi. La lama affilatissima affondò nel braccio, proseguì penetrando nella gola e terminò la sua corsa andandosi a conficcare nella parte alta della colonna vertebrale, interrompendo così l’urlo di agonia di Carpete. Il pavimento si macchiò del sangue dello schiavo, che si accasciò a terra con la testa quasi staccata dal tronco. Balto osservò con disprezzo gli ultimi sussulti del corpo, che dopo qualche secondo restò immobile. Poi abbassò la spada e non tentò nemmeno di resistere alle guardie che lo afferravano e gli legavano le mani dietro la schiena.
«Portatelo fuori di qui», ordinò Termone, poi si voltò verso altri uomini e indicò il cadavere dello schiavo. «E togliete anche questo».
Balto fu trascinato via dalla sala sotto gli occhi degli ufficiali romani e dei nobili di Palmira. Subito dopo, le spalle del re Vabato si afflosciarono stancamente e il sovrano scese dal trono e dal pulpito.
«Termone, mi ritiro nei miei appartamenti. Non voglio essere disturbato».
Il ciambellano spostò gli occhi preoccupato su Longino e sugli ufficiali romani. «Ma, Vostra Maestà, i festeggiamenti... il banchetto di stasera...».
«Festeggiamenti?». Vabato scosse la testa. «E che cosa avrei da festeggiare?».
Rimase in silenzio per qualche secondo, poi proseguì: «Ma voi avete ragione. I festeggiamenti devono proseguire. E non saranno rovinati dall’assenza di un povero vecchio in lutto. Pensateci voi, Termone».
Si voltò per dirigersi verso la piccola entrata posteriore della sala delle udienze. I nobili chinarono la testa al suo passaggio, ma Vabato li ignorò, gli occhi fissi a terra, mentre scompariva oltre la porticina, lasciandoli lì in piedi e in rispettoso silenzio.
Lunghe ombre si stavano già allungando nel cortile del palazzo reale; Macrone stava sull’attenti, di fronte al generale Longino e all’ambasciatore romano. I due senatori erano seduti accanto a un tavolino a bere acqua e limone. Alle loro spalle, uno schiavo faceva loro aria con un enorme ventaglio di foglie di palma.
Longino abbassò il calice e si schiarì la voce. «Allora, centurione Macrone: che cosa volevate dirci?»
«Signore, non è giusto. Questa storia di Balto, voglio dire. Quell’uomo mi ha salvato la pelle; la mia e quella di tutti gli uomini della colonna di soccorso. Ha combattuto al nostro fianco nella cittadella, e poi nella battaglia contro i Parti. È un uomo coraggioso», concluse Macrone, annuendo convinto. «Sarebbe davvero sbagliato farlo ammazzare come un cane. Non è giusto, signore».
Il generale Longino arricciò un attimo le labbra, come per riflettere. «Capisco. E sono d’accordo, con lui abbiamo un debito di gratitudine. In qualsiasi altra circostanza, non avrei esitazioni a evitargli una morte come questa».
A quelle parole del generale, Macrone sentì un peso depositarglisi definitivamente sul cuore. «Che intendete dire con “in qualsiasi altra circostanza”, signore?».
Sempronio si sporse in avanti. «Posso essere io a spiegare la situazione al nostro amico, qui?».
Longino fece un gesto di disinteresse con la mano. «Accomodatevi pure».
L’ambasciatore guardò Macrone con un sorriso desolato. «Non ho alcun dubbio sulla veridicità di quanto affermate sul principe».
«Ma allora perché deve morire?», insisté Macrone.
«Perché è necessario politicamente. Roma vuole fare di Palmira un regno satellite. Quel trattato ci preme, e preme anche a Vabato. La nuova situazione politica non prevede alcun ruolo per Balto. Non può diventare il nuovo re di Palmira. Balto lo sa, e complotterebbe contro suo padre, proprio come ha fatto Artasse prima di lui; ve lo posso assicurare, come posso assicurarvi che dopo la primavera viene l’estate. Per quale ragione ha voluto uccidere anche l’altro fratello, secondo voi? Si stava liberando la strada verso il trono». Sempronio fece una pausa, per permettere a Macrone di assimilare bene quanto stava dicendo. «Mi dispiace, centurione, ma non possiamo farci davvero nulla. Il principe Balto può anche aver combattuto al vostro fianco e può anche essere stato il soldato più valoroso e coraggioso del mondo; ma è anche spietato e ambizioso e se gli fosse permesso di continuare a vivere, Palmira non troverebbe più un attimo di pace. Quindi domani mattina il principe Balto verrà giustiziato».
Macrone sentì salire un’ondata di amarezza e gli ci volle un bel po’ di autocontrollo per ingoiarla senza dire nulla. Si limitò a lanciare un’occhiata di disprezzo ai due uomini. «Necessità politiche, voi dite. Un raffinato eufemismo, signore. Dal mio punto di vista, somiglia più a un omicidio».
Longino sbatté il calice sul tavolo. «Insomma, centurione! Ne ho abbastanza della vostra impertinenza. A questo punto, io...».
«Macrone ha ragione», lo interruppe Sempronio. «Spogliato del linguaggio burocratico e di tutte le ipocrisie, si tratta di omicidio puro e semplice. Non c’è modo di nasconderlo. Ma le cose non cambiano comunque, centurione. Per il bene di tutti, bisognerà sbarazzarsi di Balto...». L’ambasciatore fece un sorrisetto, come a deprecare se stesso. «Balto deve essere ucciso. Non ci sono alternative. Avete capito?»
«Sì».
«Bene. C’è un’ultima cosa». Sempronio infilò la mano nella borsa che giaceva a terra accanto alla sua sedia e ne estrasse un documento piegato in quattro, sul quale era stato posto il sigillo imperiale. «Il corriere imperiale l’ha portato ieri insieme ad altri dispacci. È indirizzato a voi e a Catone».
Macrone prese in consegna la lettera e diede un’occhiata alle parole sotto il sigillo. «Da parte di Narciso, segretario imperiale. Mi sa di cattive notizie».
Sempronio ridacchiò divertito e subito Macrone lo imitò. «Be’, farò bene a leggerla e a cercare Catone».
«Già». Sempronio annuì, poi torno a sorridere fra sé. «Immagino che troverete quello straordinario giovane nei giardini del re».
«Catone! Catone! Dove sei?».
Macrone percorreva di corsa i vialetti del grande giardino, guardando dietro ogni vaso, albero o cespuglio artisticamente disposti fra i colonnati e i peristili adorni di fregi e dipinti. Lo seguiva trafelata Gesmia, ancora vestita con quel che rimaneva della sua stola e della mantella. Intorno a loro l’aria fresca del crepuscolo portava con sé il profumo dei gelsomini e di altre piante odorose. Si stavano ultimando i preparativi del banchetto e molti fra i cortigiani e i servi del re si erano seduti all’aperto a godersi il fresco finché era possibile, oppure attraversavano il giardino per adempiere a qualche servizio. Interrompevano la loro conversazione e si voltavano a guardare irritati quell’ufficiale romano che disturbava la quiete con le sue grida.
«Catone, dove sei, dannazione?».
Una sagoma si alzò da una panchina di pietra e agitò la mano per attrarre l’attenzione di Macrone nella luce del crepuscolo. «Sono qui».
«Finalmente!». Macrone si diresse spedito verso l’amico, estraendo la lettera aperta di Narciso dalla sua cintura. «Notizie da Roma! Grandi notizie».
Mentre si avvicinava alla panchina, Macrone distinse un’altra figura, seduta accanto al suo amico. Quando la riconobbe, si fermò di colpo, imbarazzato. «Donna Giulia, scusatemi, non volevo interrompere nulla».
«Oh, non fa niente», disse lei con un sorriso smagliante. «Ci siamo già detti quel che volevamo dirci. Non fate caso a me».
«Ci mancherebbe». Macrone si voltò verso Catone e gli porse la lettera. «Leggi qui».
«Subito?», fece Catone, poi inclinò leggermente la testa di lato, notando la ragazza che seguiva il suo amico. «E lei chi è?».
Macrone si voltò e le fece cenno di venire avanti. Gesmia si avvicinò timidamente al gruppetto. Macrone le posò una mano sulla spalla e cominciò a spiegare: «Questa è Gesmia. Lei e il suo fratellino piccolo erano con noi nella cittadella».
A Catone non sfuggì il pieno significato di quella frase e spostò imbarazzato il peso da un piede all’altro, ricordando il modo brutale in cui i civili erano stati buttati fuori dalla fortificazione.
Macrone continuò: «I suoi genitori sono morti durante la rivolta, e ieri il fratellino li ha raggiunti. Era poco più di un neonato e durante l’assedio si è ammalato gravemente. Ora Gesmia non ha più nessuno... Così mi stavo chiedendo se...». Macrone fissò Giulia. «Una giovane signora romana ha sempre bisogno di buone servitrici e ancelle, da quel che ho sentito».
«Davvero?». Giulia inarcò un sopracciglio. «Non riesco a immaginare dove voi possiate averlo sentito».
Macrone scrollò le spalle. «Be’, comunque, speravo che voi poteste trovare un posto a Gesmia. Qui a Palmira non ha nulla, né famiglia, né amici. La sua casa è bruciata e da quando è finito l’assedio, vive per la strada». Tossicchiò per schiarirsi la voce. «Io non posso badare a lei. E speravo poteste farlo voi, giovane signora».
Giulia lo guardò divertita, poi spostò subito lo sguardo sulla ragazza vestita di stracci. «Va bene, allora. Ci penserò io».
Il volto di Macrone s’illuminò all’istante. «Grazie! Voglio dire... ehm... grazie da parte della ragazza... comunque». Riportò la propria attenzione sulla lettera che Catone aveva in mano. «Devi leggerla. Subito».
Catone guardò il sigillo rotto. «Perché non me lo dici tu, cosa c’è scritto, così mi risparmi la fatica?»
«E va bene, allora, razza di pelandrone!». Macrone sorrise, rifilando all’amico un’energica pacca sulla spalla. «Narciso ha letto il nostro rapporto e ci richiama a Roma. Missione compiuta, andiamo via. Ma la notizia migliore è che ci assegnerà in un altro posto. Lasceremo l’esercito in Siria nel momento stesso in cui faremo ritorno ad Antiochia, poi ci dirigeremo verso la costa per prendere la prima nave diretta a Ostia, e poi... Oh, ma leggitela da solo, quella dannata lettera!».
«Grandi notizie, allora». Catone sorrise e tamburellò col dito sulla lettera.
«Dubito ci sia altro da aggiungere a quanto mi hai appena detto».
«Ma leggila!».
«Fra poco. Prima però voglio darti anch’io una bella notizia».
«Davvero?». Macrone aggrottò le sopracciglia. «Be’, non farti pregare, allora, amico. Sputa il rospo!».
«Molto bene». Catone infilò il braccio sotto quello di Giulia e la spinse delicatamente avanti, perché si portasse al suo fianco. «Sembra che dopo tutto io e Giulia ci potremo sposare».
«Sposare?». Macrone inarcò le sopracciglia per lo stupore. «Sempronio vi ha dato il suo consenso?»
«Lo ha fatto, e anche con gioia. Anche se devo ammettere che a un certo punto avevo temuto la desse in sposa a Balto. Ma poi, visto come sono andate le cose...».
L’espressione di Macrone si indurì un attimo. «Infatti. Una morte davvero ingiusta».
«Comunque». Catone circondò le spalle di Giulia con un braccio e la baciò sulla fronte. «Faremo i preparativi non appena giungeremo a Roma ».
«Be’, che io sia fottuto», disse Macrone sbalordito, tornando subito alle buone maniere: «Voglio dire, le mie più sentite congratulazioni a voi. A entrambi, intendo dire».
Giulia scoppiò a ridere. «Molte grazie, centurione Macrone».
«Sì, grazie davvero», le fece eco Catone. «Devo confessare che il consenso di Sempronio ha sorpreso anche me».
«Non avrebbe dovuto», rispose Giulia decisa. «Ormai avevo deciso di sposarti. E ci sarebbe voluto un bel coraggio, da parte di mio padre, per cercare di fermarmi».
Macrone la fissò per qualche secondo, poi accostò la mano alla bocca e disse, in un finto sussurro: «Caro il mio Catone, farai bene a stare attento, con una simile amazzone accanto!».
Giulia gli assestò una pacca sul braccio e poi, prima che Macrone potesse reagire, infilò il proprio braccio libero sotto il suo, finché non li ebbe agganciati entrambi, uno da una parte e uno dall’altra. «Bene, allora, questo è quanto. Ora andiamo a goderci i festeggiamenti. Ho proprio voglia di bere qualcosa». Si fermò un attimo e sorrise a Gesmia. «E vieni anche tu. Un po’ di buon cibo non può farti che bene. Ne hai proprio bisogno».
Gesmia annuì con forza, provocando la benevola risata degli altri. Giulia si rivolse a Macrone, stringendogli il braccio: «Qualcosa da bere farà bene a tutti. Com’è quel modo di dire? Brindiamo al neonato, mi pare».
Macrone scambiò una rapida occhiata col suo amico. «Non sarà mica...».
«No», lo bloccò subito Catone.
Giulia rise del loro imbarazzo. «Come dicevo, è soltanto un modo di dire... per ora. E adesso andiamo».
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FINE.
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NOTA DELL'AUTORE.
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Le rovine di Palmira sorgono ancora nella parte orientale del deserto siriano e valgono bene una visita. Molto di quel che rimane illustra i maggiori sviluppi della città avvenuti nei secoli successivi alla sua fondazione. Il punto più alto della storia di Palmira si è verificato un paio di secoli dopo le vicende del nostro racconto, quando la regina guerriera, Zenobia, minacciò per breve tempo di conquistare la metà orientale dell’Impero Romano. Si tratta di un racconto epico a sé stante (e magari un giorno mi ci dedicherò!). Mi sono preso qualche libertà con la descrizione della città, così come avrebbe dovuto essere verso la metà del I secolo. Un grande tempio era costruito nel punto in cui io ho collocato la cittadella di questo racconto, e per quanto riguarda le mura, ho cercato di seguirne la linea originale.
Il regno di Palmira occupava una posizione decisamente critica fra due potenti imperi separati dal deserto. Fra Roma e la Partia si stava protraendo da lungo tempo una sorta di guerra fredda che in una sola occasione era sfociata in concreta battaglia. Raramente tali conflitti si risolvevano a favore di Roma. Il generale Crasso, a capo di un formidabile esercito, era stato sconfitto a Carre nel I secolo a.C., e Marc’Antonio aveva fallito una disastrosa campagna bellica, pochi anni prima di soccombere politicamente al suo rivale Ottaviano (il futuro Augusto).
Alla fine Palmira fu conquistata e annessa alla provincia romana della Siria, circa all’epoca dell’ambientazione di questo romanzo. Lo strumento adottato per questo tipo di annessione era la stipula di un trattato che conferiva lo status di regno satellite a tutti i piccoli reami che circondavano l’Impero Romano. In cambio della protezione di Roma, l’autonomia dei sovrani che aderivano a questo accordo scemava gradualmente, fino a quando le loro terre non venivano assorbite dall’impero.
La principale difficoltà che gli eserciti di Roma dovevano affrontare era la natura essenzialmente mobile dell’esercito parto, composto da truppe di arcieri a cavallo e da una piccola compagine di cavalleria pesante. I Romani faticavano a inchiodare il nemico sul posto per un tempo sufficiente a permettere l’avvicinamento delle legioni. Si potrebbe definire quasi uno dei primi casi di guerra asimmetrica. L’unico modo per costringere i Parti a una battaglia completa sarebbe stato quindi quello di scegliere un territorio delimitato, sul quale gli eserciti avrebbero dovuto scontrarsi direttamente. E il trucco sarebbe consistito nell’attirare i Parti con l’astuzia, perché non avrebbero mai osato affrontare da vicino i Romani, se non attratti dalla prospettiva di una vittoria imminente. In altre parole, qualcosa di molto simile al piano concepito dal prefetto incaricato della Seconda Illirica.
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FINE.